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Vini da terreni vulcanici: con Volcanic Wines alla scoperta di territori ed aziende di antica tradizione

volcanic-winesImpresa non certo facile quella di riunire in uno stesso contesto vini provenienti quasi da tutta Italia, con storie, climi, uvaggi e tradizioni così differenti gli uni dagli altri. Ma se a fare da comune denominatore è il terreno più poetico di questa terra, simbolo di distruzione e creazione, allora vale la pena provarci!

L’idea è di Volcanic Wines, associazione nata nel 2012 dall’accordo tra il Consorzio del Soave, ideatore del progetto, ed i Consorzi di Etna e Campi Flegrei, di Gambellara, del Bianco di Pitigliano, del Lessini Durello e dei Colli Euganei. Volcanic Wines, alla quale si sono aggiunti nel 2014 il Consorzio dell’Orvieto, l’Enoteca Provinciale Tuscia e la Cantina di Mogoro, e nel 2015 il Vulture e la Strada del Vino Terre Etrusco Romane, è nata per far conoscere quei vini generati da terreni vulcanici, terre singolari ricche di minerali, come il fosforo, il potassio, lo zolfo, il calcio, il sodio, il magnesio, ma anche di microelementi come il ferro, il manganese, il rame e lo zinco che rendono questo tipo di suolo particolarmente interessante per la viticultura in Italia ed in altre zone assai note come, ad esempio, la Napa Valley.

Bisogna sottolineare però che da solo un suolo vulcanico non può bastare per coltivare la vite ed ottenere prodotti di pregio: paesi infatti come le Filippine, ricchi di vulcani, non sono minimamente vocati alla viticultura. Ciò evidenzia quanto sia importante anche il clima e quanto non sia soltanto la terra, ma anche il lavoro dell’uomo e la qualità delle uve a fare la differenza. Leggendo numerosi articoli sui “vini vulcanici” si apprendono diverse caratteristiche che, secondo alcuni, li accomunano, come ad esempio una spiccata sapidità ed una promettente longevità. Parlando con i singoli produttori, però, si capisce quanto quei terreni, anche se fanno parte di una stessa macro famiglia, siano ben diversi gli uni dagli altri. Dalle zone di Soave, di Orvieto, dell’Irpinia, dell’Etna, ad esempio, si ottengono risultati eterogenei e questo non dipende, appunto, soltanto dal clima e dal lavoro dei vignaioli, ma anche dallo stesso terreno, che si differenzia da regione a regione, da ettaro ad ettaro, da metro a metro, in maniera evidente.

E tutto torna anche nel bicchiere: quei 200 vini in assaggio in occasione di Volcanic Wines, che non è solo marchio ed associazione, ma anche manifestazione itinerante che si è tenuta ad Orvieto poche settimane fa, sono risultati, a conferma di quanto detto, molto diversi gli uni dagli altri, mettendo in risalto il loro terroir, più che il loro appartenere ad una stessa tipologia di terreno.

È stato però interessante scorrere tutto lo Stivale, imparare che in Italia ci sono 17.000 ettari vitati in cui sono presenti denominazioni di origine vulcanica, che il Bel Paese è costellato di crateri, attivi e spenti, sparsi un po’ ovunque, ed assaggiare vini che si nutrono della terra alimentata dal lago vulcanico più grande dell’Europa, Bolsena, formatosi ben 300.000 anni fa. E ci è piaciuto, grazie ad una manifestazione che riunisce grandi e piccole denominazioni, scoprire uve non tra le più famose, ma che nel bicchiere riescono a rubare la scena.
GPE08IT_pic_3È stato il Lazio, con le sue denominazioni meno blasonate, a stuzzicare la nostra curiosità, con due aziende che lavorano in stretto rapporto con la tradizione.

Trappolini, a Castiglione in Teverina, al confine con l’Umbria, con i suoi 25 ettari vitati è attiva dal 1961. Nella degustazione guidata da Armando Castagno, critico e giornalista, che si è tenuta a Montefiascone e promossa da Volcanic Wines, ci ha piacevolmente stupito con il suo Procanico Igt Lazio Bianco 2013.

trappolini-procanico-2013Il procanico, come ci ha spiegato il titolare dell’azienda e responsabile della parte enologica Paolo Trappolini, è figlio del trebbiano toscano. In passato era utilizzato soltanto come uva da taglio nell’Orvieto, mentre oggi, grazie all’attività di poche ma lungimiranti aziende, sta riuscendo a dimostrare, in purezza, di essere un pezzo da novanta. E’ un’uva poco produttiva che nei terreni vulcanici della sua azienda, a 320 metri di altezza, ha trovato la giusta dimora per arricchirsi di eleganza e finezza. Al naso, questo 2013, ci ha inebriato con profumi di gelsomino e frutta bianca e con sfumature solfuree e marine. In bocca ci ha soddisfatto per la freschezza generosa, fatta di agrumi ed ancora frutta. Il residuo zuccherino ben equilibrato, e non eccessivo, lascia la voglia impellente di un altro sorso, attestandosi come un vino che non stanca, ma anzi invoglia. Allo scaffale si trova a circa 9 euro. Poche le bottiglie, appena 8.500, ma tra qualche anno quei 3 ettari in più di procanico che verranno piantati andranno ad incrementare la produzione.

OLYMPUS DIGITAL CAMERASempre in occasione della degustazione guidata abbiamo conosciuto da vicino un’altra realtà, l’azienda Proietti ad Olevano Romano in provincia di Roma. Il titolare, Fernando Proietti, ci ha sedotto con la sua concretezza, nei principi e nella filosofia, e con la sua semplicità, valore unico di chi questo mestiere lo fa, “sporcandosi le mani” da quattro generazioni. Proietti, con i suoi 15 ettari di vigna, è tra i pochi portavoci del Cesanese di Olevano Romano Doc di qualità.

VignalibusVignalibus 2012, cesanese in purezza, assaggiato sempre in occasione della degustazione guidata, proviene da vigne di settant’anni piantate su terreni di origini vulcanica, a 400 mt di altezza. Tra queste piante ce ne sono alcune a piede franco, a riprova che spesso, anche se non sempre, questa tipologia di terreno è una barriera preziosa contro la fillossera. Vignalibus, in produzione dal ’95, a 10 euro circa in enoteca, fa soltanto acciaio ed è espressione schietta di questa varietà di uva. “Con l’esperienza abbiamo capito che il cesanese supporta male il legno, soprattutto se piccolo. Nella riserva, ad esempio, siamo passati dalle barrique, ai tonneau e alle botti grandi”.

Il Vignalibus ci dà il benvenuto con un bouquet gentile fatto di fiori rossi e spezie, a cui segue, dopo l’assaggio, una grande armonia tra acidità, tannini e struttura; un equilibrio che dà vita ad un vino fresco, ma dalle spalle larghe, che ben fanno sperare per gli anni futuri. Come ci dice infatti vigna_slideFernando, appassionato di vecchie annate e per questo attento nel mantenere uno storico aziendale, Vignalibus sta dimostrando di reggere bene il tempo fino almeno a dieci anni, grazie al tannino vigoroso e ad un corpo resistente.

Ma il cesanese non è il solo vitigno autoctono che Proietti vinifica e studia attentamente: accanto ad esso troviamo il bombino nero, oggetto di microvinificazioni, l’ottonese, uva bianca con la quale da settembre darà il via ad una nuova etichetta, ed infine la malvasia con cui si ottengono già 20.000 bottiglie, a conferma che l’azienda è legata a doppia corda all’antica storia vinicola della sua terra.

2 Comments

  • Fabio ha detto:

    Bel pezzo Roberta!
    E poi da “laziale” non posso che apprezzare il focus su due aziende che lavorano per innalzare la qualità dei vini della mia regione… 🙂

  • Roberta ha detto:

    Grazie mille Fabio. Mi fa piacere che ti sia piaciuto l’articolo! 🙂

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