La bella nudità. Barolo Riserva Borgogno in verticale

Di • 9 mar 2016 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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Borgogno_bottiglieSe pensi di doverti scervellare per scegliere un nome emblematico di Langa su cui focalizzare attenzioni e magari organizzare approfondimenti, un nome in grado di mettere d’accordo storicità, primogeniture, blasone, evocazioni e mito, ti sbagli, perché di sforzi ne dovrai far pochi: Borgogno (dal 1967 Borgogno Giacomo & Figli) è l’indirizzo giusto a cui bussare.

Cantina pluricentenaria (inizia a produrre vino dal 1761, tanto per intendersi), storia familiare importante, stile che ha fatto scuola, etichette “parlanti”. E, grazie al geniale Cesare, nei primi del Novecento l’avvio di una pratica per i tempi rivoluzionaria perpetuata fino ai giorni nostri: mettere da parte e conservare in cantina le migliori annate di Barolo per proporle sui mercati molti anni più tardi, addirittura dopo vent’anni. Quindi un vino pensato per sfidare il tempo, un vino da attendere. E’ l’idea fondante da cui nascerà il Riserva Borgogno.

Alla base di un privilegio il concetto empirico caro ai vecchi di Langa: la commistione di uve nebbiolo provenienti da cru differenti. Per la sacrosanta e legittima necessità di bilanciare il bilanciabile in ragione della vendemmia in gioco, e al contempo di creare un timbro stilistico riconoscibile. Alla base di un privilegio, soprattutto, dei vigneti di razza. E’ così che dagli storici appezzamenti di proprietà nei Cannubi (il cuore dei Cannubi), nel Liste e nei Fossati, tutti e tre ricadenti nel comune di Barolo, discendono le uve che andranno a costituire l’ossatura dei Riserva Borgogno, vini quindi che hanno affidato le proprie sorti all’inarrivabile mix di robustezza ed eleganza delle migliori parcelle dei Cannubi, alla fresca e verticale classicità del Liste e alla leggiadra tessitura aromatica dei Fossati.

Li traguardiamo oggi in una verticale storica a cavallo di due decenni, in piena gestione Boschis, famiglia imparentata alla Borgogno per via di Ida, nipote di Cesare Borgogno, colei che dopo la sua morte, nel ’68, prese le redini della cantina assieme al marito Franco Boschis, e dopo di loro i figli Cesare e Giorgio, giù giù fino all’ultimo atto, l’acquisizione avvenuta nel 2008 da parte della famiglia Farinetti.

Riscoprire l’accecante purezza di questi vini è come fare idealmente un tuffo nel passato, perché l’ancestrale nobiltà di cui si vestono mal si colloca nel tempo, dal momento in cui ti ispira qualcosa di primigenio, di non studiatamente elaborato. E’ verità di vino nudo e senza fronzoli, la cui eleganza è un’eleganza temperata, sottesa eppure gravida di significati. Un vino signorile, robusto e compassato, questo è. Che sa offrirsi secondo sorsi complessi, mai immediati eppure invariabilmente esaltati dall’accostamento con i cibi. Ne intuirai l’aulico classicismo. E ne apprezzerai nitidamente il timbro apposto da ogni vendemmia, da quando sentirai la materia plasmarsi nelle differenti rifrangenze di umore pur rimanendo intatta nella sostanza, che è poi quella tipica di un vino maschio e austero (con le debite eccezioni, vedi il sinuoso 2004) ma non per questo irriducibile, la cui straordinaria tessitura sapida trasuda letteralmente terroir.

Borgogno Riserva etiE’ vero, questa appagante verticale richiede un ringraziamento. Alla perseveranza e alla passione di Lorenzo Coli e Nicola Frassi, inseparabili compagni di bottiglie, che si sono armati di tutta la pazienza necessaria acquistando i preziosi vini nel tempo per pensare di riproporli ad una ristretta cerchia di amici al fine di poterli apprezzare nella loro più naturale delle collocazioni. Sta nella spontaneità di un gesto condiviso, nella capacità di racconto dei cibi terragni cucinati da Lorenzo (apparentabili per qualità ad un Riserva 2001!), nella dimensione ludica e pagana di un convivio rilassato e attento il senso in più di una giornata particolare.

Borgogno Riserva 2005

Il più giovane del gruppo e si sente: ficcante il pungolo dell’acidità, ad instradare le trame di un vino dritto ed affusolato, quale ispirato mélange di frutto e mineralità, dotato peraltro di uno sviluppo fresco e lineare. La giovanile scontrosità alimentata da una annata “classica” come la 2005 si stempera qui in un finale “mosso” e contrastato, che dimostra come il tempo faccia bene al mitico Borgogno, consentendogli di esprimersi su livelli di godibilità e complessità non così manifesti all’inizio della parabola evolutiva. Colpisce per croccantezza di frutto e sincerità espressiva, portamento e nonchalance. E il futuro non lo spaventa.

Borgogno Riserva 2004

Bella la vitalità aromatica, con la trama dei profumi appesa alle ragioni di un frutto rosso ancora vivo e suadente, a rendere il quadro elegante, diffusivo, sottolineato da riflessi marnosi e floreali. Succoso, bilanciato e ben bevibile, il millesimo generosamente espansivo lascia che sia l’anima più tenera e delicata dei cru ad esprimersi. E se con l’aria tende a perdere un pizzico dell’iniziale fragranza per apparirti meno complesso delle attese, garbo e flessuosità suggellano un sorso la cui femminea avvenenza non puoi proprio evitarla.

Borgogno Riserva 2001

Ai massimi livelli di espressività e caratterizzazione. Il tutto ottimamente scandito sotto l’egida di una manifattura tradizionale, quella che esalta purezza e sostanza, senza bisogno di orpelli, sovrastrutture o documenti di identità. Esemplare per proporzioni, saldo e al contempo dinamico nella articolazione, è progressivo, lunghissimo, salato, dal tatto carezzevole e dai tannini integri e maturi. Di razza scelta, è un bel vedere.

Borgogno Riserva 2000

Fra i dieci alfieri di oggi il più problematico, quello per il quale è lecito sospettare una bottiglia non al meglio. La carnosità del tessuto non manca, ma l’eloquio impastato, l’incerta integrazione del rovere e le più che latenti asciugature del finale depongono a favor di dubbio.

Borgogno Riserva 1999

Qui la classe batte un colpo: flemmatico, compassato, austero, roccioso, di nobile compostezza. E’ IL vino. E’ il Grande Nebbiolo nella sua quintessenza e nella sua aulica classicità, ispirate da una annata coi fiocchi. Bellissime la coesione e lo slancio, enorme la diffusione, corroborata da un gran sale e da un gran tannino. Che bello!

Borgogno Riserva 1998

Sottopeso, verrebbe da dire. Un vino che qualche cosa acquista -spigliatezza- e qualche cosa perde, come struttura, ciccia, densità. Qui infatti non puoi contare sulla presenza scenica degli altri campioni di oggi, perché percepisci incerti gli attributi della robustezza. Eppure scoprirai nei sottotraccia e nella bevibilità le armi pacifiche in grado di onorare alla meraviglia degustazione e cibi. Struggente nel frattempo il coté aromatico, come sospeso, capace di portarti lontano. Longilineo, affusolato e salino il gusto. A ben vedere, fra tutti, quello che assomiglia di più ad un Sangiovese chiantigiano!

Borgogno Riserva 1997

Ematico e carnoso, dà il meglio di sé dopo la stappatura, prima che le intemperanze di una annata calda si riflettano nell’eloquio, riscaldando le trame e rendendole meno dettagliate. Ma sostanzialmente è un vino la cui caratura tannica non eccezionale ben si combina con la tavola, valorizzandone l’indole gastronomica, e dove l’approccio caldo e sostanzioso non perde mai i connotati della gradevolezza, conservando strenuamente un provvidenziale grip gustativo, senza sfrangiature alcoliche o inopportuni restringimenti di carreggiata nella persistenza.

Borgogno Riserva 1996

Cromatismi e tono aromatico a dir poco imperativi, a far da scorta ad un profilo carismatico, attraente quanto introspettivo: rigore ascetico, sentori di bacca selvatica e tannini abbondanti (ma senza crudezze). Sei di fronte ad un tipico testimonial del millesimo ’96 di Langa: granitico e orgogliosamente riservato. Non fa una piega al tempo, questo è, ma nemmeno si sdilinquisce. Le effusioni e le carezze non fanno parte del repertorio. Non ora. Tu stai alla porta e aspetti un cenno, un movimento, un’intesa. Lo aspetteresti per sempre, senza sentire affatto il peso di un’attesa.

Barolo Riserva 1995

Granato old fashioned, poi funghi, caramello, liquirizia, sottobosco e fogliame ad intridere il sorso di umori autunnali. La trama è risolta, lievemente terrosa e corrugata, la chiosa salina e rarefatta, in odor di  caffè. Un lampo agrumato ti illude. D’accordo, mostra il fianco all’evoluzione, ma senza che perda contegno e dignità. L’aria gli concede di giocarsi la sua partita nella prim’ora, e lui se la gioca bene. Dopodiché sopraggiungono -irriverenti- le sfrangiature del tempo, e il disegno tende a disperdere nitidezza e coesione, scolorandosi un po’.

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