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Alle origini del privilegio. I Finages di Borgogna, terza parte: Côtes de Beaune/2

Cote de Beaune_cartaQuesta raccolta di suggestioni e di vini è la folgorante sintesi (o uno sbrigativo Bignami?) di un viaggio durato “soltanto” trent’anni, destinazione Borgogna. Un viaggio di innamoramenti e di infatuazioni che ha preteso il suo tempo affinché il viaggiatore potesse finalmente crogiolarsi nella legittima illusione di conoscere più a fondo una realtà complessa e mitizzata come quella “borgognotta”. Tanto c’è voluto per farsi un’idea. Sulla base della quale si è pensato di costruirci sopra un progetto di ricerca, valorizzazione e selezione, che altri non è – aggiungo io – se non una lezione di territorio. Una lezione che contiene in sé l’esasperazione del concetto di terroir, traguardato però secondo un approccio antico e primigenio, lo stesso che probabilmente portò i monaci benedettini, “appena” 1500 anni fa, ad individuare aree di produzione vinicola di affermata tipicità all’interno della Côte d’Or, la celeberrima “costa a oriente” che ti accompagna da Digione a Santenay. Quelle aree le chiamarono FINAGES. Partendo da quella intuizione e da quella consapevolezza acquisita in anni e anni di esperienza, arrivarono persino a delineare al loro interno dei CLIMATS, parcelle delimitate caratterizzate da una unicità geologica e microclimatica e ritenute in grado di partorire vini distintivi. Insomma, i Finages stanno alla base del concetto ancestrale di terroir, ciò che in tempi molto più recenti si è tradotto nelle AOC, le appellations d’origine comunales.

Finage_vigne e biciPartendo da lì Filippo Volpi, il viaggiatore di cui sopra, storico consigliere personale per importanti famiglie del vino toscano, che vanta peraltro significative esperienze nel campo della ristorazione d’autore (brillantissimo cuoco!), è andato alla ricerca del cuore espressivo dei vari Finages: osservando, parlando, ascoltando, confrontando. Lo ha fatto muovendosi con consapevole lentezza, lungo il corso degli anni, spesso accompagnandosi con una bicicletta. Lo ha fatto cercando di astrarsi idealmente dalla (ineludibile) influenza degli stili e affrancandosi dalle logiche di una mera constatazione/comparazione qualitativa, ma tenendo bene a mente alcuni punti fermi sui quali fondare un processo di riappropriazione del senso più profondo di una sì speciale mappatura: famiglie di vignerons che siano “radicate” nel Finage (ancestrali), con almeno cinque generazioni di esperienza alle spalle; presenza di un patrimonio di vecchie vigne, non di rado frutto di selezioni massali. Non bastasse, vignerons che siano fautori di un’enologia essenziale, poco interventista, legittimi esponenti di una concezione per così dire paysanne, dai cui vini poter respirare una sorta di arcaica purezza, in grado di rendere più “trasparente” e meno mediata la voce di un Finage. Insomma, la messa a fuoco di un Finage attraverso l’individuazione di vini sans signature, senza firma, in qualità di fedeli traduttori del territorio. Come a dire: dimenticarsi del vitigno, concentrarsi sul terroir. Per questo non è un caso che molti dei testimonial ideali di questo lungo viaggio appartengano alla categoria dei Villages.

Finage Borgogna_bianchi cote de BeauneOra, per concretizzare il progetto anche da un punto di vista commerciale mancava solo un tassello. E il tassello mancante oggi ha un nome: Vino & Design, eclettica ed apprezzata casa di distribuzione vini & distillati a cui non fan difetto idealità, conoscenze, spirito di ricerca e sensibilità interpretativa. A loro si deve, in primis, la speciale occasione di approfondimento. E se l’apprezzabile intento cultural-didattico di questa “visione” è anche portatore sano di astrazioni e di inevitabili forzature, dal momento in cui ci pensano gli oltre 1200 climats censiti in secoli e secoli di vitivinicoltura borgognona a rimescolare le carte e a scompaginare gli assunti, è pur vero che con i Finages si torna alle origini e alla idealità di un classement fondamentale per la storia della vitivinicoltura contemporanea. Perché è da lì che tutto discende. E non sapete quanto faccia bene ricordarselo, ogni tanto. Non foss’altro che per amor di chiarezza.

FOCUS COTES DE BEAUNE/2

Pommard Bergeret_botIL VINO: Pommard 2010 – Philippe Bergeret (r)

Austero, tonico, impettito, contrastato, senti un tannino fresco e deciso (“sempre un po’ irrisolto alla Pommard”, aggiunge Filippo) ma l’afflato qui è più balsamico che vegetale e il sorso resta ben profilato, ritmato, finanche stilizzato. L’incisività, la droiture e la verticalità lasciano spazio a provvidenziali dettagli. E il futuro ancor di più, lo sento, ne sarà generoso dispensatore.

IL FINAGE

Il terroir più freddo della Côte de Beaune, sostanzialmente consacrato al pinot noir, affida colore, contrasti e tannini affilati ai vini di Pommard. Senza che per questo debbano rinunciare a una carnosa consistenza fruttata e a una ruvida quanto seducente forza comunicativa, doti queste ultime estrapolabili dalla natura argillo-calcarea dei suoli. Suoli che si fanno più ferrosi nella parte sud del Finage, a concretizzare rossi potenti, saporiti e longevi; più eterogenei a nord del paese, lì dove l’influenza della Combe de Pommard ( la profonda e strettissima gola a forma di canyon che fende e attraversa il paese) si fa evidente in termini di stratificazione e complessità, lasciando in dote ai vini una maggiore propensione alla finezza e al dettaglio. Da qui provengono i Premiers Crus più reputati (in odor di Grand Cru) come Les Grands Epenots e Les Petits Epenots. A sud invece brilla la stella dei Rugiens, culla di vini fieri, compatti, minerali, futuribili.

IL VIGNERON

Impiegato nei mitici Hospices de Beaune e petit vigneron in quel di Pommard, Philippe Bergeret dispone di 4 ettari di vecchi ceppi suddivisi in 9 parcelle, fra cui il 1er Cru Les Charmots. Ne asseconda le potenzialità con spirito artigiano, traducendole in vini saporiti, classici nei lineamenti, “ad espressività ritardata”. In altre parole, portati per una lenta ma feconda maturazione in bottiglia.

Volnay Robardelle_etiIL VINO: Volnay 1er Cru La Robardelle 2010 – Domaine Glantenay (r)

Di leggerezza e soavità. Frutto rosso struggente e puro, terra arsa, rosellina selvatica. Flessuoso, elegante, lirico, sfumato: è vino sospeso. E testimone ispirato della zona sud del Finage, quella confinante con Meursault, dai cui appezzamenti nascono rossi profumati e gentili, la cui femminile avvenenza viene esaltata da una deliziosa fragranza floreale.

IL FINAGE

A Volnay è dove finisce la terra dei grandi Pinot Noirs. Così dicono in Borgogna. Qui l’ultimo avamposto del privilegio. A sud del quale solo sporadiche saranno le magniloquenti testimonianze sul tema. Volnay porta con sé una fama antica, alimentata da rossi pallidi nel colore ma vibranti al gusto, una vibrazione fatta di candore, leggiadria aromatica e grazia espressiva. Rossi dal tocco delicato insomma, la cui apparente fragilità viene efficacemente ricompensata dalla finezza, da una enorme finezza. Così, suona strano che questo Finage non possa fregiarsi di climats a Grand Cru, meno strano il fatto che possa contare su oltre la metà degli ettari vitati (ovviamente tutti a pinot noir) censiti a Premier Cru. Emblematiche e prestigiose alcune sue parcelle, sia a nord che a sud del paese (Clos de la Bousse d’Or, Les Caillerets, Taillepieds, Champans, Santenots). Qui i terreni tornano a possedere una forte dominante calcarea e “giurassica”; sono terreni chiari, leggeri, forse meno “complessi” di quelli caratterizzanti i più importanti climats della Côte de Nuits, ma il cui microclima e la cui felice esposizione potrebbero fargli ben meritare una menzione Grand Cru.

IL VIGNERON

Domaine storico se ce n’è uno, Glantenay “appartiene” a Volnay da appena 500 anni. Di generazione in generazione, la famiglia è oggi rappresentata da Pierre e Guillaume, padre e figlio, che intendono preservarne la continuità stilistica nel pieno rispetto delle tradizioni e nell’ossequioso “ascolto” delle varie parcelle a disposizione. Otto gli ettari di proprietà nel Finage, da cui discendono vini di lirica distinzione.

Monthelie de Souremain_etiIL VINO: Monthelie 2011 – Chateau de Monthelie-Eric de Souremain (r)

Qui il naso è struggente, raffinato, dinamico, fresco, balsamico e floreale; al gusto rilancia in continuazione e ti conquista alla beva con una naturalezza espressiva in grado di accattivarsi le simpatie anche dei detrattori più scettici e schifittosi. Un Village di lusso, che si avvale del contributo di tre parcelle dislocate alle stesse quote altimetriche (Romagnien, Riottes e Barbières).

IL FINAGE

Incastonato come un pungolo fra Volnay e Meursault, compresso nella nomea dagli ingombranti Finages limitrofi, Monthelie vanta terreni in parte simili a quelli di Volnay, ma le esposizioni più eterogenee e una disposizione delle montagne attorno che non ne garantisce la medesima protezione dai venti rendono più difficili le maturazioni delle uve, per vini che sanno comunque andare nel verso della leggiadria e della raffinatezza, soprattutto se provenienti dalle parcelle esposte a oriente e dai suoli più leggeri e drenanti, che altri non sono se non la naturale prosecuzione dei vigneti di Volnay. E se raramente eguagliano la grazia e il portamento dei Volnay, non è raro incontrare qui lodevoli esempi di territorialità, in virtù di una azzeccata fusione di fragranza, bevibilità e spigliatezza, punto d’equilibrio ottimale fra fermezza strutturale e flessuosità. La nomea ingiustamente poco celebrata ha fatto sì che si possano concludere a Monthelie dei buonissimi affari per i sensi e per il portafoglio.

IL VIGNERON

Fra i più celebri, se non il più celebre, dei produttori di Monthelie, il baffuto Eric de Souremain incarna alla perfezione, anche fisicamente, la figura del vigneron-artisan. La spigliatezza caratteriale, la gioviale esuberanza, l’apparente noncuranza contadina con cui governa il suo castello-fattoria si riflettono coerentemente in vini estroversi, energici, per nulla omologati e per questo affascinanti, la cui ruspantezza e la cui istantanea leggibilità si traducono sovente in un caleidoscopio di rimandi con il tempo, a testimonianza di un eloquente potenziale di longevità. Nascono infatti qui autentici capolavori inattesi, che val la pena di conoscere. Da agricoltura biodinamica.

Auxey-Duresses_Le Val etiIL VINO: Auxey-Duresses 1er Cru Le Val 2010 – Domaine Roy Frères (b)

Che sorpresa! Scattante, agrumato, irresistibile, vibrante, teso, saettante, dritto, verticale. Puro succo di territorio, sincero portavoce di personalità. La solarità e l’estroversione fruttata non gli appartengono ma la riservata silhouette aromatica affascina, e poi l’indole austera non ne spegne i contrasti e i chiaroscuro, ciò che lascia presagire un bel futuro. Proviene dal 1er Cru più esteso del Finage, caratterizzato da suoli molto sassosi e poco profondi, ad alta capacità drenante e a forte presenza calcarea. In più, da vecchissimi ceppi.

IL FINAGE

Dei centoventi ettari che lo compongono, circa due terzi sono piantati a pinot noir. Eppure la nomea di Auxey-Duresses, antica dépendance dell’abbazia di Cluny, non esclude i bianchi. Molto influenzata dai venti freddi provenienti dalle Hautes Côtes e da esposizioni variabili che guardano da sud a nord, esprime generalmente rossi severi dal profilo fresco e affilato, così come bianchi caratteriali, spigolosi in gioventù ma tonici e reattivi, che abbisognano di tempo per sciogliersi ma che hanno tutte le carte in regola per entrare in sintonia con i palati più esigenti.

IL VIGNERON

Intanto questo domaine appartiene alla famiglia Roy da appena cinquecento anni, anno più anno meno. Oggi i fratelli Dominique e Vincent possono contare su 14 ettari vitati fra pinot noir e chardonnay e su uno stile tradizionale di vinificazione. Soprattutto, sulle generazioni nuove, incarnate da Alexis e Caroline, figli di Dominique. E la storia continua…

Bernard Bonin_ Les Tillets_etiIL VINO: Meursault Les Tillets 2010 – Domaine Bernard-Bonin (b)

Solarità, coté maturo e avvolgente, temperamento aromatico caldo ma grintoso. In bocca invero è più agile e dinamico delle attese, si articola bene, resta arioso. Bell’equilibrio fra tentazioni mature ed opulenza da un lato, reattività e scorrevolezza dall’altro, doti sicuramente appannaggio di uno dei lieux-dits più interessanti di Meursault, le cui alte giaciture e i cui suoli magri riescono a garantire contrappunto e freschezza gustativa.

IL FINAGE

Meursault è la porta d’accesso alla Côte des Blancs, e la consacrazione dei quattrocento ettari di pertinenza alle ragioni dello chardonnay (con la sola eccezione dei Santenots, al confine con Volnay) è lì per testimoniarlo. E se l’esposizione a oriente è quella ottimale, ed ottimale è il leggero e costante declivio su cui i suoi vigneti poggiano, è vero anche che qui le argille contano. Comunque sia i suoli dei migliori climats sono poco profondi e quindi il substrato calcareo è in grado di nutrire efficacemente le radici. Nonostante non vi siano Grands Crus all’interno del Finage, i 17 Premiers Cru godono di meritata fama. Senza contare poi diversi lieux-dits di estremo interesse. Che insieme alla complessizzazione del terroir offerta dal cono di deiezione della combe rendono mutevole e non così omogenea l’espressività dei vini che da lì si ricavano, stimolandone variazioni anche sensibili rispetto alla proverbiale fisionomia burrosa e ammandorlata con cui si è sbrigativamente soliti inquadrarli. Testimonianza concreta la stratificata complessità minerale dei sottosuoli presenti nella parte meridionale del Finage, quelli che guardano verso Blagny e Puligny, e che non a caso alimentano i cru più prestigiosi come Perrières e Genevrières. Certamente la grassezza e la densità sono in linea di massima i tratti distintivi dei bianchi di Meursault, che trovano un bel contrappunto minerale e una buona spalla acida soprattutto nei Premiers Cru, in grado di stimolare non soltanto maggiore freschezza e verticalità nel sorso, ma anche affascinanti evoluzioni in bottiglia, tanto da avvicinarli alla proverbiale vocazione da maratoneta di cui godono i vini di Puligny e Chassagne-Montrachet.

IL VIGNERON

Nato una quindicina di anni orsono sulle ceneri del celebre Domaine Michelot Mère et filles, grazie alla giovane accoppiata Veronique Bonin (una delle figlie di Michelot) e Nicolas Bernard, l’attuale domaine elabora esclusivamente vini bianchi ricavati da sette ettari di vigne assai vecchie ubicate a Meursault (più un’appendice a Puligny-Montrachet), fra cui prestigiose parcelle Premier Cru come Genevrières, Les Folatières, Charmes e Les Garennes. Solo lieviti indigeni qui, e lunghe maturazioni sur lie, senza collaggi o filtrazioni. Seguendo i cicli lunari.

Jean Louis Chavy_ Puligny_ etiIL VINO: Puligny-Montrachet 2010 – Jean Louis Chavy (b)

Rimarchevole purezza espressiva, sferzata e illuminata da una ficcante lama di acidità, davvero bella e suggestiva. Fresco, stilizzato, progressivo, rilancia da par suo mostrando un’ottima fusione fra le parti e una altrettanto efficace fusione con il rovere, ciò che gli consente di esprimere i giusti sottintesi, dalla delicata florealità agli umori di resine e agrumi. E’ l’azzeccato blend di uve provenienti da interessanti lieux-dits di Puligny, da quelli più argillosi a quelli più magri e sassosi, che di nome fanno Les Tremblot, Les Meix, Les Levrons, Corvée des Vignes e Les Reuchaux.

IL FINAGE

Siamo nel cuore della Côte des Blancs, ossia nel Finage in assoluto più nobile di Francia in materia di vini bianchi, qui esclusivi protagonisti. Bianchi che assumono una purezza, una profondità minerale e un potenziale di longevità ineguagliabili, muovendosi con innato senso dell’equilibrio fra saldezza strutturale e grazia floreale. E’ a Puligny che insiste la maggior parte dei trenta ettari a Grand Cru ricadenti sotto il nome “feticcio” e incantatore di Montrachet (che al suo interno prevede poi 5 Grands Crus). E’ qui che la faglia letteralmente divide in due il terroir, sancendo l’influenza di ere geologiche diverse. E’ qui che potrete trovare la maggiore quantità di sassi e pietre nei vigneti, quanto mai provvidenziali per mitigare le sensibili escursioni termiche. E’ qui che la protezione dai venti dell’ovest è garantita e certa. E’ qui che l’intera fascia di vigneti che va dai Grands Crus su su fino al confine con Meursault può annoverare a mi-coteau una serie feconda di reputatissimi Premiers Crus, da Les Caillerets a Les Folatières, fino ad arrivare a Les Perrières e a Les Combettes. Le variazioni caratteriali nei bianchi di Puligny possono contemplare e ben combinare tanto l’opulenza che la mineralità, la snellezza e l’intensità, il dinamismo e la generosità. Un coacervo di tracce espressive che si esalta nella sostanziale finezza del tratto, nella persistenza e nella razza antica: una razza piena di sève.

IL VIGNERON

Quale diramazione parentale dell’antico Domaine Chavy, datato 1820,  Jean Louis Chavy imbottiglia in proprio dal 1986 (prima conferiva tutto ai négociants) confidando su un patrimonio di vigna importante (Folatières, Champs Gains, Perrières….), anche se non abitato da parcelle Grand Cru, nel quale vecchi ceppi anche sessantenni propiziano vini seducenti e puri, concepiti secondo uno stile tradizionale che guarda all’annata e al terroir con grande rispetto. E che non fa uso di lieviti selezionati.

J J Morel_ Saint Aubin_etiIL VINO: Saint-Aubin La Traversaine 2010 – Jean Jacques Morel (b)

Note lievi di resine e fior d’arancio, più nette di erbe aromatiche, mandorla e pietra; carnoso, di bilanciata densità e sostanziale docilità, è un bianco saporito, avvolgente, pacioso, di quieta espressività. La Traversaine è un lieu-dit situato alle pendici della montagna di Rochepot. La Traversaine è un vino tirato in pochissime bottiglie (un tonneau), le cui uve provengono da una parcella gestita secondo i dettami della biodinamica.

IL FINAGE

Altopiano luminoso anche se non perfettamente protetto dalle montagne attorno, con altitudini assai elevate e sensibili escursioni termiche al suo interno, il Finage di Saint-Aubin incarna l’anima “esotica” e nervosa dei bianchi della Côte de Beaune. La nomea sostanzialmente schiacciata dai confinanti colossi Puligny e Chassagne ne ha fatto un buon ricettacolo di vini dal favorevole rapporto qualità/prezzo. Il bacino vitato poggia sul cono di deiezione della combe che fa da spartiacque tra Puligny e Chassagne, e per questo la morfologia dei terreni si fa piuttosto irregolare, con i migliori versanti esposti a sud e caratterizzati da suoli molto ciottolosi poggianti su un substrato di marne chiare. I bianchi, di gran lunga i vini più diffusi, abbinano un certo esotismo aromatico fondato su florealità, note di mandorla verde e silex ad una vena morbida e succosa, fluida e seducente, che emerge soprattutto con l’affinamento, dopo che si sono scrollati di dosso una certa giovanile rigidezza.

IL VIGNERON

Jean Jacques Morel, semplicemente, ha una particolarità. O meglio, la produzione di Jean Jacques Morel ha una particolarità: è pressoché risibile. Settemila bottiglie all’anno. Con la cura che si deve a un figlio.

J Marc Morey La Bergerie_etiIL VINO: Chassagne-Montrachet La Bergerie 2010 – Jean Marc Morey (b)

Maschio, potente, muscolare, grintoso, meno flessuoso e profilato del Puligny, ha i modi di un rosso. O modi da Chassagne, a ben vedere. Ma è nato per crescere, lo senti, e il potenziale per farlo ce l’ha. L’austera risolutezza mi ricorda un giovane Corton-Charlemagne, non foss’altro che in quel caso si farebbe più evidente l’inevitabile traccia minerale che è poi la cifra di quella appellation.

IL FINAGE

Se uno si aspettasse di ritrovare nei bianchi di Chassagne-Montrachet le doti salienti di quelli di Puligny, dal momento in cui una parte dei vigneti li accomuna (stiamo parlando ovviamente del  “settimo cielo”, il Grand Cru Montrachet, che dalla parte di Chassagne diventa Le Montrachet, e del Grand Cru Batard-Montrachet), aspetterebbe invano. Dove nei Puligny si parla di eleganza, di monastica purezza, di rimandi sottili e di ricami minerali, qui si gioca di presenza scenica, di volume, di frutto e anche, invariabilmente, di profondità, ciò che si rivela appieno con l’affinamento. La ragione di questa diversità sta nella natura dei terreni, che non a caso avevano storicamente sancito per Chassagne una vocazione per il pinot noir, nel tempo gradualmente soppiantato per ridursi oggi a solo un terzo della produzione del Finage. Da qui il temperamento muscoloso, cremoso e avvolgente dei bianchi, salvo le inevitabili eccezioni, composto in un quadro maledettamente seducente, dal momento in cui mineralità e freschezza sono i provvidenziali contrappunti per finalizzare l’ennesimo privilegio, un privilegio alimentato da numerosi prim’attori accompagnati peraltro da prezzi fra i più alti al mondo! Un’ultima annotazione riguarda la “teoria della relatività” vinosa: quando si parla di ciccia, di volume e di opulenza occorre innanzi tutto contestualizzare; rimanere cioè nell’orbita dei vini di Borgogna. Ché l’opulenza che si intende qui non è propriamente la medesima opulenza di un vino new world!!

IL VIGNERON

Nato nel 1981 dalla divisione dell’antico domaine Albert Morey, il domaine Jean Marc Morey vanta sette ettari di vigne fra i 30 e i 40 anni ubicate in più Finages. Impressionante, per blasone e potenzialità, la compagine di etichette posseduta a Chassagne, madre-patria di famiglia.

Santenay Champ Claude_etiIL VINO: Santenay Champs Claude 2010 – Michel  Clair et Fille-Abbaye de Santenay (r)

Fondato su un seducente registro fruttato e su un tratto curiosamente “ceroso”, ricorda un sangiovese d’altura chiantigiano e ispira purezza. Morbido, carezzevole, senza sovrastrutture, non appare troppo profondo ma il tocco e la sensibilità ne rendono intonata la compagnia.

IL FINAGE

Tanto per essere chiari, e non ce ne voglia Maranges (il Finage con il quale chiuderemo il cerchio), la Borgogna storica, oltreché amministrativa, termina a Santenay. Santenay è l’avamposto più meridionale della Côte: oltre trecento ettari di vigne prepotentemente (ma non esclusivamente) dedicate al Pinot Noir. Un Pinot Noir che risente dell’influsso dei suoli giurassici – a forte dominante calcarea e ricchi di scheletro, che potrebbero ricondurci a certi terroirs della Côte de Nuits – così come dei versanti che si arrampicano in rapido declivio dai 200 ai 450 metri fino al limite estremo delle foreste. Solidi, profilati, tanto freschi ai profumi quanto bilanciati nell’eloquio, i rossi di Santenay si offrono in gioventù con una silhouette decisa, fondata su un nitido timbro aromatico orientato più sui frutti neri che sui frutti rossi. Con alcune variazioni “cromatico-espressive” man mano che si procede da nord a sud del Finage, che da una sostanziale finezza di fondo conducono a una progressiva e crescente muscolarità.

IL VIGNERON

Michel Clair prosegue con immutato esprit tradizionale il lavoro delle precedenti tre generazioni familiari, un lavoro ospitato fra le mura antiche dell’Abbaye de Santenay. Dispone di 18 ettari di vigne, alcune delle quali ubicate nei più preziosi Premier Cru del Finage (Clos des Tavannes, Les Gravières), grazie al contributo alla causa di altri due domaines recentemente confluiti in Abbaye de Santenay: Lucien Muzard e Gino Capuano. L’anima attuale del domaine è impersonata dalla figlia Anne Claire, enologa. Lei la fautrice e l’interprete. A lei va il merito, se questa cantina è considerata oggi uno dei nomi nuovi più interessanti del distretto.

Maranges_domaine des Rouges QueuesIL VINO: Maranges 2010 – Domaine des Rouges Queues (r)

Aperto e concessivo, fra i rossi di oggi è quello che somiglia di più a un Pinot Nero altoatesino per via della particolare affilatura tannica, che ammette calibrati accenti vegetali e sottoboscosi al gusto e al retrogusto. E che non si nasconde gli umori di rabarbaro e di china. Senza che il sorso si inasprisca troppo però, bensì restando profilato, anche se sostanzialmente semplice, di immediata lettura.

IL FINAGE

Finage borgognone di recentissima nomina (1988), il vecchio “murgers” (muretti), che il dialetto locale ha trasformato in Maranges, accoglie in un solo nome tre storiche denominazioni comunali dai nomi lunghi e inestricabili, semplificandone assai se non altro il ricordo e la fruizione. Lo ribadiamo: dal punto di vista storico, nonché politico-amministrativo, questo Finage non apparterrebbe alla Côte d’Or, ma tant’è, l’affiliazione è certa, confermata dai fatti e dagli atti. Rispolveratane la vocazione da rossista, cui la storia per la verità non aveva dato troppo credito, dal momento in cui fino a centocinquanta anni fa in questi vigneti si coltivava chardonnay, da Maranges se ne escono rossi dai profili colorati e spigliati, intensi e speziati, anche se non particolarmente eleganti dal punto di vista tannico. Insomma, qui il Pinot Noir si manifesta ancora con nettezza e vigore, anche se cede qualcosa in razza e personalità. E se riesce fieramente a conservare dignità territoriale, è la meraviglia forse a non appartenergli più.

IL VIGNERON

Nato nel 1998, e ben presto ispirato da una viticoltura naturale, il Domaine des Rouges Queues ha progressivamente allargato il suo raggio d’azione grazie alla acquisizione di varie parcelle distribuite su diverse appellations locali, molte delle quali distinte da vecchi ceppi. Vi si pratica agricoltura biodinamica dal 2008.

Precedenti contributi: Côte de Nuits , Côte de Beaune parte prima

Si ringraziano Filippo Volpi per le parole, la competenza, l’enorme passione dimostrataci per la Borgogna più autentica e vera; Massimo Maccianti -direttore commerciale di Vino&Design- per averci reso partecipi di un progetto ad alta dignità cultural-didattica, il Batti Batti Blu di Marina di Pisa per l’accoglienza e l’ospitalità di un giorno.

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