I Ceraudo, i loro vini e la masseria. Ritratto di famiglia, ritratto di Calabria/1

Di • 20 Set 2017 • Rubrica: diLuoghi, In cantina
Stampa questo articolo

di Massimo Zanichelli

contrada-dattilo-3-sole-al-tramontoConosco Roberto Ceraudo da oltre dieci anni e ho avuto il privilegio di godere della sua ospitalità in più di un’occasione. Prima d’ora non ero mai stato in questo angolo aspro e incantato di Calabria nel mese di agosto e bisogna viverlo sotto l’accecante canicola della vendemmia per comprenderne la visceralità: la terra bruna scottata dal sole, la lussureggiante vegetazione mediterranea (le palme, gli olivi, i fichi d’india), il cielo cobalto che si rispecchia nel blu cangiante di un mare striato di azzurri e indachi, il calore che morsica la pelle e ottunde i sensi. Un incanto di colori intensi e iridescenti, uno stordimento di temperature ed emozioni.

L’azienda di Roberto e dei suoi figli si trova nell’entroterra di Marina di Strongoli in una campagna selvaggia e assolata, un “Far South” che in passato sarebbe stato un set ideale per gli spaghetti-western. Le colline sono ondulate e imponenti, sormontate da cocuzzoli e speroni rocciosi, sopra i quali si allungano borghi antichi e contadini. Strongoli, l’antica Petelia, è costruita su uno di questi colli e il suo prospetto monumentale, che ancora tradisce l’effige dell’antica roccaforte, ricorda da vicino l’imponenza di Pitigliano. Siamo nella valle del fiume Neto, o Val di Neto, sulla costa ionica, nella Calabria orientale che fa capo a Crotone, zona compresa tra il territorio del Cirò a nord, il rosso regionale più famoso, e le terre del Marchesato a sud.

contrada-dattilo-2-tramontoQuesto lembo litoraneo di Magna Grecia – di cui resta mirabile emblema la colonna del tempio di Hera Lacinia, a Capo Colonna – unisce il fascino del mare al mondo della montagna: dalle spiagge dello Jonio al fresco della Sila c’è solo un’ora di auto, e il cambiamento del paesaggio non potrebbe essere più fascinoso e contrastato: dalle distese di grano ai promontori rocciosi, dai campi vitati alle foreste dei sempreverdi, dalle asprezze collinari erte e frastagliate alla dolcezza di un paesaggio montano di laghi e boschi. «Regna il pino silano, albero libero, che noi profani troviamo somigliante a un abete, ma più alto e più snello. Esso forma cattedrali arboree dai tronchi regolari e fitti, che si prolungano talvolta per qualche chilometro, avviluppando anche le cime, e riempiendo perciò la Sila di luoghi segreti. Si direbbe che il Mezzogiorno, costretto nelle forme di un paesaggio nordico, si manifesti sotto il travestimento con un sovrappiù di linfa. La Sila è una fantasia del Nord eseguita con il rigoglio meridionale» (Guido Piovene, Viaggio in Italia).

gregge-al-tramonto-in-val-di-neto-4Questa Calabria è uno scenario di contrasti vivi e di contraddizioni feroci. La Statale Statale 106 Jonica che costeggia il mare verso Crotone è un susseguirsi di abusi edilizi, fantasmi architettonici, relitti industriali. È il regno del “non finito” calabrese: balconi senza ringhiere, tondini in ferro che sbucano dai pilastri di cemento armato, scheletri di murature che abbracciano il vuoto, palazzine familiari tirate su e lasciate a se stesse, fabbriche abbandonate, alberghi fantasma: un «cimitero di opere pubbliche arrestate a metà» (ancora Piovene). È una terra feconda e dilaniata, bellissima e brutale, che non conosce sfumature né mezze misure, solo eccessi, slanci, opposizioni; poesia e degrado vi si mescolano senza soluzione di continuità. Ostaggio del cattivo gusto, dello scempio, dello spreco, attraversata dai fermenti di una religiosità arcaica, magnificata da una bellezza antica e assoluta, questo scorcio di Calabria è una terra non riconciliata dentro cui si agitano pulsioni ataviche e potenti. Ai sapori forti della ‘nduja (e in generale degli insaccati), della sardella di Crucoli, della liquirizia di Rossano, si affianca la dolcezza degli agrumi (il mandarino, il bergamotto), della ricotta crotonese, del caciocavallo silano: anche il patrimonio gastronomico vive di audaci contrasti. Ne è simbolo il fico d’india, succulento e spinoso.

dattilo-2Quando si oltrepassa il cancello della masseria Ceraudo si mette piede in un piccolo paradiso. Ci sono gli appartamenti dell’agriturismo per ospiti e clienti, ampi, spaziosi, arredati con gusto. C’è la chiesetta di famiglia che conserva sull’altare la reliquia di San Francesco di Paola, patrono di Crotone. C’è la piscina circondata dagli ulivi millenari e dalla macchia mediterranea. C’è il ristorante gourmand, diviso tra gli ampi spazi interni e la romantica terrazza all’aperto. C’è la cantina dove si produce vino e il frantoio per l’olio, un extravergine da tonda di Strongoli e carolea tra i più fragranti, consistenti ed eleganti dello Stivale.

roberto-ceraudoL’artefice di tutto questo è Roberto Ceraudo, un gentiluomo di campagna che a sessantotto anni non smette di definirsi un sognatore e che, inseguendo i propri sogni, ha costruito questo eden familiare mattone dopo mattone, con operosità, determinazione, entusiasmo. Fino a poco tempo fa questo luogo d’incanto ricavato in un cascina del Seicento si chiamava Dattilo, dal nome della contrada affacciata sul mare (dai vigneti in cima alle colline se ne intravede il blu profondo) che oggi identifica l’agriturismo, il ristorante e il vino più rappresentativo della produzione vitivinicola, un rosso longevo e strutturato ricavato da uve gaglioppo. Era l’antica tenuta estiva dei Principi Campitelli, poi dei Baroni Giunti, un latifondo basato sulla coltivazione del grano e del cotone che si estendeva per tutta la val di Neto. Fu il padre di Roberto, Giuseppe Ceraudo, a comprare il fondo nel 1973. Dopo la sua morte, Roberto, per evitare di venderlo, rilevò le cambiali del padre, estinguendole solo nel 2000, quando l’azienda prese definitivamente il nome del suo titolare.

Fico d'India

Nato nel 1949 a Monte, una frazione montana di Pallagorio, paesino di lingua albanese o arbëreshë che sorge sulle colline presilane, Roberto Ceraudo è sempre stato legato alla vita di campagna, ai suoi ritmi, alla sua natura, al suo incanto: quando i genitori si trasferirono a Roma, li convinse a tornare indietro. Amante della caccia e della montagna, trasforma la tenuta verso la fine degli anni Ottanta, piantando gli ulivi e altre varietà di uva accanto alla vecchia vigna di gaglioppo, da cui nel 1991 trae il suo primo vino. Comincia a produrre l’olio extravergine nel 1981 e proprio la ricerca della maggiore qualità possibile (coronata dall’acquisto di un frantoio nel 2004) lo ha condotto ad abbracciare l’agricoltura biologica, di cui in Calabria è assoluto pioniere. Roberto ti porta in campagna con il trattore, facendoti sobbalzare sui dislivelli delle colline (le altitudini partono da 80 metri sul livello del mate per arrivare ai 200) in mezzo ai vigneti di famiglia che si estendono lungo una trentina di ettari, agli agrumeti, alle diecimila piante dei suoi ulivi secolari, di cui un migliaio addirittura millenari. Quando scende, raccoglie un pugno di terra nella mano e te lo mostra. Poi ne raccoglie un altro poco più lontano, sotto un ulivo: sul palmo c’è più terriccio, più elementi, più ricchezza. Non è un gioco di prestigio, è la testimonianza di quanto i mezzi meccanici depauperino il suolo, calpestandolo continuamente. Un argomento di cui nessuno parla. «Vorrei ricostituire il terreno di un tempo, un patrimonio sotterraneo che abbiamo perduto».

grayasusi_etiNel 1999 comincia a produrre il Rosato. Lo chiama Grayasusi, dedicandolo alla primogenita Susy, nata nel 1978: “graya” in albanese significa “donna”. Profilo greco e sorriso solare, Susy ha frequentato lo Scientifico a Strongoli («Era l’unico liceo del paese») prima di laurearsi in economia aziendale a Pisa. Nel 2003 torna a casa e affianca lo chef Franco Rizzuti nell’apertura del ristorante. Il Grayasusi è un gaglioppo in purezza declinato in due versioni. L’Etichetta Rame, vinificato in acciaio, è floreale, polposo, fresco, godibile. L’Etichetta Argento ha lieve permanenza in legno piccolo, metà nuovo e metà di secondo passaggio: in passato un po’ marcato dal rovere, ha trovato nel 2016 la sua chiave di volta in termini di equilibrio e piacevolezza.

grisara_etiNel 2000 l’Imyr passa dall’acciaio alla barrique e diventa nel tempo, complice il periodo dove ancora furoreggiano gli Chardonnay in legno, il vino più famoso della produzione. Poi arriva il Petelia, un bianco solare e mediterraneo a base di greco e mantonico che nel 2016 disciplina la propria opulenza per disporsi in termini di maggior diffusione. E il Grisara, dall’autoctono pecorello, il bianco più personale della gamma: il 2016 profuma di anice e di erbe ed ha un palato teso, sapido, sinuoso. Grisara è un toponimo e si riferisce a una zona ricca d’acqua, così come il Petraro – matrimonio tra gli autoctoni gaglioppo e greco nero con l’internazionale cabernet sauvignon – deve il suo nome ad una zona rocciosa caratterizzata da pietre di grandi dimensioni.

giuseppe-ceraudoMe lo spiega mentre camminiamo tra le vigne Giuseppe Ceraudo, secondogenito di Roberto, che affianca il padre nel lavoro di campagna e cantina. Mi racconta di quanto il terreno, un medio impasto di argilla, limo e poco calcare, sia ricco di azoto e potassio, e di come le colline frastagliate e gli impervi cocuzzoli della zona sia stato formati nel tempo dall’azione erosiva del vento e dell’acqua. Crotonese come le sorelle, classe 1981, agricoltore per vocazione e calciatore per passione (gioca dall’età di vent’anni, con otto anni in promozione, due in eccellenza e in seguito in categorie minori, ora anche allenatore), diploma di maturità scientifica e studi di agraria poi interrotti, Giuseppe sprigiona energia e simpatia. «Sempre disponibile e sorridente, molto generoso», dice di lui la fidanzata Sara Villirillo, anche lei coinvolta nel progetto Dattilo.

dattilo_etiDattilo, il rosso che porta il nome della contrada, mi è sempre sembrato il vino più rappresentativo e riuscito della casa: una versione di gaglioppo che abbina struttura e sottigliezza, che invecchia come un buon nebbiolo, che comunica il lato più assorto del rosso mediterraneo pur senza perdere dettagli gustativi e finezza tannica. Doro bè, il passito della casa che viene prodotto solo nelle grandi annate, provoca invece malia e stupefazione: concepito come un Vin Santo, ha la personalità di un Pedro Ximénez. Il nome, commenta sornione Giuseppe, è un omaggio al padre, che tutti chiamano “Don Robè”, don Roberto, non senza che il diretto interessato provi un pizzico d’irritazione («Non mi piace quel soprannome», e forse anche per questo il nome del vino è stato recentemente separato in due parole). È un magliocco in purezza le cui uve vengono vendemmiate tardivamente tra la metà e la fine di ottobre. Segue un appassimento di un paio di mesi sui graticci, una fermentazione lunga e lentissima di una ventina di giorni e un affinamento in caratelli sigillati con la ceralacca per sei anni. Il risultato è un vino dolce di monumentale consistenza, oleoso, profumato di carrube e uva passa, che conquista per la densità e per il cangiante spettro gustativo, che dalla liquirizia spazia al caramello, dal mou alle sfumature balsamiche. Un vino sensuale e persistente.  «Epicureo», lo definisce Luigi Borrelli, il marito di Susy.

continua…….

Fotogallery

Share
Parole chiave: , , , , , ,

Lascia un commento