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La cantina del Castello di Monsanto è il più grande spettacolo dopo il big bang. E il “Poggio” ’67 uno dei suoi primattori

Castello di Monsanto_scorci cantina 4Sapete quando la forma si salda alla sostanza e crea un tutt’uno? Ecco, Castello di Monsanto è anche questo, un’armonia sotterranea che investe cose, vini e persone. E’ bello tornare lì. C’è aria buona che ti rimette a nuovo.

D’altronde, che al Castello di Monsanto vi si respirasse un’aria speciale se ne sono accorti in tanti prima di noi. Ad esempio Mario Secci, Giotto Gigionesi e Romolo Bartalesi, tre storici lavoranti della fattoria i quali, trent’anni orsono, raccolsero e fecero propria una sfida bizzarra, tanto faticosa quanto eroica, governata esclusivamente dalla passione e dalla volontà di offrire un segno forte di riconoscenza che puntasse dritto al futuro.

Castello di Monsanto_galleria1Perché mettersi in testa di scavare a mano nel galestro, con tecniche antiche, una galleria lunga 300 metri ad arco etrusco ribassato per unire il vecchio (le cantine settecentesche della villa) al nuovo, è stata impresa epica e amorosa. Ci misero sei anni. Il risultato ammutolisce anche gli scribacchini più accaniti. Evoca rispetto, e passaggi di tempo, e memoria che non sfiorisce, perché è scrigno prezioso di sincere premure. Verso una famiglia -e una realtà agricola- che nel corso della propria storia non soltanto è riuscita nell’intento di creare (e conservare!) autentici capolavori liquidi, ma lo ha fatto grazie a un “di più” di condivisioni ed affetti.

Castello di Monsanto_esterni_2Oggi l’atmosfera che pervade Monsanto è come trafitta da una pace interiore che sembra coinvolgere tutto e tutti, protagonisti e viandanti. Placa aritmie e dispiaceri, lenisce struggimenti, ti fa sentire a proprio agio. Una pace che ha l’ardire dell’illusione peraltro, da quando la vedi tramutarsi in gesti accordati e in idee forti, semplici ma forti. Tese per esempio a non tradire gli intendimenti originari del fondatore Fabrizio Bianchi, colui al quale va ascritto per intero il merito di aver aperto le porte del futuro al Chianti Classico, o quantomeno a una certa idea di Chianti Classico. Lui quel futuro lo ha semplicemente immaginato nell’esplorazione attenta delle potenzialità del vitigno principe dei luoghi, il sangiovese, illuminandole a festa grazie all’esaltazione di un matrimonio imprescindibile con il proprio terroir, privilegio da cui far discendere razza e distinzione. Sta oggi nell’impronta “romantica” dei loro Chianti Classico, così intrisi di suadenza fruttata e mineralità, la summa di un percorso in itinere che ha assunto i crismi della classicità.

Castello di Monsanto_catasta poggio 62Ecco, c’è un vino che, in veste di “traghettatore di conoscenze e di sensibilità interpretativa”, è divenuto nel frattempo iconico e leggendario. Quel Chianti Classico Riserva Il Poggio -sangiovese con un piccolo saldo di canaiolo e colorino, fino al 1968 “abitato” pure dalle uve bianche-  che ancor oggi, per nostra fortuna, riposa in significative quantità nelle struggenti cantine settecentesche della villa. Fin dalla prima annata prodotta, datata 1962. E’ lui l’apripista del concetto di cru in questo territorio. Le sue uve provengono infatti da un antico poggio, morbido e tondeggiante, innervato da suoli a galestro, la cui speciale tessitura marca letteralmente a fuoco le intimità di questo vino, rendendogli una complessità minerale e un potenziale di longevità che hanno pochi eguali. Comprensibile quindi che il poggio sia divenuto la madre per tutte le selezioni massali susseguitesi nel tempo, andate poi a costituire la base per gli impianti rinnovati della tenuta.

Il Poggio_2Ho assaggiato molte volte, anche a distanza di decenni, diverse edizioni del “Poggio”, restandone immancabilmente affascinato. Per l’equilibrio e l’incanto sospeso, per la vitalità mai doma, per le suggestioni che è in grado di smuovere. E’ stato così anche pochi mesi fa, di fronte ad un incantevole 1967, millesimo neanche tanto importante, che ha suggellato da par suo l’ultima esperienza a Monsanto vissuta in compagnia di Laura Bianchi, figlia di Fabrizio, come a dire il presente e il futuro aziendale. Nei suoi occhi, nella proverbiale gentilezza e nella connaturata eleganza dei modi, così come nella vivacità intellettuale e nella stemperante ironia, vi intravvedi chiaramente le “stimmate” di una autentica donna del vino, patrimonio esclusivo del Castello di Monsanto. In lei convivono curiosità, rispetto e passione. E tanto basta.

Laura BianchiNel Poggio ’67, di rimando, convivono integrità, purezza e territorio. Insieme ai ricordi di arancia sanguinella e agli accenti fumé annunciano che in lui niente si è spento. Lo sviluppo è aggraziato, sciolto, “librato”; il gusto sapidissimo, fresco, seducente. La progressione è un soffio leggero, senza memoria di gradino tannico; è l’ispirata parentesi di un concedersi puro, armonia rarefatta di vino sentimentale. Ai suoi quasi cinquant’anni il tempo ormai non si interessa più.

D’altronde, che al Castello di Monsanto vi si respirasse un’aria speciale se ne sono accorti in tanti prima di noi. Aria buona che ti rimette a nuovo….

 

Contributi fotografici, in ordine di apparizione: cantine storiche; la celebre galleria scavata nella roccia; esterni villa; catasta de Il Poggio ’62; vigneto Il Poggio come in un acquerello; Laura Bianchi

 

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