Eppur non mi piacevano: gli orange wines ed il mio cambio di pensiero

Di • 7 Giu 2017 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio 4 commenti
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img_8395Appena mi si nominavano gli orange wines mi veniva l’orticaria. Non mi andavano giù e non c’era modo di farmeli piacere, con quei sentori che assomigliavano più a puzzette invece che ad inebrianti profumi, con quel tratto ossidativo a mio avviso troppo estremo ed una struttura, il più delle volte, greve e spigolosa, solcata da tannini indomabili e segnata da una corpulenza che con il cibo mi sembrava parlasse una lingua totalmente diversa. Mi sono dovuta ricredere partecipando ad una degustazione al ristorante Santa Maria Novella di Firenze diretta da Michele Crapuzzo, sommelier Ais, che ha portato nella culla del rinascimento una selezione di otto vini provenienti da tutta Italia, ai quali, ad essere sincera, devo il mio cambio di pensiero.

Ma cosa sono ‘sti orange wines? Già il nome, che fa riferimento all’aspetto visivo, riconduce al loro essere una via di mezzo tra un bianco ed un rosso. E in effetti è proprio qui che sta tutta la loro “filosofia”: gli orange wines si ottengono infatti da una vinificazione in rosso di uve bianche. Si rifanno alle vecchie tradizioni contadine, che non badavano troppo al sottile e trattavano le uve di ogni colore alla stessa maniera, senza alcun atteggiamento “razzista”. Ricordo di averne bevuti a fiumi in passato, quando ancora ero ben lontana dal mescere dentro il mio bicchiere importanti etichette: erano quelli che venivano regalati a mio padre da chi faceva vino per il proprio consumo e che, a tutti noi in famiglia, piacevano tanto. Un nostro caro amico, Gaetano, dell’Isola del Giglio, ci ha foraggiato per anni ed anni con il suo prezioso nettare, e se ci fosse ancora potrei dirgli orgogliosa che il suo vino da uve ansonica, leggermente tannico e dal colore intenso e cupo, è stato uno dei precursori degli orange wines.

img_8400La differenza sostanziale fra ciò che veniva prodotto un tempo, per semplificare la vinificazione, e ciò che succede oggi per dar vita ad una categoria di vini a se stante, che peraltro sta conquistando una buona nicchia di mercato “consapevole ed evoluto”, risiede nella coltivazione delle uve, che generalmente segue pratiche biologiche e biodinamiche, nella macerazione sulle bucce più lunga – fino ad arrivare ad alcuni mesi – e nell’utilizzo sempre più diffuso, per l’affinamento o a volte anche per la sola fermentazione, di anfore in terracotta, che consentono una micro-ossigenazione più spinta rispetto agli altri vasi vinari.

Degli otto vini assaggiati quella sera, tre sono stati quelli che hanno sollazzato maggiormente la mia anima. Inizio con chi, geograficamente parlando, è più vicino a me. Si tratta di Arrighi, orgoglioso portavoce della viticoltura elbana. È stato uno dei primi ad investire nelle anfore, per realizzare vini che con l’ossigenazione giocano, mai però in modo pesante, tenendosi ben stretti la freschezza che così tanto apprezzo. Il Viognier anfora 2016, fermentato in anfore da 800 litri, regala un naso dal bouquet floreale (spicca il gelsomino) e dai sentori marini, che ti riportano magicamente sull’isola. Il sorso è come un vento che dà sollievo dalla calura: sapido, polposo, leggermente tannico, piacevolmente lungo e sostanzioso.

img_8404Sempre isolano, ma questa volta si tratta di Sardegna, è il vino di Alessandro Dettori: Renosu, senza annata, a base di vermentino e moscato di Sennori, affinato per tre anni in cemento. Il colore è giallo paglierino, il profumo ricorda l’erba tagliata, il salmastro, la pesca e le noci tostate. L’entrata iimg_8402n bocca è esplosiva, zuccherina, rotonda ma allo stesso tempo fresca, grazie ai tannini che sanno farsi ascoltare senza urlare e alla mandorla amara finale, che equilibra la dolcezza.

Ed infine andiamo in Puglia, con le Cantine Imperatore ed il loro Quarto Colore 2015,  pampanuto in pirezza, antico vitigno riscoperto soprattutto grazie a questa azienda, che ha voluto rimetterlo in gioco non più come uva da taglio, bensì come uva solista. Il vino fa tre settimane sulle bucce e una settimana in botti di rovere non tostato. Il respiro è intenso, dal timbro ferroso ed erbaceo, e il sorso rinfrescante, grazie ad un contrasto piacevolissimo tra la dolcezza, che è la prima a dare il benvenuto, e la sapidità, che dà l’arrivederci.

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4 commenti »

  1. Ricordo ancora le stroncature si beccavano i primi vini orange di Gravner…ne è passata di acqua sotto i ponti!
    Comunque la scelta biodinamica o, diciamo più in generale, molto attenta alla sostenibilità ambientale, è connaturata proprio alla vinificazione in rosso.
    I produttori di orange, quando li incontri, ripetono tutti lo stesso mantra: le sostanze aromatiche più nobili si trovano proprio nella buccia, perché fare tanta fatica per ottenere un’uva sana e poi, dopo una breve macerazione, eliminare le preziose bucce? Lasciandole a fermentare a contatto con il mosto devono però essere il più salubri possibile…

  2. Putroppo però ci sono ancora diversi produttori che non lavorano proprio benissimo e questo tipo di vinificazione soprattutto non consente errori (che poi diventano orrori al naso ed in bocca). Comunque sono d’accordo con lei. La buccia ha tanto da raccontare ;-). Grazie per il commento

  3. Scusi Roberta, mi indica qualche esempio di produttori che non lavorano benissimo?
    Giusto per non generalizzare.

  4. http://www.civiltadelbere.com/dal-collio-alla-sicilia-la-carica-degli-orange/

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