Guide report/Slow Wine 2016, il vino italiano secondo Slow Food

Di • 28 Ott 2015 • Rubrica: Attualità e idee, Da leggere
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slowine2016MONTECATINI TERME (PT) – La curiosità di andare a vedere (per la prima volta) la presentazione della guida Slow Wine edita da Slow Food e curata da Giancarlo Gariglio e Fabio Giavedoni, arrivata alla sesta edizione con l’annata 2016, c’è tutta; come è innegabile la voglia di immergersi nella degustazione monstre di oltre 1000 vini.

Certo, ci vuole poi tutta la gentilezza del redattore toscano (e amico, e già nostro collaboratore) Fabio Pracchia per superare freddezza e diffidenza dei subcomandanti della associazione di Bra (siamo buoni puliti e giusti ma siamo Slow Food, mica la proloco, stamattina qui c’erano Carlin Petrini e Gad Lerner, mica pincopallo, centinaia di scrocconi sono in agguato, epperò l’ufficio stampa se n’è andato dopo mezz’ora dall’inizio della degustazione), ed entrare sotto i porticati di queste imponenti e gloriose terme di Montecatini. E Fabio Pracchia lo troviamo molto contento sia della guida (“ha preso una forma molto bella”), sia della sua celebrazione vinosa (nella quale si tuffa a corpo morto, essendo rimasto anche un grande appassionato “da battaglia”).

slow-wine-6E qui forse vale la pena ricordare, per il lettore neofita, che i sei anni della guida Slow Wine non sono che l’ultimo tratto dell’esplorazione slowfoodiana dell’universo del vino italiano, partita nel lontano 1988 quando Carlo Petrini e Daniele Cernilli curarono, e Stefano Bonilli fondatore del Gambero Rosso mandò alle stampe, la prima guida Vini d’Italia che inaugurò una nuova perlustrazione sistematica del territorio nazionale compiuta da parte di commissioni di degustazione. E inaugurò un nuovo modo di valutare i risultati del nascente rinascimento enoico italiano post-metanolo accompagnandone quindi anche i movimenti inizialmente più dirompenti, come ad esempio quello dei supertuscan o quello dei “modernisti” di Langa.

slow-wine-3Poi, nel 2010, il divorzio dai soci romani segnò un nuovo inizio,  con una rinnovata folta squadra di collaboratori che battono da allora terre e cantine per uscire dall’angustia delle note di degustazione e strutturare le oltre mille pagine del volume in schede secondo lo schema “vita – vigna – vini” con informazioni puntuali come quelle su concimi usati, lieviti (autoctoni o selezionati), fitofarmaci,  diserbi (chimico/meccanico), provenienza delle uve, certificazioni. Poi, naturalmente, la descrizione dei vini e l’assegnazione delle eccellenze con i “grandi vini”, organoletticamente al top, i “vini slow”, che sanno rappresentare al meglio un territorio, e i vini quotidiani dall’ottimo rapporto qualità-prezzo.

slow-wine-2E così, ci dice sempre Pracchia,  il riconoscimento della chiocciola ad una cantina,  che porta il blasone del celebre logo, vuole essere sempre più appannaggio di chi riesce a formare il prodotto vino dall’inizio alla fine, come un contadino fa con le sue colture, senza il bisogno di consulenti o di presenze esterne in qualche modo omologanti. Insomma, il vino come prodotto agricolo frutto di una mano, di una mente, di un cuore.

Slow wine 2016. Storie di vita, vigne, vini in Italia
curatori G. Gariglio e F. Giavedoni
Slow Food editore (ottobre 2015)
1088 pagg – 24 euro

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La degustazione si snoda sotto le sontuose architetture neoclassiche secondo un percorso geografico che raggruppa i produttori per regione, e dove non ci sono i vignaioli ci sono sommelier. Poi, nella grande sala sovrastata dai vetri colorati (ma a sera un po’ oscura)  tanti altri assaggi possibili. E con oltre mille vini in degustazione conviene lasciare ogni speranza di sistematicità e lasciarsi guidare dall’istinto.

Partendo per esempio dalla Calabria, con ‘A Vita e i suoi bei Cirò: l’annata 2011, di colore rubino-granato, beva compatta e propgressiva, non priva di potenza ed anche fresca, ampio nel finale in cui un tannino diffuso lascia spazio per una chiusura assai saporita; e la Riserva 2010, vellutata e scorrevole, che si anima in un finale fresco, mentoso, dalle ampie risonanze.

slow-wine-1Saltando in Alto Adige: di Pranzegg – Martin Gojer in degustazione il Campill 2012, un Santa Maddalena fuori dalla denominazione dalla sottozona di Campiglio, due anni in botte grande, lontano dal modello di vino facile e di pronta fruizione: bel mirtillo maturo al naso, velluto nella beva, tannino fine. Il Lagrein 2010 si distingue per una tranquilla ma sicura progressione gustativa che termina segnata da tannino fine e sensazioni mentose. Accanto, il Lagrein Riserva 2010 di Nusserhof-Heinrich Mayr, dal profilo classico improntato alla concentrazione e croccantezza di frutto, in bocca sapido e speziato, quasi masticabile.

Il Veneto della Valpolicella: il Valpolicella Superiore Egle 2011 di Albino Armani (70% corvina, poi corvinona e rondinella), la quintessenza del vino “femminile” dal gradevolissimo fruttato, ampio ed espressivo, e dalla trama vellutata. Poi c’è Allegrini, ambasciatore del vino veneto (e italiano) all’estero, con il suo Palazzo della Torre 2012 (un 5% di sangiovese completa il classico uvaggio del Valpolicella): vino di spessore, potenza, ma con una componente del rovere ancora non perfettamente assorbita. Diverso il caso dell’Amarone 2011, un vino energico, potente, che esplode letteralmente nel finale.

Bella rassegna di Sagrantino 2011: De Filippo ne presenta due, quello denominato Etnico, lavorato in modo da risultare più “pronto” (per esempio attraverso macerazioni brevi), un anno in botte grande ed uno in tonneau, è elagante ed ampio, e  chiude con un finale largo ed avvolgente, innervato da un tannino diffuso. Poi c’è il Sagrantino “della tradizione“, con macerazioni lunghe e 18 mesi in barrique (16% di alcol) meno ampio ma dalle belle profondità, compatto e sicuro, ed una sferzata tannica arriva prima di una bella distensione finale. Il Sagrantino 2011 di Romanelli ha colore non particolarmente carico e, ad un bouquet affascinante ed ampio, affianca una beva forse un tantino spostata su toni confetturati. Villa Mongalli esce, ora, con un Sagrantino 2008: un vino compassato e profondo, progressivo, denso, in cui la beva è siglata da tannini imponenti ma ben imbrigliati.

Tanti bei Verdicchio dalle Marche, con i Castelli di Jesi e Matelica assai ben rappresentati. C’è, naturalmente, Villa Bucci con la Riserva 2013 dalla consueta grande intensità giocata fra la pera e l’agrume leggero, bello, esplosivo e compatto, quasi astringente nel finale. C’è poi il Verdicchio di Matelica 2014 di Collestefano, anch’esso ormai assai riconoscibile per il profilo olfattivo estremo di carattere agrumoso, ed una bella acidità trascinante. Sempre elegante il Verdicchio di Jesi San Michele 2013 di Bonci,  delicato, ma vibrante in  bocca. Ma Marche non significano sono solo Verdicchio, bensì anche Pecorino. Il Donna Argilla 2014 di Fiorani , forse timido al naso, è potente, morbido e vellutato in un palato minerale e “gentilmente” acido.

Come non immergersi poi nella zona “langhetta” dove si incontrano gran bei personaggi come Enrico Dellapiana, che incanta sempre con i suoi Barbaresco dalla collina Rizzi: il Barbaresco Rizzi 2012 che gioca sulla finezza e sulla leggerezza ma anche sulla persistenza ed un bell’impatto. Il Barbaresco Rizzi 2011, più “concreto”, profondo, denso e potente. Bello poi, lì accanto, il Barolo Serra 2011 di Giovanni Rosso: intenso, persistente, diretto, tranquillo in una progressione che diventa percussione. Sempre da Serralunga, seduce meno forse il Barolo Margheria 2011 di Massolino, più statico anche se di indubbia liricità. E a proposito di “canto” che dire della rosa appassita del Barolo Bussia 2011 di Giacomo Fenocchio? Vino dal naso delicatissimo, ma poi forte e potente sulla lingua. E di carezza gustativa si può parlare anche a proposito del Barolo Monvigliero 2011 di Paolo Scavino, pulito e succoso.

Infine, nel mare magnum della sale, due grandi vecchi pugliesi: il Duca d’Aragona 2009 di Francesco Candido, di elegante maturità e grande ampiezza, più denso e di impatto il Graticciaia 2011 di Vallone.

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