I vini del mese e le libere parole. Ottobre 2017

Di • 8 Nov 2017 • Rubrica: Prima pagina
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uomo-che-beve-a-garganellaUno Champagne (e che Champagne!), due Riesling germanici (e che Riesling!) e un Fiano, quattro vini dialettici che mi hanno fatto pensare, a volte innamorare, all’insegna delle libere parole.

Non sono per forza di cose il meglio che c’è, ma sono ciò che ho incontrato. Sono stati semplicemente la mia compagnia, il “secondo sangue della razza umana” di deamicisiana memoria, insieme ai volti, agli amici, ai viaggi e agli umori. Di tutta questa parvenza di socialità sono stati il tramite, molto spesso il motore primo. Mi conforta immaginare che possano esserlo anche per chi ne leggerà.

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Clos des Goisses 2002 – Philipponnat

clos-de-goisses-2002_1A cose normali, la stappatura di un «valore bollato» per suggellare un agognato reinconto potrebbe avallare l’ipotesi della banalità. Ma il solo rivedere certi amici ha tenuto distante ogni ombra di banalizzazione, bollicine incluse. Sostanzialmente poi, aver stappato clodeguass ha acceso ben altre prospettive e stimolato altri pensieri.

La cosa che più mi ha sorpreso, organoletticamente parlando, è come questo vino si sia disimpegnato nel bel mezzo di una bevuta spaiata nei generi che sulla carta annoverava vini ben più «impegnativi », da certi autorevoli Barbaresco a sentimentali Chianti Classico.

Ebbene, lui non ha battuto ciglio, imponendo la sua abbagliante personalità; l’intensità e il grip gustativo, per dire, non sono stati da meno di quelli sciorinati da un Riserva Rabajà 2008 di Cortese! Potevi passare con disinvoltura da un calice dell’uno a un calice dell’altro senza per questo soffrire il peso della differenza, che solitamente tenderebbe ad affievolire la voce del vino più leggero e delicato.

Monumentale per droiture e fierezza, Clos des Goisses 2002 continua a far leva su un’acidità pervasiva, che illumina il sorso per renderlo tonico e impettito, dissimulando in una beva contagiosa doti inalienabili quali struttura, corpo e cremosità. Piuttosto secco nell’incedere, levigato al tatto e vibrante nella dinamica, propone un allungo devastante di sapida elettività, mantenendo per intero tutte le promesse racchiuse in un millesimo speciale e in uno speciale terroir, quello di Mareuil-sur- Aÿ, sul canale della Marne, lì dove suoli, microclima ed esposizioni sono soliti garantire un punto di maturazione al frutto che è cosa rara incontrare a quelle latitudini. Insomma, al suo passaggio viene da chiederti: ma ad un vino così buono servono davvero le bollicine ?

Fuor di provocazione, lo ammetto, siamo lì col conto: nonostante gli anni e l’esperienza, nonostante la consapevolezza maturata sul campo e l’abitudine a vedere tutto il buono che c’è in qualsivoglia denominazione e in qualsivoglia espressione stilistica dell’amato mio mondo vitivinicolo, dentro di me lavora un piccolo “tarlo” che non riesco a cacciar via. Ha l’ardire di gettare opacità sul mondo dorato dei Méthode Champenoise, pensa te.

uomo-dubbiosoOra, se qualcuno si permettesse di dubitare circa la preminenza del terroir sulle sorti “magnifiche et progressive” di una bollicina d’autore sarebbe tacciato di incompetenza, no? Bene, non arrivo a tanto, percepisco l’esistenza di una insopprimibile ragion d’essere, gentilmente offertaci da Madre Natura, dalla quale tutto discende, ivi compresa la piega caratteriale di certi Champagne. Ma c’è un freno inibitore che non mi consente di scollettare come vorrei da un circostanziato apprezzamento di natura computazionale allo stordimento tipico di un coinvolgimento emotivo: il fatto che questo mare magnum di vini “mossi” sia oltremodo dipendente dal fattore umano, in cui l’elaborazione tecnica e la maniacale gestione delle varie fasi produttive tende ad assumere un ruolo decisivo, vincolante. Perché l’alchimia, l’arte del dosaggio e l’artefazione sono insite alla tipologia e  – pensa te che strano – cumsustanziali alla sua consacrazione.

Clos des Goisses 2002 ha cercato di contribuire al disgelo con tutto il potenziale espressivo di cui era capace. So che potrebbe costituire un buon « anti-tarlo », anche se piuttosto costoso. Io per adesso sto alla porta: sento la bellezza bussare, ma il disagio resta.

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Mosel Schwarzhofberger Riesling Kabinett 2010 – Egon Müller

egon-muller-2010Di fronte all’ennesima prova che la meraviglia è assolutamente compatibile con una materia allo stato liquido, mi assale un timore: non è che sto diventando allergico alla dimensione strutturale e alcolica di un vino? Perché nell’ultimo volgere di stagioni mi trovo sempre più spesso a ricercare ostinatamente agilità, snellezza, freschezza acida, verticalità. La mia tavola quotidiana vorrebbe alimentarsi di quelle robe lì, e solo di quelle. Sans souci. Al punto tale che mi viene il dubbio di essere caduto vittima di una sorta di assuefazione. State a sentire: il naso è diventato intollerante al purché minimo sentore etereo o troppo fruttato; la bocca, se non percepisce la lama acida che la fa schioccare e salivare, prende una brutta piega e tende a derubricare come placido e assorto ogni liquido più o meno commestibile che gli passa fra i denti. Di più, a volte il tannino mi crea impiccio. Ma io non ero così! Forse che sto invecchiando?

Eppure, quando ho goduto della incontaminata purezza dello Schwarzhofberger versione Kabinett 2010 di Egon Müller, mica mi sono venute alla mente tutte queste fisime!

Ogni trip ha le sue controindicazioni.

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Fiano di Avellino 2015 – Rocca del Principe

fiano-di-avellino-rocca-del-principeQuesto è il racconto di un altro vino che ha sortito su di me un effetto strano. Perché la sequenza (il)logica che ha portato al coinvolgimento è stata pressappoco questa: « Uhm, silente….. che cosa gli manca ad un vino così? », e giù un bicchiere. «Però, a ben vedere, c’è qualcosa di fin troppo lineare e ordinato in lui: che sensazione ti dà?», e giù un altro bicchiere. «Vedi che con l’aria esce fuori?», e giù un terzo bicchiere. «Ma secondo te, c’è più tecnica o più spontaneità?», e via ancora.

Il dato certo è che la bottiglia è terminata mooolto in fretta. E non ha lasciato strascichi né alla testa né alla digestione. Mostro d’un Fiano, le continue elucubrazioni a riguardo si sono invariabilmente tradotte nella compulsività di un bere amico. Solo più tardi, a giochi fatti, ho realizzato che «ammazza però, come va giù bene».

Si è insinuato lentamente, con metodo, senza fretta, lasciando intuire senza imporre. Della sua terra, che di nome fa Lapìo, si è portato appresso la dinamica rigorosa, “dritta”, instradata da una vena iodata. E un’indole compassata, di implacabile linearità gustativa, la cui aria spulizzita non confligge affatto con il carattere. Lo stimolo gessoso-minerale, nel frattempo, gli ha iniettato dentro una bella dose di autenticità, e il suo passaggio ha assunto la statura di un sorso interiorizzato. Da allora non chiede più parole, solo rispetto.

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Nahe Riesling Burg-Lajer Johannisberg Scheurebe Auslese 1989 – Michael Schaefer

riesling-89-michael-schaeferAlle porte del cosmo, che stan lassù in Germania (cantava il Finardi ribelle della mia gioventù), sono ancora possibili incontri ravvicinati di questo tipo. Un vino così lo ringrazi e basta, cosa altro hai da fare, o da dire?! E insieme a lui ringrazi il caro amico che lo ha portato con sé, accettando di condividerlo.

Filippo Bartolotta, finissimo degustatore e passionale divulgatore enogastronomico di stanza a Firenze e nel mondo (anche alla Casa Bianca), ci ha onorati con questo vino-navicella. Alimentato a sogni e muffa nobile, è in grado di proiettarti in un’altra dimensione alla velocità della luce. Difficile fare di meglio, allo stato attuale della scienza e della tecnica.

 

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