I vini del mese e le libere parole. Settembre 2017

Di • 4 Ott 2017 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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amici-al-barUn Lambrusco, un Sauvignon, un Friulano e un Pinot Nero. Quattro vini, quattro vitigni, quattro infatuazioni, quattro storie, animate come sempre dalla condivisione e dalle libere parole.

Non sono per forza di cose il meglio che c’è, ma sono ciò che ho incontrato; sono stati semplicemente la mia compagnia, il “secondo sangue della razza umana” di deamicisiana memoria, insieme ai volti, agli amici, ai viaggi e agli umori. Di tutta questa parvenza di socialità sono stati il tramite, molto spesso il motore primo. Mi conforta immaginare che possano esserlo anche per chi ne leggerà.

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Lambrusco di Modena Brut Grosso 2014 – Gianfranco Paltrinieri

lambrusco-di-modena-grosso-paltrinieriPochi giorni fa mi sono trovato a passare dalle parti di Modena. Non potevo fermarmi, non stavolta. Così, lungo il corso del viaggio mi sono fatto accompagnare volentieri da quella campagna piatta e fertile, dalle certezze color pastello della terra che c’è lì, dal contrasto felice di un cielo di settembre, dalle tracce struggenti dei vecchi poderi e delle aie. Mi hanno subito riportato alla mente un tempo ribelle -tempo di cambiamenti-, evocato magnificamente da film epocali come Novecento.

Volando più basso, mi hanno riportato alla mente una bevuta di pochi giorni prima, il nuovo Metodo Classico di Alberto Paltrinieri, figlio di Gianfranco, viticoltore nella zona del Cristo, fra i fiumi Secchia e Panaro, una delle culle privilegiate per il Lambrusco di Sorbara, qui vinificato e spumantizzato in rosé: un vino che, nel suo piccolo, ha aperto pure lui ad un cambiamento.

Dall’apparente strato ossidativo dei profumi emerge la ruggine ed emerge il fiore, con la dolcezza avvolgente del miele e la vispa punteggiatura dei piccoli frutti rossi. Sono profumi cangianti, dicotomici, che si muovono all’aria fluttuando fra veracità e finezza, ispirando direzioni nuove all’impianto aromatico di un Brut.

Ciò che più mi ha colpito, però, è la dinamica gustativa, letteralmente trascinata da una grondante salinità. Davvero, è un vino salato, e per questo goloso, invitante, spigliato, dove la leggiadria del varietale viene esaltata da una bolla fitta e gentile.

In lui non vi respiri la perfezione, né la chirurgica nettezza che a volte sfocia soltanto in asetticità, ma un sano temperamento artigiano che chiama la spontaneità e la gioiosità di un bere amico, per ricondurti fatalmente lì, a quelle strade piatte, alla geometrica certezza di una terra generosa, ai campi color pastello sotto un cielo di settembre, a quella gente e al fermento interiore che la muove.

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Alto Adige Sauvignon Voglar 2014 – Peter Dipoli

voglar-dipoliPeter Dipoli è un vignaiolo « critico ». Ma non nella accezione culturale del termine, che sottintende una rinnovata consapevolezza nell’interpretare e nel vivere il mestiere e la terra (se c’è una cosa che non gli manca, a Peter, è la consapevolezza!), quanto in una accezione puramente semantica ed antropologica, perché la sua cifra esistenziale si alimenta voracemente di uno spirito critico indomabile. Fortunatamente, anche autocritico.

La sua proverbiale vis polemica è in grado di stimolare dibattiti e discussioni a non finire, sull’universo mondo vitivinicolo. Sai che c’è? Che Peter Dipoli è un vignaiolo perfezionista, e ricerca sempre il meglio, consapevole che non si sia fatto mai abbastanza per raggiungerlo. E quella bramosia, quel pragmatismo, quella aspirazione al meglio, che è anche aspirazione alla trasparenza, lui vorrebbe che coinvolgesse tutti, dagli agricoltori alla stampa di settore, dai distributori ai ristoratori: una sana ventata di realismo, di professionalità e di sincerità. A suo favore gioca la straordinaria conoscenza del vigneto Europa, girato in lungo e in largo per passione e per onorare il lavoro di selezionatore di vini, ciò che da sempre accompagna il mestiere di vigneron.

Ora, si dà il caso che Dipoli sia l’autore di uno dei bianchi italici che nel «còr più mi sta»: Voglar, dal nome del vigneto d’altura sulle colline di Cortaccia, in frazione Penon. A questa etichetta mi legano emozioni antiche, vissute in compagnia dello zoccolo duro della complicità esistenziale, che mi hanno fatto ben presto comprendere, oltre all’importanza che riveste un’amicizia, l’eloquente potenziale di longevità di questo vino, dote nient’affatto scontata per i bianchi del nostro paese.

Bene, senza voler apparire esageratamente iperbolico, io credo che l’annata 2014 ci abbia regalato uno dei Voglar più luminosi di sempre, ossia uno dei Sauvignon più belli di sempre. E’ una luce tracciante di cristallina purezza, elegantissimo, garbato, sinuoso, dalla dinamica incalzante e dal tatto carezzevole, la cui proposta aromatica, tutta giocata in filigrana, accompagna una bocca sontuosa per accordature e capacità di dettaglio, instradata da una acidità infiltrante e pervasiva. L’ariosità e la spazialità non lasciano adito a dubbi: Peter Dipoli ha cavato fuori dalle intimità della propria terra un altro pezzetto di autenticità, per arricchire di esperienze nuove il suo personale viaggio alla ricerca della perfezione.

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Isonzo Friulano La Vila 2012 – Lis Neris

la-vilaUna delle sorprese più belle degli ultimi assaggi condivisi, capace di nobilitare momenti conviviali e rinsaldare amicizie. E non perché non ne presumessi il valore, già evidenziato peraltro al tempo dei miei assaggi guidaioli, che recensirono in maniera molto lusinghiera questa annata di La Vila di Alvaro Pecorari, quanto perché oggi, a cinque anni dalla vendemmia, appare realmente sorprendente per fierezza, integrità e stato di forma. Insomma,’sto vino qua non ci pensa manco lontanamente ad allentare lo stimolo propulsore della vitalità.

Anzi, casomai inizia proprio in questa fase evolutiva a dispensare il di più, tutti i sottotraccia e tutte le ragioni in grado di proiettarlo fra le migliori bottiglie friulane degli ultimi anni. Lì dove l’impronta fumé richiama la roccia spaccata più che il rovere, e dove le erbe aromatiche evocano la forte espressività che sola attiene allo speciale vitigno. Lì dove la brillantezza nell’eloquio trova giovamento in una trama articolata e di spessore, ravvivata da una bella corrente di freschezza e da un sorso ampio, gustosamente masticabile, dinamicizzato comme il faut da una stria salina caratterizzante. E’ Friuli, questo è: Friuli che non scordi.

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Toscana Igt Pinot Nero Cuna 2012 – Podere Santa Felicita

20170916_140953Sopra l’etichetta ci sta un piccolo bollino tondo con su scritto: “maggior fatica”. Non so perché, ma certamente questa affermazione, che intende forse sintetizzare il “metodo” principale con il quale si è addivenuti a concepire e a produrre un vino così, ben si attaglia alla personalità “obliqua” e fantasiosa del suo autore, che di mestiere in realtà fa l’enologo: Federico Staderini, una delle personalità più eclettiche e fuori dal coro che siano mai appartenute a questa speciale genìa di tecnici.

Perché Federico non è solito distinguersi per presenzialismo, prosopopea, snobismo o, peggio ancora, per un’impronta stilistica normalizzante e vessatoria nei vini che contribuisce a far nascere, casomai per la timida introspezione, l’ironia delicata e ingenua dei suoi calembour di parole, l’aria trasognata, la finissima cultura letteraria da libero pensatore romantico ottocentesco, così come per la premura e le attenzioni con le quali intende disegnare il profilo dei vini, nello sforzo esclusivo di rivelarne lo stretto legame con i singoli terroir di appartenenza senza intermediazioni, senza forzature.

Affrontare il Pinot Nero, ed affrontarlo da viticoltore in terra di Toscana, porta con sé le sue belle gatte da pelare. Ma qui, signori, è il territorio a vincere e a direzionare le trame. E il territorio è quello selettivo del Casentino di sponda aretina, di Pratovecchio-Stia per intenderci, terra di boschi, castagneti e aria fina, caratterizzato da alti rilievi collinari e da un microclima in cui le escursioni giorno/notte rappresentano montagne russe di tiepidità e frescura. E dove in inverno la neve è facile che scenda.

Ebbene il Casentino, oggi, oltre che di castagne è terra anche di Pinot Nero (assieme a Podere Santa Felicita segnaliamo Vincenzo Tommasi e la sua Civettaja, di cui tanto si mormora negli ambienti degli enoappassionati). Di più, alla luce di questa bottiglia, onorata con reale compiacimento negli ambienti gastronomicamente “parlanti” dell’Albergaccio di Castellina in Chianti, includere questo territorio “di frontiera” fra le culle nostrane del Pinot Nero d’autore non mi appare poi tanto una forzatura, stante la capacità di racconto e la particolare fisionomia che ne sono discese.

Quanto al vino, basterebbero pochi concetti a definirlo: schiettezza, bevibilità, ritmo, agilità, freschezza, bella compagnia. D’istinto mi viene da apparentarlo a certi Gamay della mia predilezione, quelli che nascono nelle zone buone del Beaujolais, la cui sanguigna presenza si esalta nella fresca intensità aromatica dei frutti rossi del bosco, dell’eucalipto e del pepe, tanto pepe.

Federico ha còlto nel segno. La sua “maggior fatica” non può essere taciuta. Non più.

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