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Due grandi vini irpini per iniziare bene l’anno

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Ho un legame di lunga data con la terra e i vini d’Irpinia. Negli ultimi anni non ho frequentato quelle zone con la stessa assiduità di prima, ma l’ammirazione per la gente ed i prodotti è rimasta intatta. Ecco allora che come sintesi delle fantastiche bevute di Fiano e Greco degli  ultimi mesi, vorrei proporvi i vini di due cantine che a mio modo riassumono i pregi di uno dei più vocati terroir bianchisti d’Italia: originalità, territorialità e qualità accessibile. E quando queste tre cose le trovi tutte insieme, beh, la condivisione è d’obbligo. Ovviamente il mio è un gioco: rappresentare con tre/quattro vini una realtà tanto sfaccettata e complessa, piena di coerenze e contraddizioni allo stesso tempo, è impresa vana. Però almeno lo spunto per qualche riflessione lo possiamo prendere.

Partiamo dall’annata. Il mio riferimento in questo momento è la 2015: è ormai assodato che queste tipologie di vini abbiano bisogno di almeno 12-18 mesi per iniziare a esprimere il loro vero carattere. Questa convinzione sta scardinando pian piano le logiche commerciali e tra i produttori sono ormai diversi i nomi eccellenti che escono con i loro 2015 proprio in questo periodo. Dal punto di vista climatico l’annata in questione la definirei “mediterranea”, con finestre di caldo torrido e scarsità idrica. Cosa che in Irpinia, terra del sud ma dal clima più “nordico”, ha spesso ha dato risultati contrastanti.

Tra Fiano e Greco mi sembra ne sia uscito meglio il primo, più adattabile, flessibile, versatile. Le caratteristiche del millesimo hanno conferito ai vini di entrambe le tipologie un’apertura olfattiva fruttata dolce e intensa, subito comprensibile, e una dote gustativa di polpa e grassezza. Ma dove il Fiano ha giocato di classe, impreziosendosi al naso dei consueti rimandi agrumati, floreali e officinali, il Greco  è rimasto in linea di massima inchiodato su un profilo “fruttone giallone” un po’ più statico e prevedibile. In bocca entrambe le tipologie – notoriamente a passo lento – mi sono apparse in generale pronte e armoniche da subito: ma anche qui i migliori Fiano hanno uno slancio acido e un colpo di reni finale che invece è mancato ai Greco. Sulle possibilità evolutive di entrambe le tipologie non mi pronuncio, visto che il legame annata calda – vita breve è stato ampiamente smentito (provare qualche boccia di 2003 o 2007 per credere…). In definitiva di vini buoni o eccellenti ce ne sono molti: tra i Fiano pescherei senza patemi d’animo (i nomi sono sempre i soliti, Picariello, Cantina del Barone, Villa Diamante, Pietracupa, Vadiaperti, Marsella, Colli di Lapio, Tenuta Sarno…), un po’ più di selezione la consiglierei sui Greco (ancora Pietracupa, Benito Ferrara, Di Marzo, Villa Matilde…).

Ma veniamo alle mie scelte di cuore. Per il Fiano voglio segnalare Rocca del Principe, per il Greco Cantine dell’Angelo.

fiano-di-avellino-rocca-del-principe-2014Rocca del Principe è una piccola azienda condotta da Ettore Zarrella nel comune di Lapio. La storia è simile a tante altre: quella di una famiglia di viticoltori che a un certo punto, per salvaguardare il reddito agricolo, fa il grande passo e inizia a imbottigliare in proprio. Il terroir, d’altronde, è quello giusto: Lapio è uno dei territori d’elezione per il fiano, che qui più che altrove tira fuori espressioni aggraziate, rotonde, che fanno della finezza e della misura espressiva il loro marchio distintivo (diverse, ad esempio, da quelle “affumicate” di Montefredane o più “tropicali” di Summonte). Si tratta, in genere, di vini assai piacevoli sia nell’immediato che in proiezione. Da cinque piccoli appezzamenti sparsi nel territorio comunale – a diverse altitudini ed esposizioni, con terreni prevalentemente argillosi, più o meno sciolti – Ettore Zarrella tira fuori due Fiano: il classico, con cui si è fatto conoscere fra gli appassionati, e il Tognano, una nuova etichetta proveniente dall’omonima parcella, situata in una storica contrada del versante nord. Il Fiano 2015 è eccezionale. Vino completo, a tutto tondo. Attacco intenso e fine, su fiori e frutti, poi tanto altro: agrumi, con la classica nota di cedro, poi erbe officinali, mandorla. In bocca riconosci la stoffa del grande vino: è tutto un gioco di contrasti e di richiami. La polpa del frutto, il calore dell’alcol e poi l’acidità, netta, fresca, una sapidità salina che poi lascia nuovamente spazio a note più dolci e solari. Un quadro d’insieme coerente e coinvolgente, ora e negli anni a venire, c’è da scommetterci! Il Tognano l’ho assaggiato in versione 2014 e, pur trovandolo piacevole ed equilibrato, mi ha emozionato di meno: un tratto distintivo in comune con l’altro vino è senz’altro la salinità, netta e corroborante anche qui.
greco-di-tufo-2014-dellangeloCantine dell’Angelo deve il suo nome al titolare, Angelo Muto, proprietario di diversi piccole parcelle nei dintorni del comune di Tufo. La storia, da coltivatori di uve a imbottigliatori, è la stessa di Rocca del Principe. I vigneti sono situati su terreni collinari sovrastanti le antiche miniere di zolfo, elemento che marca in maniera chiara il profilo organolettico dei vini. Angelo è un purista: il suo è un approccio a “minimo impatto”, artigianale, ma attento e scrupoloso. Insieme al giovane enologo Luigi Sarno (lo stesso di Cantine del Barone, ben noto agli appassionati) da alcuni anni tira fuori alcuni dei migliori vini della tipologia. Anche qui due versioni: il “base” Miniere e il Torrefavale, un cru ottenuto in poche bottiglie da un’antica parcella nella zona più storica dell’areale di produzione. Se cercate vini di precisione e pulizia cristallina i vini di Angelo non fanno per voi. Qui è la spontaneità espressiva e la capacità di regalare una bevuta appagante e sana il marchio di fabbrica. La mineralità sulfurea è evidente in entrambi i prodotti, più marcata e “selvaggia” nel Torrefavale. Al naso poi note di cereali, melograno, note di frutti rossi e agrumi canditi, declinati con maggior leggerezza nel primo vino. In bocca sono vini ricchi, di grande struttura, come è normale che sia per un Greco. E come per i due Fiano di sopra, anche qui preferisco il “base”, dalla beva più “facile” e un finale comunque lungo e vigoroso. Il Torrefavale è ancora scorbutico, in evoluzione, marcato da una scia tannica insolita: potete entrarci in sintonia oppure no, ma vale senz’altro la pena provarlo.

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