Barolo Vignarionda Oddero, la razza non invecchia e i cruciverba saranno tutti nuovi

Di • 16 Nov 2016 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio 2 commenti
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vignarionda2006riserva_etiCi stavo pensando da un po’: ma il Barolo Vigna Rionda di Oddero (Oddero Poderi e Cantine) che fine avrà fatto? Eppure l’incedere solenne di certe vecchie annate si era insinuato stabilmente fra i ricordi miei migliori, assieme al fascino autunnale di un 2001, struggente e malinconico come un blues liquido. Poi il vuoto di memoria. Disperse ho le tracce. Certo è che perdo colpi. Forse invecchio, sicuramente invecchio. Eppure ero sicuro che un pezzetto della celebre vigna di Serralunga fosse rimasto a disposizione di Maria Cristina Oddero e della sua famiglia, dopo la spartizione del patrimonio viticolo fra loro e lo zio Luigi, che negli anni Duemila avviò poi la Luigi Oddero e Figli. Mi ero perso qualche cosa?

Ecco, oggi sono stato ripagato di un’attesa e alleggerito di un dubbio. E pure tranquillizzato circa le incertezze psicofisiche dovute all’età: Vignarionda è vivo e lotta insieme a noi. Soltanto che lo fa a modo suo. Ovvero, riemerge alla cronaca dopo una pausa di riflessione durata “appena” dieci anni. Tanti sono quelli di affinamento decisi per lui dalla famiglia Oddero. Un’unicità nell’unicità. A monte, una piccolissima parcella che non arriva a un ettaro, abitata da piante vecchie (1972, 1983) e nuove (2007) e contenuta nel paradigmatico cru Vigna Rionda di Serralunga d’Alba, da sempre considerato lo “zoccolo duro” della grande galassia vitata di Langa. A valle, un Barolo a tiratura super limitata, a partire dal 2006 affinato dieci anni prima della commercializzazione. A lui l’onere e l’onore di succhiargli fuori l’anima, ai suoli bianchi e lunari della Vigna Rionda.

Maria Cristina OdderoSi è trattato di un ritorno in grande stile, onorato da una vendemmia coi fiocchi, in grado di far convivere armoniosamente, e in maniera oltremodo coesa, integrità di frutto, dimensione strutturale e voce alcolica, legandole assieme grazie ad uno straordinario telaio tannico, stratificato e tridimensionale. E’ ciò che troviamo impresso a fuoco nell’aristocratico Barolo Vignarionda Riserva 2006, intenso come una vertigine, definitivo come una visione.

Al suo cospetto mi sono frullate per la testa molte cose. Intanto la difficoltà reale a comprimerlo in una semplice nota di degustazione, magari arzigogolata e pure prolissa, figuriamoci poi se costellata di termini abusati o di ritriti cliché, tipici della piattezza arida e distante di cui si fa vanto, chissà mai perché, la letteratura enoica imperante. E così sono arrivato a concepire l’irriverenza: sintetizzare l’inarginabile. A tale scopo mi sono venute in soccorso certe Settimane Enigmistiche del tempo che fu. Accadeva che nei cruciverba la parola da stanare dovesse essere un sinonimo di “profondissimo”, composto di sole tre lettere. Bene, la parola era imo. E chi lo avrebbe detto mai che una parola così piccola e improbabile sarebbe stata in grado di contenere un “concetto” così grande?

Oddero_bottaiaDopo anni di esperienze, di vini bevuti e raccontati, dopo vagonate di parole maritate assieme nella speranza di regalargli un senso o un respiro diverso, di fronte al Vignarionda ‘06 di Oddero Poderi e Cantine riscopro tutta la pregnanza contenuta in un sostantivo brevilineo e disadorno, arcaico e desueto, apparentemente freddo come un suffisso.

Perché questo vino scava dentro, ecco cosa fa, fino alla parte più intima e profonda di un qualcosa. Di un’emozione, per esempio. O di una terra. Perciò i vari Bartezzaghi si mettano pure l’animo in pace: le nuove Settimane Enigmistiche ci sta che debbano scompaginare certe immutabili concatenazioni logiche o  semantiche care ai vecchi cruciverba. Fino al punto da non farci meravigliare più se, magari in un 27 orizzontale o in un 5 verticale, da qui in avanti ci troveremo scritto: “Vignarionda 2006”. Tre lettere. Imo.

Contributi fotografici: Maria Cristina Oddero in cantina; bottaia

 

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2 commenti »

  1. Illuminante, corro a cercare il vino!

    Curiosamente, passando da Barbaresco e non resistendo ai richiami del nebbiolo, trovo aperta la cantina di Gigi Bianco.
    Mi accoglie la terza parte maschile della famiglia(mi scuso ma non ricordo il nome) e mi fa assaggiare una sfilza di bottiglie, una decina o più, e dice: “Ho appena ricevuto la visita di un giornalista bravo, ha persino riconosciuto la differenza tra due lotti del 2011.”

    Grazie Fernando Pardini per le bottiglie trovate aperte!

  2. Ammazza, non se ne può fare una che vieni subito sgamato! 🙂
    Grazie Paolo per la lettura.
    fernando pardini

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