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Incontri di Langa, in Langa. Seconda parte: Mascarello Giuseppe e Figlio

Mascarello M e Figli_ MauroLa statura iconica e narrativa assunta dai Barolo di Mauro Mascarello potresti apparentarla soltanto ai migliori brividi emozionali di cui sono capaci i sogni belli. Quelli che vorresti sognare ancora e ancora, dipendesse da te. La purezza che traspira da quei bicchieri, con l’inconfondibile cifra stilistica, affonda la ragion d’essere in terroir elettivi e in una affermata sensibilità interpretativa. E’ ciò che la storia ha sancìto, decretato e portato fino a noi, raccontandoci di traiettorie espressive a cui facciamo fatica ad associare un tempo. Perché quei vini altri non sono se non vini a-temporali.

Forse è per questa loro strana attitudine che sono risultati alquanto antipatici, in primis, a diversi produttori di quelle stesse terre. Antipatici per come lo può essere un vecchio ammennicolo che vorresti vedere superato dall’oblìo. Nello specifico, sono risultati antipatici a tutti coloro che, del tempo, intendevano fissarne il dettato “metodologico-espressivo”, enologicamente parlando. Rompendo con la tradizione, certamente, per reinventarsi approdi nuovi che a un certo punto della storia però non si sapeva manco più da che parte stavano. Ecco, in quei tempi là, i cui rigurgiti sono arrivati fino all’altro ieri, se parlavi in termini positivi dei vini di Giuseppe Mascarello e Figlio (o di altri viticoltori che ben vi immaginerete) a quella genìa di produttori o  – apriti cielo! – all’altra genìa, ancora più insidiosa e “irreggimentabile”, della stampa specializzata, era tutto un fiorire di bocche che si storcevano. Rischiavi veramente di essere tacciato di passatismo o di anacronistico attaccamento verso vini, a loro modo di vedere, retrò, approssimativi, da considerare alla stregua di anticaglia enologica figlia di una agronomia fuori del tempo.

Monprivato_vignaQuasi che quei vini non fossero capaci di parlare di per sé, e di mostrare in piena evidenza le cose come stavano. Un’evidenza che, semplicemente, abitava e ancora abita le stanze della bellezza. Nel nome del radicamento territoriale, nel rispetto verso ciò che la Langa è stata, per la mera compiutezza di un sorso, così difficile da evitare. Nessuna bocca da storcere, quindi, se non quelle più sensibili ai pregiudizi forcaioli assai ricorrenti all’interno della cosiddetta scuola stilistica “moderna”, fra le principali cause dell’appiattimento espressivo dei vini di Langa, e al contempo, stranamente (ma neanche tanto), concausa del crescente successo di quegli stessi vini sui mercati internazionali. Una spinta propulsiva e anti-conservatrice che negli anni è andata progressivamente ridimensionandosi per approdare oggi, quando non a radicali ripensamenti, a più coscienziosi reindirizzi.

Ed è stato così che i vini a-temporali della famiglia Mascarello  – assieme agli altri della “razza antica”- hanno resistito con fierezza, e senza compagnie cantanti, a tutte quelle scosse epocali che intendevano depotenziarne la valenza semplicemente silenziandola, estromettendola, derubricandola. Risultato? La loro nomea è rimasta intatta, la loro fisionomia una confortevole certezza nel mare magnum di Langa. E se proprio dovessi sforzarmi di rintracciare una dicotomia quantomeno dialettica nell’universo “mascarelliano”, ebbene questa potrebbe dimorare, chessò, nello stridore apparente fra la normalità disadorna di una casa-cantina situata fuori Langa, né più né meno intesa come mero luogo di lavoro (ma che altri dovrebbe essere sennò!?), e la struggente luminosità di quei vini, che in cuor mio potrebbero benissimo provenire da un castello di cristallo. Ciò che poi, a ben vedere, non fa che rafforzare l’asserto: conta niente l’involucro!

Mascarello M e Figli_bottiglieAldilà delle visioni contingenti però, ci pensa la compassata bonomia di un Mauro Mascarello alle prese con le stappature a farti dimenticare in fretta certi arzigogoli mentali. Con quel suo profilo risorgimentale, con quella voglia di comunicare la propria realtà senza mitizzarla, con la capacità di ascolto, con la sensibilità propria di chi dà la medesima importanza al più famoso dei degustatori così come all’ultimo degli appassionati, è una confidenza gentile la sua, mai sopra le righe, né affettata né impostata. Una gentilezza di stampo antico, ecco, fra pacata introspezione, cortesia e concretezza di gesti semplici: l’unica reale “anticaglia” della cui diffusione, peraltro, ce ne sarebbe davvero un gran bisogno.

Dolcetto d’Alba 2014 (vigneti di proprietà)

Schiettezza, sincerità, equilibrio: tutte insieme, tutte qui, in un bicchiere dall’eloquio trattenuto, di debole sensazione alcolica ed appagante naturalezza espressiva. E se passa distante dai lidi della complessità non importa, ne apprezzerai la complicità grazie a quella trama gradevolmente ossuta, prodiga di umori artigiani e buon senso.

Barbera d’Alba Scudetto 2012 (vigneti in Monforte, suoli di natura calcarea-sabbiosa-argillosa)

Fascino antico & ciliegia confit, dai rimandi “lamponati”. Naturalezza e dolcezza di frutto convivono armoniosamente ma senza troppi ricami attorno, perché è un vino che gioca di immediatezza. Eppure sa come si gioca.

Barbera d’Alba Santo Stefano di Perno 2011 (porzione esposta a sud est, su suoli meno sabbiosi rispetto a quelli da cui proviene Scudetto)

Più colorata e più corposa rispetto alla Scudetto, la dimensione strutturale ne propizia trame meno confidenziali e sicuramente più austere, ciò nonostante maledettamente intriganti, soprattutto per l’idea di futuro che riescono a trasmettere.

Langhe Freisa Toetto 2012

Caffè, erbe officinali, spezie, sottobosco e liquirizia. Schietto, verace, “gastronomico”, la chiusura terrosa e un po’ confusa ne afferma il carattere, magari non la finezza.

Langhe Nebbiolo 2013

Colore cerasuolo brillante, di sconfinata trasparenza. Fresco, gioviale, etereo, incantato, in lui riconosci il “timbro mascarelliano”*. Si libra all’aria senza affondare il colpo sul fronte della complessità, ma il subitaneo rapimento emotivo porta a non fregartene affatto. Delizioso!

Barolo Villero 2011 (parcella da 0,70 ettari acquistata nel 1988)

Concentrazione qb (quanto basta), indole elegante, delicati svolazzi eterei, fondo struggente di frutto e fiore. E’ un naso sottile, come suol dirsi in questi casi. Al palato hai una ventata di purezza e una innata disinvoltura, a delineare ed instradare un profilo gustativo interiorizzato e bello, vestito di sola nudità.

Barolo Perno Vigna Santo Stefano 2011

Più colore e più ciccia rispetto a un Villero pari annata. In piena coerenza quindi meno flessuoso, d’una pienezza di matrice “argillosa” che non disperde comunque grinta e tenacità. Non possiede la carezzevole consistenza degli esemplari più ispirati della specie, ma un’interessante quadratura e quella ormai proverbiale sua compattezza che nelle annate più risolte non ti fanno rimpiangere la leggera latenza in dettagli e in chiaroscuro.

Monprivato_etiBarolo Monprivato 2011 (la prima porzione dell’attuale, mitico monopòle di Castiglione Falletto fu acquisita nel 1904. Qui dimora la vigna più vecchia ancora oggi in dotazione, datata 1952)

Altro passo, altra luce. E’ stoffa buona per i giorni di festa, respiro profondo che ti salva. Vin de soif se ce n’è uno, scorrevolezza e nonchalance si esaltano, contribuendo a regalarci una interpretazione a suo modo definitiva di Monprivato, da lasciare ammutoliti. Tutto il “timbro mascarelliano”*, l’eleganza, l’idillica rarefazione e la carezzevole suadenza tattile di cui può essere capace un vino abitano questo bicchiere. Lunghissimo e irradiante, è impossibile dimenticarlo.

*”Timbro mascarelliano”. Dal dizionario Pardini: misto di candore e tenerezza fruttata, tratteggiati da una delicata vena eterea a sostenerne lo sviluppo e a far “librare” il sorso nel verso delle sfumature di sapore.

Altre definizioni, in aggiunta alla precedente o da considerare a se stanti:

“Soffio” di aromaticità ricamata a punto croce;

Sensuale tattilità da sfiorare l’impalpabilità;

Naturalezza allo stato puro.

Nota finale: esigenze narrative hanno legato questo racconto alla figura fondante del grande Mauro Mascarello. Ma, sia pur in sottotraccia, hanno inteso parimenti tener conto del contributo alla causa di tutta la famiglia: il figlio Giuseppe, la figlia Elena, la moglie Maria Teresa. 

Visita aziendale effettuata nell’incipiente primavera del 2016.

Contributi fotografici, in ordine di apparizione: Mauro Mascarello alla stappatura; sua maestà Monprivato; le bottiglie di un giorno.

Altri incontri di Langa: Poderi Colla, Boroli, Elvio Cogno

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