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Flashback: schegge di assaggi indietro nel tempo. Prima Terra, I Botri, Fossacolle, Querciabella, La Volpaia…

Flashback: schegge di assaggi indietro nel tempo: un contenitore prezioso di momenti importanti, da raccontare e condividere, a tu per tu con bottiglie che restano e che, per una ragione o per l’altra, non si dimenticano. Insomma, di quando il passare del tempo conduce ad un “vecchieggiare” baldanzoso e stimolante, ché quasi il tempo non lo sente più.

Viassö 2007 – Prima Terra (collezione privata)

Viasso 2007I bei ricordi legati agli assaggi della prim’ora trovano oggi l’incoraggiante conferma: quale efficace compendio di energia sapida e chiarezza espositiva, annunciato da intriganti sentori di erbe mediterranee, frutta bianca e salsedine, ecco un bicchiere ed un vino ispirati dall’imprinting “macerativo”, ma senza impedimenti o deja vu. Un “bianco-orange” goloso e coinvolgente, questo è, soprattutto ben versatile negli abbinamenti con la tavola. La dote tannica è lieve e integrata, non ammette amaritudini o rigidezze, mentre ad emergere sono la solarità del frutto, la polposa suadenza, l’incisiva salinità. Un vino diverso. E orgoglioso della sua diversità, figlia legittima della visione “obliqua” di Walter de Batté, vero e proprio battitore libero fra i vignaioli liguri, che dalle amate Cinque Terre e, in questo caso, dalla segreta Val di Vara spezzina, da vecchi ceppi di vermentino, albarola ed altre uve locali, ha concepito un vino come un viaggio à rébours nella tradizione contadina, nobilitata e trasposta in un bicchiere di sana veracità. Se intendiamo riferirci alla chiacchieratissima categoria dei vini macerati, un approdo felice.

Morellino di Scansano Riserva Vigna i Botri 2001 – I Botri di Ghiaccioforte (collezione privata)

I Botri 2001Ghianda, alloro, caramello, menta, fogliame, china e radici in un rosso che, pur non potendo contare più sul contributo “giovanilistico” del frutto, non ha perso per strada verve ed equilibrio. E in quella sua veste armoniosamente evoluta si offre con una bocca terragna, autenticamente“sangiovesosa”, dal graffio sapido caratterizzante. E’ una evoluzione buona questa qua, che conserva nei dettagli il fascino indiscreto del vino che intende vivere con dignità la sua maturità espressiva.

Si tratta di una cantina realmente outsider, di una viticoltura pulita e di una enologia per nulla interventista, nate e cresciute in uno spicchio di Maremma senza tempo da cui poter respirare emozioni selvagge. Qui Giancarlo Lanza, Giulia Andreozzi e i suoli di Ghiaccioforte vanno forgiando Morellino di Scansano che poco o niente concedono -anche in gioventù- alle lusinghe del frutto e della morbidezza, ma si presentano assai precocemente con il carattere austero e gli umori sottoboscosi tipici di uno stato evolutivo più avanzato rispetto all’età che hanno; una configurazione stilistica che, nei millesimi migliori, riescono fortunatamente a mantenere per lungo tempo senza sfaldarsi. Provate per credere la toccante “toscanità” del Riserva 1993, e rivedrete con occhio benevolo le sottese potenzialità di una zona vitivinicola fin troppo spesso presa sotto gamba, dove in realtà a ‘gnicosa puoi pensare men che di fare di tutta l’erba un fascio.

Brunello di Montalcino 2000 – Fossacolle (collezione privata)

Fossacolle e CamartinaChe grip! Davvero reattivo, deciso e contrastato ‘sto Brunello. Non sente affatto l’annata calda, non concede spazio alle sfibranti circuizioni dell’alcol; è invero saldo, progressivo nello sviluppo, con gli umori di ghianda, humus e alloro in prima linea e qualche nuance vegetal-selvatica che lì per lì sembra tradire qualche innesto “foresto”. Ha grinta e pienezza, quelle sì. Ma è una pienezza buona, una pienezza costituzionale. Gli strascichi del rovere piccolo sono solo un bisbiglio lontano, la grana tannica è bella e salata, tale da rinfrescare il rinfrescabile ed agevolarti per la irrinunciabile riprova. Sì, questo Brunello prodotto in piccole tirature da una piccola cantina di Tavarnelle – campagna luminosa dalle argille importanti- si conferma alla distanza come uno dei “duemila” più in palla oggi in circolazione.

Camartina 1991 – Querciabella (collezione privata)

Seducente e seduttore, l’abbraccio aromatico appartiene ancora al frutto. E’ il frutto che te lo concede; un frutto integro, vibrante, espressivo, incorniciato in una profonda coloritura balsamica. Le nuance vegetali appaiono integratissime, a delineare una fisionomia quasi bordolese negli accenti. Bello il tatto, carezzevole, setoso, per un eloquio composto e modulato, rinvigorito da una puntualissima vena acida che instrada gli allunghi e rinsalda la beva. Gran portamento e sincero umore di Chianti qui, checchennedicano le uve foreste (cabernet) che fin dalla prim’ora vanno affiancando il preminente sangiovese.

Un vino che conserva splendidamente il “senso” del territorio. E che con quella sua melodiosa dolcezza, bilanciata alla meraviglia dall’acidità, tende ad acquisire un passo elegantissimo e un sapore sensuale, difficile da dimenticare. Uno dei più convincenti Supertuscan dei ricordi miei. Di quel millesimo per niente speciale poi, il migliore veriddio!

Chianti Classico 1977 – Fattoria La Volpaia (collezione privata)

Fatt Volpaia 77_1Sì, ci troviamo a Radda. Alla Volpaia per la precisione. Ma attenzione, non si tratta della Volpaia a cui saremmo d’istinto portati a pensare. Non c’entra niente infatti -non c’entrava- con la storica e celeberrima Fattoria di Volpaia, poi Castello di Volpaia, della famiglia Mascheroni Stianti. La Fattoria La Volpaia è un’altra cosa, un qualcosa che c’era e che oggi non c’è più. Una parte dei vigneti probabilmente sono nel frattempo confluiti fra le acquisizioni dell’altra Volpaia, quella celebre, ma è una storia privata tutta da ricostruire. Almeno per me. Difficilissimo trovarne traccia, manco nella enciclopedia virtuale del web! E men che meno appare prodiga di dettagli l’antica etichetta, che niente ti rivela circa l’identità del viticoltore.

Questa misconosciuta fattoria e questa misconosciuta etichetta sono però in grado di racchiudere in sé tutto il fascino potente e ineluttabile del tempo che passa, e che nella magia incantatrice della campagna chiantigiana ha assunto la sovranità di far nascere e morire, esaltare o cancellare storie grandi e piccole, tesori probabili o improbabili, passioni e passaggi di signori e poveracci. Suggellando fortune, successi, cambiamenti, abbandoni, rinunce, sprazzi di nobiltà, sprazzi di miseria, vini buoni e vini incerti.

Quando perciò ti capiterà di sorprenderti per come una etichetta del genere sia stata capace di resistere al tempo, ne dedurrai che lì c’era qualcosa di grande, di più grande rispetto alle cedevoli (in)consapevolezze umane, che in quegli anni a tutto pensavano meno che a qualificare il gesto vitivinicolo. Sono segni inequivocabili che ci suggeriscono dimorare in quella terra unicità. E’ terra buona. Il settantasette è un vino struggente, le cui trame evolute mantengono garbo, bevibilità e “sentimento”. Goloso e sapidissimo, cosa importa se non vi troverai la complessità la più complessa o l’allungo sconvolgente delle bottiglie migliori? E’ lì, presente, vitale, con il suo portato di mistero e di autenticità, frutto di una storia che si è chiusa – e che non sai- ma che in quella bottiglia, da quella bottiglia, respira ancora, aldilà della volontà dei protagonisti. A ricordarci la sottile meraviglia che appartiene ai piccoli tesori nascosti, ben oltre l’ovvietà. Per noi viandanti enofili è manna santa, da quando “senti” la verità dentro a un bicchiere: di più, una verità tanto incantatrice da far beffa al tempo.

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