Sauvignon di tutto il mondo, unitevi! Riflessioni a margine di una degustazione intercontinentale

Di • 6 Dic 2017 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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20171121_183458Oltre che puro divertimento, la degustazione sui Sauvignon recentemente organizzata grazie all’ausilio prezioso di Vino&Design in qualità di generoso dispensatore di etichette e alla ospitalità offertaci dal ristorante Lo Scampolo di Livorno (una stramba quanto geniale commistione di arredi e design fa da cornice ad una cucina curiosa e mai scontata),  ha stimolato tutta una serie di riflessioni riguardanti il celebre vino-vitigno di origini franciose e le varie modalità di approccio che nel mondo concorrono a caratterizzarlo.

Grazie a territori e a climi molto differenti fra loro, preso atto delle diverse sensibilità interpretative in gioco, emerge un microcosmo ampio e sfaccettato abitato tanto dalla bellezza quanto dall’ovvietà. Come spartiacque, da un lato, c’è il fattore umano, alla costante ricerca di un “governo” per contenere la naturale bizzosità di un vitigno esigente, soprattutto in campagna; dall’altro l’impronta indelebile rilasciata da certi terroir, e solo da essi. Sì perché se c’è una cosa che questa parzialissima disamina intercontinentale è riuscita a confermare, è il germe della distinzione. Si passa da versioni sopraffatte dalla tecnica, che con esplicitezza spavalda e autoconsolatoria giocano esclusivamente di presenza scenica ed esteriorità, a versioni “parlanti” nelle quali è il terroir a filtrarne la voce e a renderla individua, le sole in grado di porre in risalto la forza espressiva e la qualità dei suoli.

20171121_183611Quindi, chi intendesse sostenere che il Sauvignon è tale perché sa di Sauvignon, accontentandosi di mandare a memoria l’elenco telefonico dei precursori aromatici ipotizzati come onnipresenti, si sbaglia. Il sauvignon, intesa come uva, è delicata e difficile. Raggiungere una piena maturazione, in certe stagioni e per certi luoghi, e raggiungerla attraverso una giusta scansione delle fasi fenologiche della vite, non è così facile, e dal ricercarlo o meno, quel punto di maturazione, cambia il mondo. E se la natura aromatica del vitigno sembrerebbe concedere piccole o grandi “scorciatoie” ai vignaioli che si accontentano di estrarne virulenza e intensità, il resto non è da tutti, perché per sconfinare dai deja vu occorre il genius loci, e non tutti i territori lo posseggono.

Da un sintetico quanto istruttivo volo a planare su alcune referenze spazianti fra i cinque continenti (o quasi), mi sono dilettato ad accorpare alcune considerazioni, a cavallo fra ovvietà e meraviglia, ordinandole in due presunte categorie di pensiero.

20171121_194315Te lo dicevo io

–       certo che in Francia non si scherza eh, quanto a caratterizzazione e grado di compiutezza! Su certi vini della Loira poi, e mi riferisco in particolare al Sancerrois, non è che ci devi girare tanto intorno per intuirne il forte legame con il territorio d’origine.

–         certo che in Cile o in Sudafrica non ci vanno di scartina con le “malizie”. Sai che c’è? Che quei vini assumono una dimensione finanche didattica, per come la tecnica riesce ad  “impossessarsi” della nostra amata bevanda alcolica. Al punto che la successiva domanda diventa legittima: perché agli enologi piace così tanto spadroneggiare? forse perché si tende a coprire ciò che vesti non ha? O a conciliare i numeri, spesso grandi numeri, con una mera gradevolezza? L’idea che vi siano più mondi e più modi di intendere e di volere assume qui la sensazione implacabile di una sentenza.

Però, chi lo avrebbe detto!

–         La Francia mica è tutta rose e fiori.

–        Accipicchia la Stiria! Una delle prime esperienze alle prese con i Sauvignon dei luoghi, lo ammetto, ma qui i suoli ardesiaci e le escursioni termiche hanno giocato davvero un ruolo decisivo (e vincente) sulle sorti espressive dei vini. Certo è che Wolhmuth stasera ha sparigliato e rimescolato ben bene le carte in tavola, che più di uno aveva già dato per assegnate. Se tanto mi dà tanto, i bianchi provenienti da queste amene colline austriache potrebbero ben competere con i migliori, ancor di più se si cercasse di contenere ulteriormente il residuo zuccherino.

–        Un terroir particolare come la Pfalz trasfigura a sua immagine e somiglianza qualsivoglia vitigno dell’orbe terracqueo. Un messaggio semplice e forte, che fa passare in subordine il fatto che non dimorino qui gli esemplari migliori della specie Sauvignon.

–        Marlborough, si proprio lui, il terroir emblema del modello di Sauvignon più estroverso e tropicaleggiante, idolatrato in ogni dove e forse per questa ragione sostanzialmente accomodante e comprensibile in tutte le lingue del mondo. Però c’è il però: qui la manifattura tecnica riesce a tradursi in una reale modulazione nei toni, avvantaggiandosi di una smaliziata sensibilità interpretativa e muovendosi sul sottile crinale che accorda forma a vocazione, nell’intento di preservare comunque un senso di compiutezza e di riconoscibilità nei vini. Non è cosa da niente, visti i numeri e i “manici”(leggi le firme) in gioco. A Marlborough, insomma, non è come sembra. E tutto il bene che si dice su Saint Clair potrebbe avere la sua ragion d’essere.

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20171121_183813Brda Sauvignon 2014 – Blazic (Slovenia)

Fibroso e compatto, del Sauvignon mantiene la scorza. Una propulsione a metà testimonia di un tratto cremoso ma piuttosto indolente, screziato da note bucciose e vegetali. La finezza ne risente.

Touraine Sauvignon Guy Allyon 2016  – Domaine du Haut Perron (Loire – Francia)

Tropicalismi e freschezza balsamica annunciano un vino vibrante, intenso e “peperino”, la cui agile snellezza ti porta volentieri alla riprova, pur non affondando il colpo sul fronte della complessità.  Nella librata leggerezza del sorso tutta l’influenza di quel microclima e di quei suoli argillo-calcarei “alimentati ” a siléx; nella corrente acida l’arma pacifica di una connaturata piacevolezza. A tavola fa la sua porca figura. Prezzi amorevoli, ma amorevoli per davvero.

Graves Chateau Les Clauzots 2016 (sauvignon 70%; sémillon 30% – area Bordeaux – Francia)

D’accordo, non si tratterà di un Sauvignon in purezza, ma volete mettere l’onore di avere a che fare con un bianco d’Acquitania!? Oddio, memore dei diversi incontri ravvicinati avvenuti in passato con la suddetta tipologia, la violenta ruspantezza di questo Graves non è che si apparenti nel migliore dei modi ai più ispirati testimonial di quelle zone, ma tant’è: incisivo, potente, grintoso, tannico e buccioso, si fa rispettare per presenza scenica. In subordine la finezza.

Sancerre Les Caillottes 2014  – Jean-Max Roger (Francia)

Qui si cambia registro, e il respiro si distende. Sensazione minerale, sapore VERO, apprezzabile diffusione, cremosità e tanti sottotraccia. Si alza il tiro, e con il tiro il tasso di eleganza. Ah, Les Caillottes è il vino entry level della famiglia Roger, portavoce dei suoli ghiaiosi che soli appartengono a certe giaciture del Sancerrois. Se tanto mi dà tanto…..

Sancerre La Côte de Bué 2014 – Jean-Max Roger (Francia)

Vibrante, elegante, continuo, finissimo e salino, dalla sua una gran bella materia, una progressione importante e una personalità che non dimentichi. Si distingue, e come da attese si conferma fra i migliori Sauvignon di oggi, se non il migliore. La Côte de Bué è sempre stata considerata troppo ripida e sassosa da potersi coltivare senza spargimenti di sangue e di denaro. Se questi sono i risultati, bene ha fatto la famiglia Roger ad acquistarla e a rimetterla in vita.

Pouilly-Fumé Prédilection 2015 – Jonathan Pabiot (Francia)

Si mormora che Jonathan Pabiot sia l’erede deputato di Didier Dagenau. La profondità dei suoi Pouilly-Fumé, figli legittimi di gesti puri, è la ragione che ha scomodato certi paragoni. Questa euritmica corrispondenza di sensi non trova però pieno compimento nella nuova annata di Prédilection, dove se da un lato le marne “Kimmeridgiane” intridono di pulsazioni “sassose” lo spettro dei profumi, non bastano a sopravanzare l’indole introversa e riflessiva di questo vino, la cui ritrosia trova parziale conforto nell’avviluppo di frutta gialla e matura e il definitivo suggello in un andamento gustativo fin troppo placido e chiaroscurale, avaro di guizzi e di cambi di passo.

Pfalz Sauvignon Blanc Trocken 2014 – Oekonomierat Rebholz (Pfalz – Germania)

Timbro floreale istintivamente seducente, lì dove la forza impressa dal terroir calcareo viene sancita da un marchio sapido-minerale evidentissimo. E’ ciò che nobilita un sorso snello, longilineo, quasi “sospeso” e pure personale. Poco importa se non è troppo profondo, o se tenda a somigliare a un Riesling: la leggiadria e la dinamica bastano e avanzano al coinvolgimento. Golosissimo.

Casablanca Valley Sauvignon Blanc Reserva 2015 – Veramonte (Cile)

Ordinario, tecnico, senza scosse, dalla trama dolce e stucchevole, morbida ed accomodante. Qui solo esteriorità, senza il di più, senza il di dentro.

Sudsteriermark Klassik Sauvignon 2014  – Wolhmuth (Stiria – Austria)

Peculiare timbro fumé, buon sapore, acidità viva e portante che fa filare dritto il sorso, un risvolto di resine dolci ad allentare la tensione nel finale e a regalare una appendice di “normalità” ad un contesto decisamente singolare. Buono il sentimento di fondo, da cui emerge limpido il “potere” di quei suoli e di quel microclima.

Sudsteriermark Sauvignon Blanc Reid Steinriegl 2015 – Wolhmuth (Stiria – Austria)

Bel grip, una marcia in più di ritmo e profondità; è vibrante, lungo, elegante, autorevole. Assieme al Côte de Bué di Roger il protagonista assoluto della serata, per certi versi inatteso. Grande vino.

Sauvignon Blanc 2015 – Fleur du Cap (Sudafrica)

Erbe aromatiche e capperi, acidità viperina e tagliente, chiusura rigida ed amaricante. Sta in piedi, figlio di una smaliziata perizia tecnica che rattoppa e incolla, e sa come farlo. Il risultato non si schioda dai lidi di una mera piacevolezza, ma la piacevolezza c’è. Chi cerca emozioni, però, si rivolge altrove.

Marlborough Sauvignon Blanc 2016 – Saint Clair (Nuova Zelanda)

Netto, profumato, concessivo, esplicito. La tentazione presenzialista si stempera in un gusto cremoso, fruttato, chirurgicamente “perfettino” ma fortunatamente non asettico. L’assenza di sguaiatezze ci consente di apprezzare una mano tecnica che non mortifica il sapore.

Marlborough Sauvignon Blanc Wairau Reserve 2016 – Saint Clair (Nuova Zelanda)

In forza dell’assemblaggio delle uve migliori ricavate dai migliori vigneti (block), il mitico Reserve Wairau è un Sauvignon davvero composto per essere un “nuovo mondo style”. La puntuale definizione aromatica accoglie gli accenti della pesca matura e i sottotraccia di un’uva sceltissima. È cremoso, lungo, succoso, ineccepibile sul piano formale. Ma non solo questo: la continuità d’azione e di sapore depone a favore di caratterizzazione. Mostro d’un pregiudizio: e chi ci pensava ad una riuscita così!?

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