Elio Altare e i Barolo Boys, visti oggi

Di • 16 Nov 2016 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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BaroloBoys_cover_ITAEravamo considerati i ragazzi ribelli. Avevamo sfidato un sistema arcaico e dogmatico, finimmo per essere chiamati “Barolo boys”, i ragazzi del Barolo. Da qualcuno esaltati e posti su un piedistallo, da altri visti come nemici della tradizione e dell’identità della Langa”. Non ho vissuto in prima persona quegli eventi, ma recentemente mi è capitato di vedere il film Barolo Boys. Storia di una rivoluzione, di Paolo Casalis e Tiziano Gaia. Mi è venuta allora la curiosità di andare a ripescare qualche bottiglia simbolo di quel movimento e vedere, a distanza di un ventennio o poco più, che cosa hanno oggi da raccontare quei vini che tanto fecero discutere.   

La storia dei Barolo Boys la faccio breve. A cavallo tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 un manipolo di produttori langaroli, giovani, ambiziosi e con la voglia di trovare sbocchi commerciali ai propri vini, diedero vita ad un movimento rivoluzionario proponendo un modo “nuovo” di fare Barolo. Spinti da una tensione sperimentale autentica volta alla ricerca di una qualità diversa, che rendesse più facile l’approccio verso il “re dei vini”, iniziarono a sperimentare pratiche innovative in vigna e in cantina e a mettere a fattor comune le singole esperienze. Nacquero così una serie di vini che si staccavano totalmente dal modello del Barolo tradizionale: impeccabili dal punto di vista tecnico, basati su una ricerca spinta della concentrazione di frutto, sulla levigatezza dei tannini, su macerazioni brevi e su un consistente apporto del rovere da botte piccola. Un Barolo insomma più esotico e “facile”, che si impose come nuovo modello di riferimento sui mercati internazionali, Stati Uniti in primis (sotto la spinta dell’importatore Marc De Grazia, oggi produttore sull’Etna). Nel giro di pochi anni questi produttori – Elio Altare, Roberto Voerzio, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti, Marco Parusso, etc. – divennero delle vere e proprie star, acquisendo fama e benessere. Inevitabile fu la contrapposizione con i grandi e storici nomi di Langa (i vari Cappellano, Rinaldi, Bartolo Mascarello, Mauro Mascarello, Giacomo Conterno, Bruno Giacosa…): il “duello”  tra “tradizionalisti” e “modernisti” alimentò diffusamente le chiacchiere della critica e degli appassionati di quei giorni. 

Poi, come era forse inevitabile, la coesione del gruppo iniziò ad allentarsi: ognuno cercò strade più personali, l’individualismo ebbe la meglio sul gioco di squadra; quei modelli di vini iniziarono a segnare il passo e la meteora dei Barolo Boys pian piano si affievolì. Molti di loro, oggi, sono tornati a produrre secondo protocolli più “classici”, riacquistando ad esempio le botti grandi, all’epoca bandite dalla novità delle barrique. Altri hanno continuato a produrre vini di stile più “internazionale”, magari meno spinti, atterrando in una sorta di terra di mezzo dove abitano Barolo di concezione “moderna” ma rispettosi della matrice varietale e territoriale.

elio+altareIl produttore simbolo, capostipite del movimento di quegli anni, è senza dubbio Elio Altare (fu famoso, all’epoca, il taglio delle vecchie botti grandi di famiglia con la motosega, atto per cui Altare fu diseredato dal padre, che morì credendolo pazzo). Uomo coraggioso, intraprendente, carismatico, ma anche testardo e inflessibile, i suoi Barolo – Cerretta, Cannubi, Brunate e il celebre Arborina – continuano a strappare punteggi altissimi sulle riviste e guide americane, mentre le corrispondenti pubblicazioni nostrane li presentano oggi in maniera un po’ più “tiepida”. Ecco allora che sono andato a recuperare qualche bottiglia dell’epoca e grazie al sostegno di Vladimiro – patron dell’omonimo ristorante romano, tempio del mangiar bene e della dolce vita a due passi da Via Veneto (www.ristorantevladimiro.com) – mi sono seduto al tavolo con un gruppo di amici appassionati. Questo il resoconto della serata.

Barolo Vigneto Arborina 1988

Fu l’ultimo vino ottenuto da un blend di barrique e botte grande (che dall’anno successivo venne definitivamente abbandonata a favore della prima). Il colore è ancora molto vivo e profondo, brillante, davvero bello per un vino di quasi trent’anni. Al naso ha un attacco elegante, molto fresco, con una bella nota balsamica. Poi escono i profumi terziari, e quindi il sottobosco, l’humus, il tartufo, con una nota tostata/bruciacchiata che però non dà fastidio ed è oggi perfettamente integrata nel resto. In ogni caso sembra più giovane di quello che è. La conferma arriva in bocca, dove ha ancora una buona spinta acida, con un corpo sorprendentemente esile (visto lo stile di produzione) e un tannino soffice e levigato, come era prevedibile. Chiude con una sensazione lunga e piacevole. Insomma, un gran vino! Mi ha sorpreso perché sulla carta me lo aspettavo più “corpulento”, ingessato, prevedibile: e invece è un gran Barolo tout-court, con gli attributi.

Barolo Vigneto Arborina 1993

Il colore è simile al precedente mentre il profumo sale di intensità. Qui le note terziarie sono più evidenti: bosco, foglie secche e umide, terra, funghi, fiori secchi, e una nota di liquirizia che dopo qualche minuto esce prepotente dal bicchiere. Elegante anche questo ma più prevedibile. In bocca ha una buona struttura, molto equilibrio e piacevolezza, il tannino è soft e maturo. Bella beva anche in questo caso ma meno sfaccettato e sorprendente. Comunque un Barolo energico, di classe, per nulla snaturato da legnosità invadenti o surmaturazioni eccessive.  

Barolo 1998

E’ il vino con il profilo olfattivo più seducente di tutti. Qualcuno al tavolo lo ha definito poetico, con un richiamo alla nebbia mattutina delle Langhe. Io sono più pratico e dico che l’ho trovato intenso e complesso, con una nota fruttata – di more, cassis, marmellata di frutti di bosco – ancora viva, che non avevo avvertito nei due precedenti campioni. E poi tanta tanta altra roba, con una florealità ben espressa e accattivante. In bocca pure è convincente: equilibrato e corposo, ha un tannino più presente ma oggi perfettamente maturo. Bel vino anche questo, forse appena deludente nel finale, lungo e pulito ma un po’ asciugante.

Barolo 1999

Questo è l’opposto del precedente. Se il 1998 stupiva al naso per la sua “colloquialità”, qui abbiamo aromi e sentori più pesanti, con note scure che richiamano la pirite, la pietra focaia, la cenere. All’assaggio si conferma più denso e materico degli altri, con un tannino a grana più grossa ma comunque maturo e integrato. Il finale è molto persistente. E’ un vino ancora in evoluzione, ampio e ricco senza dubbio, ma un po’ fermo sulle sue. Da aspettare ancora per capire se vorrà aprirsi o restare arroccato.

Credits: la foto di Elio Altare è stata tratta dal sito Vinous di Antonio Galloni

 

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