Christmas time: i vini (più) sorprendenti del 2015. E perché. Prima parte

Di • 30 dic 2015 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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Botti di fine annoDiciamolo subito: non di classifiche si tratta, casomai di immedesimazioni. Senza queste ultime, d’altro canto, l’anno che ci avviamo a lasciarci alle spalle sarebbe stato meno gradevole e assai più ovvio, “degustativamente” parlando. Ora, il fine ultimo (e primo) di questa ennesima dissertazione sul tema è elencare sorprese. Che significa sorpresa? Semplicemente ciò che non ti saresti aspettato: da quel nome, da quel vino, da quel territorio.  O meglio, che non ti saresti aspettato COSI‘. Intendiamoci bene quindi: sorpresa, in questa visione prospettica, non includerà per forza la misconoscenza, l’inatteso guizzo autoriale, la giovane realtà o la new entry. Troverete citati, infatti, anche dei vini e degli autori sicuramente inquadrabili come noti (e anche di più): bene, in quei casi cercheremo di spiegare ancor meglio il perché di un loro inserimento fra le sorprese.

Una cosa è certa: fra i quasi 5000 vini assaggiati, rimuginati e scritti nel corso del 2015 le sorprese non sono davvero mancate, a tutti i livelli e di tutti i tipi. Effettuarne una sintetica cernita porta con sé una malcelata forzatura. E, come per ogni sintesi, un piccolo dolore. Da qualche parte però dovevo pur partire per sottolineare l’aspetto che più mi sta a cuore e che rappresenta l’augurio migliore per il futuro che viene: quello che ci racconta un panorama enoico “d’Italì” mai come oggi generoso dispensatore di qualità diffusa. Quindi, lo avrete capito, i vini più sorprendenti dell’anno non sono obbligatoriamente i vini più buoni dell’anno. Semmai, in certi casi, ne costituiscono la speciale costola. Insomma, in questa particolare disamina non ci sarà spazio per tutti quei vini, e sono tanti, la cui enorme bontà non rappresenta per me una sorpresa. Penultima annotazione, importante: ci riferiremo a vini usciti sul mercato nel corso del 2015. Ultimissima: le immedesimazioni sono sensazioni personali. Ovvio. Senza pretesa alcuna di indottrinamento. La prosopopea e la trombonaggine snob, anche per quest’anno, non abitano qui.

Lo scrigno rosso della Vallée

·         Valle d’Aosta Fumin 2013  – Feudo di San Maurizio

·         Valle d’Aosta Fumin 2013 – Elio Ottin

·         Valle d’Aosta Syrah 2013 – Rosset

elio ottin_logoSe avete intenzione di lasciarvi sedurre dalla affilata e freschissima fisionomia dei bianchi valdostani hai voglia te di suggestioni, di indirizzi utili e di valori sicuri! Però, una volta tanto, non sarebbe male soffermarsi sul panorama in rosso della Vallée, perché la piega che prendono i vini rossi a queste latitudini è assai speciale, e farà la felicità di coloro che amano i contrasti, l’agilità, con tutto il portato di sfumature aromatiche che sole attengono alle alte giaciture e ai microclimi estremi. Se poi mettiamo sul piatto dei ragionamenti vitigni tipici e misconosciuti come il Fumin, beh, la sorpresa sarà servita su un piatto d’argento. Fumin feudo san maurizio_etiPer cui, se riuscirete ad incrociare le rotte del Fumin 2013 di Feudo di San Maurizio o del Fumin 2013 di Elio Ottin (eh sì, la reperibilità e le tirature non sono purtroppo le voci fondanti della produzione valdostana!) vi accorgerete di quanto carattere vi dimori, e di come la freschezza acida riesca a stimolarne la beva, rendendo i sorsi golosi, succosi, trascinanti, senza scorie od appesantimenti, corroborandone il profilo sanguigno e fruttato tipico della varietà.

Rosset_logoSe siete invece portati ad apprezzare il conforto amico di un vino-vitigno d’ascendente internazionale, provate il Syrah 2013 di Nicola Rosset per ricredervi di tutte le ovvietà: qui respirerete originalità da tutti i pori! Sì, se proprio dovessi scegliere un Syrah italiano, quest’anno mi fermerei dalle parti di Quart. E’ un vino “montanaro”, travolgente, dinamico, articolato, che unisce dettaglio aromatico, maturità di frutto e progressione in un bicchiere solo. Una sorpresa di invidiabile purezza.

Venti da Nord (Piemonte)

·         Lessona 2011 – La Prevostura

La Prevostura_logoIl Lessona 2011 di La Prevostura è (come) un vento fresco che viene dal Nord, portatore di umori buoni, purezza, pulizia, aerea raffinatezza. Doti che ho trovato nelle rifrangenti trasparenze di un insistito sfumare cromatico, nella delicata e cangiante tessitura dei profumi, nello struggente candore di un sorso. E’ un vino lirico, aggraziato, proporzionato, come sospeso. Che quando uno lo assaggia, me lo immagino di già, sarebbe portato ad esclamare: “ E’ (come) un Borgogna!”. E no, cazzo, è un Lessona, un Nebbiolo delle colline biellesi, un Nebbiolo delle sabbie fini. Teniamoci stretti ‘sti privilegi di autoctonia e territorio. Ma non per conservarne il ricordo quasi fossero anticaglia sentimentale, ma per promuoverne originalità e potenzialità ATTUALI. Senza apparentarli sempre e comunque a qualcosa d’altro. Sarebbe un ben crescere.

Il Nebbiolo ama vestire classico. L’importante è non dimenticarselo.

·         Poderi Colla – Barolo Bussia Dardi Le Rose 2011

·         Rinaldi Francesco e Figli – Barolo Brunate 2011

Poderi Colla_logoUno dei capitoletti nel quale potrebbero, anzi dovrebbero, annidarsi l’ovvietà o l’errore prospettico. Ne sono cosciente. Perché due classicissimi nomi dell’enologia piemontese come Poderi Colla e Rinaldi Francesco e Figli (da non confondersi con Beppe Rinaldi) non dovrebbero suscitare sorprese. E invece ho come un sentore, un noise, che mi bisbiglia nell’orecchio che questi nomi non siano propriamente sulla bocca di tutti come meriterebbero. Perciò ho atteso l’occasione buona per ricordare ai distratti (o ai detrattori a prescindere) l’esistenza di un paio di “manifatture” tradizionali che sul Nebbiolo di Langa sono solite muoversi su precisa ispirazione dei rispettivi terroir di pertinenza. Senza interferenza alcuna, ma in modo rigoroso, aureo, finanche ortodosso.

Rinaldi Francesco e figli_logoL’occasione buona mi è stata offerta dagli ultimi conseguimenti, davvero sorprendenti per qualità tout court. Il Bussia Dardi Le Rose 2011 di Tino e Federica Colla (rispettivamente fratello e figlia del mitico Beppe Colla, già deus ex machina della Prunotto dei tempi d’oro) ha un respiro talmente ampio e complesso a cui difficilmente potrai resistere. Fonde struttura, forza e solidità in un quadro articolato, sfumato, solcato da un’elegante tannicità, leggera come un soffio. Dal Barolo Brunate 2011 di Paola e Piera Rinaldi emerge limpidamente la speciale attitudine del prestigioso cru, in grado di abbinare energia e raffinatezza in modo originale e riconoscibile come pochi altri cru possono permettersi di fare. Cadenzato da una profonda coloritura balsamica e da guizzanti armonie agrumate, è un vino arioso, fresco e ispirato.

Il vecchio che avanza, il nuovo che retrocede

·         Prunotto – Barbaresco 2012, Barbaresco Bric Turot 2012, Barolo Bussia 2011, Barolo Riserva Bussia Vigna Colonnello 2009

·         Sottimano – Barbaresco Pajoré 2012

In questo caso, più ancora che nel capitoletto precedente, la sorpresa potrebbe derivare dal fatto di trovar citati nomi straconosciuti. Ma com’è possibile? Il rischio della svista corre sul filo, è vero, ma ne sono consapevole. Al punto tale che vi chiedo se vi sia capitato di assaggiare recentemente le ultime “cose” di queste due maison langarole. E magari di confrontarle con le medesime “cose” prodotte fino a qualche vendemmia fa. Perché ci vuol poco a capire che qualcosa non torna: che non torna con il recente passato stilistico, intendo. Per cui questo capitolo è quanto mai dovuto, non foss’altro perché sfata pregiudizi e intende suggerirci di “esperire”, prima di tirar le somme. In ambo i casi stiamo infatti assistendo ad un graduale cambiamento di rotta, o di sensibilità interpretativa se volete. Ciò che ha coinvolto e sta coinvolgendo le ultime annate in gioco.

Prunotto_logoEpperò l’incontro con i Barbaresco 2012, il Barolo Bussia 2011 e il Barolo Riserva Vigna Colonnello 2009 di Prunotto vi farà balzare dallo scranno: tanta la purezza, la capacità di dettaglio, la recuperata nitidezza, l’eleganza che traspaiono da ogni referenza. Impressionanti per qualità del disegno, sono vini che ti riconciliano con la Langa più autentica, dove la sobrietà stilistica consente il riaffiorare di quei dettagli, un tempo offuscati dalla confezione, che portano dritti dritti verso la differenziazione caratteriale di ogni singolo cru. Bello. E sorprendente.

Sottimano_logoEd è sulle tracce di un percorso per certi versi analogo che ritroviamo una splendente eleganza e una sinuosa sensualità nel nuovo Barbaresco Pajoré della famiglia Sottimano, dove lo stile più temperato e meno “aggressivo” del giovane Andrea, figlio di Rino, rompe con il passato per recuperare equilibrio espositivo, chiarezza e sfumature sottili. Doti queste appannaggio di un incredibile 2012, a mio parere fra i più riusciti Barbaresco di quella vendemmia. E pensare che i vini di Sottimano, fino a poco tempo fa, non è che mi facessero impazzire. Più sorpresa di così!

Nebbiolo high spirit

·         Dirupi – Valtellina Superiore Riserva 2012

·         Fojanini La Castellina – Valtellina Superiore Sassella 2010

Dirupi_logoVolendo chiudere il cerchio con i Nebbiolo, non può mancare l’amata Valtellina. Che una sorpresa, gira che ti rigira, la regala sempre. Il Valtellina Superiore Riserva 2012 di Davide Fasolini e Pierpaolo Di Franco, per esempio, è la quintessenza del Nebbiolo di montagna, il cui struggente bouquet da solo vale l’esperienza. Perché è ineguagliabile purezza. Un vino che dissimula la sua salda struttura in un disegno aereo, raffinato, infiltrante, concretizzando uno dei bicchieri più toccanti dell’anno. E pensare che questi ragazzi hanno solo poche vendemmie alle spalle!

Fojanini_Sassella_etiLa nobile Fondazione Fojanini invece centellina a dovere le uscite sul mercato. Sembra non avere fretta. Ma quando i vini finalmente escono sanno sempre il fatto loro. Soprattutto, sanno come emozionare. Per quel gusto antico di pietra e sole. Per lo stile impeccabile, l’impalpabile bellezza. Per l’equilibrio e per quelle trame letteralmente intessute di rimandi. Il Sassella 2010 è la risposta adeguata per tutti coloro che, in preda ad inspiegabile smarrimento, non confidano più sulla potenza di un terroir. Ecco, un vino così ti scuote dal torpore emotivo e ti risveglia dalle assuefazioni. Un vino così ti cura.

L’avresti detto mai?

·         Brera 2014 – Tenuta Il Bosco

Brera_Tenuta Il BoscoL’avresti detto mai che dalle terre oltrepadane se ne uscissero con un bianco così? E avvertite, no?! Perdipiù proveniente da una cantina appartenente alla galassia Zonin: apriti cielo! un nome pressappoco impronunciabile negli ambienti del vino che conta. E’ proprio vero che alle pulsioni interiori non si comanda (sennò che sorprese sarebbero!?). E così mi sono lasciato sedurre dal ritmo, dalla nonchalance e dalla persistenza di questo bianco maledettamente economico della Tenuta Il Bosco, taglio di riesling con un piccolo saldo di malvasia aromatica di Candia. Perché grazie ai sottotraccia, al dico non dico, alla sua ficcante verticalità e a certi risvolti citrini, zitto zitto è riuscito ad intrufolarsi fra le sorprese più sorprendenti dell’anno.

Poteva mancare un Riesling?

·         Zanotelli – Trentino Riesling Le Strope 2012

Zanotelli_logoSe parliamo di valori sicuri in tema di Riesling, non è che in Italia ci sia da sbizzarrirsi in lungo e in largo, ne converrete. Ecco, aldilà delle sporadiche ma luminose eccezioni, che gli appassionati del genere sapranno ben rintracciare, via dalla pazza folla se la gioca alla grande il Riesling Le Strope della famiglia Zanotelli. Perché onora da par suo l’esigente tipologia, trasfigurandola in modo personale grazie al microclima di quei luoghi, l’appartata Val di Cembra trentina. Il profilo affusolato, dinamico e reattivo dei bianchi della casa possiede infatti una timbrica talmente speciale che è istruttivo, oltre che appagante, conoscere. Se poi vi capiterà di visitare i luoghi di provenienza, ancor di più vi colpirà l’amorosa corrispondenza euritmica instauratasi fra vino e territorio.

Il profil(o) dei macerati

·         Profil-Roberto Ferrari  – Pulsar

Profil_logoRicopio pari pari lo stralcio di una recente “Prospettiva del bufalo”, dedicata come sempre ai vini fuori dal coro. Perché la compagine dei macerativi quest’anno è stata illuminata da una autentica sorpresa, annunciata da un produttore sconosciuto e da un vino sconosciuto. Come se non bastasse, proveniente dall’Alto Adige, pensa te!

“….il profilo (o forse solo profil?) macerativo di questo bianco si accende di una illuminante sensazione uvosa, sostenuta da una intensa energia aromatica: una energia ben scandita, vivida, presente. Sono buccia di mela, agrumi canditi, tè alla menta, spezie fini e zenzero. Dal piglio sapido e personale, l’anima artisan che ne caratterizza l’eloquio si fa sferzante. Non un’ombra ossidativa, nessun tannino ad ingombrare il passaggio, solo grinta e acidità impettita ad indirizzare il sorso verso un finale arioso, fresco, lungo, coinvolgente, dove tutto, ma proprio tutto, depone a favore di bevibilità.

Un vino che tradisce gli aspetti più ovvi della tipologia solo dal colore. Per il resto ha un respiro, una fragranza e una fisionomia assolutamente non scontati.  Concretizza traiettorie coronate di compiutezza, questo è, con le quali è bello averci a che fare. Poi approfondisci, e ti accorgi che sono tre uve aromatiche a comporre la palette “costituzionale”: sauvignon, moscato giallo e traminer. E scopri pure che in etichetta l’annata non è specificata perché lì dentro vi si mischiano i contributi di due vendemmie diverse, nello specifico 2012 e 2013. Una cuvée, insomma. Ma una cuvée di pregio, che apre una finestra nuova sul chiacchierato orizzonte stilistico degli orange wines, una genìa la quale, fra incrollabili ammiratori, detrattori incalliti, slanci entusiastici e “discese sulla terra” non smette mai di incuriosire, infervorare ed affascinare. Ecco, qui il fascino (indiscreto) acquisisce un senso oggettivamente reale, che non puoi evitare. Per questo la storia futura di Pulsar, oltre che tutta da scrivere, sarà tutta da seguire”.

La liberazione delle schiave

·         Upupa Rot 2012 – Martin Abraham

·         Lago di Caldaro Classico Superiore Scelto Pfarrhof 2014 – Kaltern

·         Elda 2011 – Nusserhof Heinrich Mayr

·         Lago di Caldaro Classico Superiore Plantaditsch R 2014 – Tenuta Klosterhof

Abraham_logoIl futuro del vino altoatesino non potrà (più) prescindere dalla riconsiderazione convinta, direi nobilitazione, della sua uva a bacca rossa per antonomasia. Stiamo parlando della schiava, localmente detta vernatsch. Le sensazioni che si colgono nell’aria vanno in quella direzione. Perché in quella direzione, a ben vedere, si alimenterà distinzione. E riconoscibilità. Klosterhof_logoE idea di territorio. Sdoganare la Schiava dai ristretti confini regionali costituirà una delle missioni più belle e riconcilianti che ci possano essere per la vitivinicoltura dell’Alto Adige, al fine di recuperare un pregresso di storia, tradizioni e “senso” che si fa, a mio parere, insopprimibile necessità. Kaltern_logoAd esser sinceri, sono diverse le realtà che già si stanno muovendo nell’ottica auspicata. Ne segnalo quattro, alcune delle quali conosciute, altre meno: un giovane produttore di Appiano di cui si mormora fra gli aficionados del vino d’autore in odor di naturalità (Martin Abraham); una storica cantina cooperativa (Kaltern, ossia i Viticoltori di Caldaro) che ha recentemente introdotto importanti cambiamenti di “visione” stilistica al suo interno; un vero e proprio monumento dell’artigianalità fatta vino, a nome Heinrich Mayr; una minuta realtà di Caldaro, artigianale savasandir, guidata da Andres Andergassen (Klosterhof).

Nusserhof_logoEcco, da questi quattro testimoni liquidi in cui la schiava è protagonista potrete capire di cosa stiamo parlando. Di quanta originalità, spigliatezza, simpatia vi dimori. Ché poi sono vini non soltanto straordinariamente indicati per la tavola, il che è già un bel presentarsi, ma abbinano anche effettive doti caratteriali, a sancirne la fiera diversità organolettica. Con una affinità in comune: l’abbagliante naturalezza espressiva.

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