Brunello di Montalcino 2013: da qui al futuro. Intro e prima parte

Di • 21 Feb 2018 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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INTRO

logo-bbMONTALCINO (SI) – Cosa ho da dire io, o da chiosare, dopo i 150 Brunello di Montalcino 2013 assaggiati diligentemente nella due giorni di Benvenuto Brunello? Che questa annata mi appare più in palla e più propositiva  – soprattutto nella prospettiva del tempo – rispetto alla precedente 2012, peraltro fregiatasi delle fatidiche cinque stelle contro le quattro assegnate alla 2013? O che l’idea aggrappata alla fisionomia più ricorrente nei Brunello ’13 porti a pensare alla freschezza, alla reattività, alla baldanza e al futuro? Che insomma la 2013 sia stata un’annata importante per i vini del territorio? Faccio presto a rispondere: sì.

20180216_143331Perché prima di tutto è una di quelle annate che piacciono a me, un’annata  – si badi bene – che comporta attenzioni e premure nella lettura dei vini, specialmente nelle prime fasi evolutive in bottiglia, ma che già consente di scorgere, sotto la pelle dell’evidenza, tutte quelle doti che o ce le hai o non te le inventi, se per quei vini vorrai immaginare un futuro all’altezza. E per i Brunello ’13, per una parte di essi perlomeno, un futuro all’altezza è circostanza ben immaginabile.

Perché non ti stufi di conoscerli e di apprezzarli, questo è, anche se alla fine del salmo riemergono i leit motiv di sempre, che per una volta vorresti disattesi: uno zoccolo duro di cantine virtuose che con grande regolarità si (ri)propone ai vertici della denominazione grazie ad interpretazioni personali, rigorose ed ineccepibili, ma che resta pur sempre limitato nella numerosità e nella rappresentanza a fronte di un dispiegamento di nomi, voci e cantine ben più cospicuo, che farebbe presagire una qualità generalizzata e invece ti accorgi che non è così.

20180216_143322Ora, che una vendemmia del genere, dopo un andamento stagionale del genere, portasse con sé delle insidie c’era da metterlo nel conto. La vocazione tardiva però si è fatta felicemente sentire nella profonda stratificazione tannica e nell’importante corredo acido che innerva e caratterizza i vini migliori, a governare le “magnifiche sorti et progressive” del Sangiovese, doti strutturali le quali, quando supportate da una adeguata densità di frutto (circostanza verificatasi meno sovente di quanto si pensi), hanno maledettamente giovato alle trame e alla compiutezza, fronteggiando con efficacia il tenore alcolico (sempre generoso, oramai) e smussando spigoli ad un comparto tannico piuttosto incisivo, che nei casi meno risolti si è rivelato irriducibile e poco maturo. Insomma, per chiudere con una ovvietà, hanno contato i “manici” e hanno contato le giaciture e i versanti, come sempre. Eppure l’annata ci ha messo decisamente del suo, e questa sua selettività ha regalato ai vini un quid di personalità in più.

Termino con una constatazione per certi versi inquietante. Forse perché non l’avevo attentamente analizzata in precedenza o forse perché non ci avevo mai fatto caso, ma con il proliferare di penne, autori, critici e degustatori più o meno accreditati e più o meno credibili che a vario titolo vanno ad affollare ogni format di comunicazione, sia cartaceo ma soprattutto virtuale, si è alzato pericolosamente il grado di confusione e di “originalità” nell’analisi e nella lettura di un vino, di un territorio o di una annata. Un aspetto che mi spaventa – da quante ne ho lette di segno contrapposto e tendenzialmente affette da stramberia e approssimazione- e che mi fa pensare negativo. E non mi si venga a dire che tanto è questione di gusti, da che i fondamentali dovrebbero valere per tutti i campi del sapere e della conoscenza!

20180216_092242Vabbé, dalla fitta selva delle proposte e delle conseguenti elucubrazioni sensoriali ho deciso di limitarmi ad una selezione, i 60 vini che più hanno stimolato penna e pensieri. Li sveliamo in stretto ordine di apparizione, affidando alle parole e ai silenzi il grado di coinvolgimento e di predilezione. Si va dai buoni portavoce agli eccellenti, volutamente scelti in rappresentanza dei diversi fronti stilistici in gioco, anche quelli più distanti dalla mia personale visione del territorio. Altri, probabilmente, sarebbero da aggiungere alla schiera, dal momento in cui qualche autore importante a Benvenuto Brunello mancava, ma io mi fermo qua. Non prima però di aver sottolineato che, come dimostra la foto, sono stato il primo degustatore ad arrivare sul campo di battaglia. E queste son soddisfazioni! 🙂

NOTE DI DEGUSTAZIONE – PRIMA PARTE

ALBATRETI

Brunello dialettico, da non derubricare in fretta, indirizzato sulla concretezza ma anche su un certo orizzonte di originalità, e questo grazie alla naturalezza espressiva e al contrasto sapido che lo innerva. Tutto ciò nonostante il pizzico di calore in esubero e un tannino non proprio “cesellato”. Nel frattempo sentori di lavanda vanno ad amplificarne il fascino sottile, tutto men che ordinario.

ARGIANO

In un contesto di tecnica consapevolezza, la precisione esecutiva e l’implacabile linearità del tratto non sfociano nella “chirurgia estetica” lasciando spazio ad un senso apprezzabile di classicità, annunciato dai sentori del sottobosco e sentenziato da un corpo tornito e da un gusto amabilmente etereo, assai ampio fino a mezza via, più svagato nel finale.

BARBI – VIGNA DEL FIORE

Il calor’alcolico si fa sentire ma il portamento e la tempra sapido-minerale illuminano a festa uno sviluppo ampio e coordinato che va in profondità, raccogliendo nel non detto e nelle sfumature di sapore tutto il necessario in grado di proiettare questo vino fra i Vigna del Fiore migliori di sempre.

CANALICCHIO DI SOPRA

Davvero autorevole e autorale. Ricchezza, grinta, frutto…. compendio riuscito in una trama esaltante, intensa, imperativa, di lunghissima risonanza e ottime prospettive di crescita. I fratelli Ripaccioli hanno fatto centro!

CAPARZO  – VIGNA LA CASA

Si distingue grazie al limpido timbro fruttato e ad una trama sensuale in cui dolcezza e sapidità si fanno garanti di un andamento gustativo melodioso. Il nuovo Vigna La Casa è disinvolto e ben portato per i dettagli; l’equilibrio e la modulazione nei toni restano i proverbiali suoi punti di forza.

CAPRILI

Come al solito è la bocca a colpire maggiormente, per via delle accensioni saline e delle accelerazioni, che ne consacrano la razza in un àmbito ben caratterizzato dove il malcelato temperamento alcolico resta bilanciato da una ficcante spinta propulsiva e da un singolare slancio.

CASTELLO ROMITORIO – FILO DI SETA

Concepito secondo un disegno stilistico “moderno”, e pur lasciando poche chance alle sfumature ( nonostante il nome che porta), si mostra coriaceo, determinato e potente, lì dove sono i toni di grafite, frutti neri e menta a delineare il paesaggio dei profumi. Probabilmente il tempo saprà domarne l’indole intransigente della prim’ora per aprire un varco su prospettive nuove di armonizzazione. Come a dire: attendiamolo.

CASTIGLION DEL BOSCO – CAMPO DEL DRAGO

I fondamentali ci sono e ci raccontano del buon lavoro di rivisitazione stilistica e interpretativa – a partire dalla vigna –  che sta investendo la celebre firma Castiglion del Bosco. Il vino recupera e conserva misura, equilibrio, sobrietà, anche se si può fare certamente di meglio sul piano del carattere e della intensità.

CAVA D’ONICE – COLOMBAIO

Brunello di imprinting moderno che non disdegna slancio e chiaroscuro. Il contrasto gustativo rende la beva intrigante, ben oltre il quadro aromatico ancora compresso e poco articolato. Insomma, molto più in palla – e molto più propositivo –  rispetto al Brunello “annata”, apparso piuttosto largo nell’incedere e quasi “bruciante” nella sensazione pseudo-calorica.

COLLEMATTONI

La generosità di forme e il fiero temperamento alcolico che sono soliti caratterizzare i vini di Marcello Bucci hanno trovato un benefico contraltare nella saldezza strutturale, corresponsabile di uno sviluppo coeso, saporito e piacevolmente verace: un flusso di energia ricco di risvolti sapidi, insomma. Per questo il vino non straborda, e in sua compagnia starai bene.

CORTE DEI VENTI

Un’altra prova convincente per il Brunello di Clara Monaci. Perché è un componimento accordato, dove il tenore alcolico viene mitigato dalla freschezza di fondo e un bel risvolto salato ne stimola la persistenza, garantendo al vino espressività nel pieno rispetto delle proporzioni. Siccome a quelle latitudini non è cosa poi così scontata, ancor di più vale l’encomio.

CORTE PAVONE

Ho preferito il Brunello “annata” alla selezione Fiore dei Venti. In ragione del fatto che appare meno ostruito e meno concentrato, quindi più garbato. E’ un eloquio intessuto di “modernità”, intendiamoci, com’è nello stile di casa Loacker, da cui emerge però un sincero afflato mineral-fumé e un abbozzo concreto di articolazione, a renderne interessanti il passaggio e l’ascolto.

CUPANO

Evviva evviva! Plaudo agli orizzonti nuovi che si schiudono di fronte all’assaggio del Brunello 2013 di Lionel Cousin e Ornella Tondini. Nuovi nel senso sostanziale del termine: un vino che finalmente si lascia alle spalle la zavorra catalizzatrice della concentrazione e del rovere – ciò che ne ha segnato la fisionomia fin nel recente passato – per fare proprie tutte le sfumature del caso e raccontarci con dovizia di particolari le potenzialità di un terroir che non scherza. E se la diffusione non è enorme, non potrai che apprezzarne la dinamica, costruita su solide fondamenta strutturali.

ELIA PALAZZESI –  COLLELCETO

L’ariosità del quadro aromatico sottende la chiara volontà di regalare leggerezza al sorso. E se agli svolazzi esotici di pesca e papaja mi ci affeziono mal volentieri, al gusto si rivela molto piacevole facendosi ben apprezzare, mostrando scioltezza e sfaccettature a fronte di una struttura calibrata e di una profondità solo discreta.

FANTI  – VALLOCCHIO

La nuova etichetta di Baldassarre “Sarrino” Fanti va ad incanalarsi in un alveo stilistico ben consolidato, dove centralità di frutto e morbidezza sono le voci fondanti. Voci peraltro che ben si accordano con la coesione interna qui, a rendere succosa e gradevole la trama, senza ridondanze od ovvietà. Sullo stesso piano – e senza significative differenze qualitative- si muove il Brunello “annata”.

FATTOI

Ancora una volta un Fattoi felicemente espressivo e ottimamente focalizzato, senza le caratteriali screziature di un tempo (nel bene o nel male) ma con un disegno più rifinito e godibile da mettere sul piatto dei ragionamenti. Profondo, balsamico, elegante, sostenuto, è proprio un ben bere.

FORNACELLA

Da una delle cantine più piccole di Montalcino ci arriva una proposta “sentimentale” che riesce a sfiorare corde profonde, almeno per quel che mi riguarda. Figlia legittima di una interpretazione votata al classico, è succosa, melodiosa, invitante, pura. E se non tocca abissi di profondità o di tensione poco importa, naturalezza e spontaneità fanno gioco a sé e tengono buona compagnia.

FORNACINA

Stavolta dal Brunello di Simone Biliorsi emerge una dote di frutto più evidente, e quindi una densità di materia più ricca (ma bilanciata) ad accompagnare con savoir faire un finale meno intransigente e affilato del solito, contribuendo decisamente alla godibilità e alla compiutezza del sorso.

FRANCO PACENTI – CANALICCHIO

In un quadro combattutto fra toni più evoluti (soprattutto ai profumi) ed altri più freschi, la dote fruttata deve ancora trovare l’adeguata fusione, e con la fusione il garbo espositivo. Però è un vino intenso, compatto, che promette futuro, e la chiusura non troppo ostinata sul tannino lascia ben sperare.

FULIGNI

Un’altra luce. Vitale e snello, assume un portamento signorile guidato da una ficcante corrente acida, che ne slancia la trama facendolo librare. Davvero invitante, stilizzato, arioso, fine: difficile fare a meno di lui.

GIANNI BRUNELLI LE CHIUSE DI SOTTO

Vino grintoso e voluttuoso, compendio ispirato di forza e interiorità. Sulla scorta di un afflato silvestre e balsamico, dai preziosi rimandi minerali, si veste di una pienezza buona facendosi vibrante, sensuale, percuttivo e lunghissimo. Ai massimi livelli.

IL BOSCO DI GRAZIA

Mi piacciono l’amalgama e il modo di reagire, perché sottendono naturalezza senza ombra di forzature. Leggermente sfrangiato dall’alcol, resta comunque un vino contrastato, la cui coloritura balsamica e la cui vena sapida riescono nell’intento di renderlo intrigante, quel tanto che basta ad ispirare curiosità e ascolto attento.

IL MARRONETO

Trasparente, in tutto. Soave, esile e leggiadro, se gli mancano un po’ di ciccia e di profondità non gli mancano di certo sincerità espressiva e purezza. Quando si dice un vino sussurrato.

IL MARRONETO – MADONNA DELLE GRAZIE

Una maggiore densità di materia e cromatismi più accentuati lo elevano a rango di vino muy dotato e a più lunga gittata rispetto al Brunello “annata”. E’ vibrante, cova sotto, ne apprezzi il potenziale anche se sei certo che non si esprima ancora sui livelli di armonia che solo il tempo saprà riservargli. Condotto da una sferzante acidità, si avvale di una impalcatura tannica matura, incisiva ma non occlusiva: la godibilità se ne avvantaggia, il coinvolgimento emotivo pure.

IL POGGIOLO

Nella selva di etichette proposte dall’estroso Rodolfo Cosimi, Il Poggiolo si è mostrata assai più convincente che non le altre referenze ricavate dalla vendemmia 2013, e per questo merita una menzione, grazie all’espressività, alla piena rispondenza varietale e ad una caratterizzazione impostata sulla concretezza. Di contro, l’ironico Bionasega pecca di poca scioltezza e in bocca si impasta un po’, mentre l’originalità aromatica di Terra Rossa si disperde in uno sviluppo gustativo fin troppo mutuato dall’alcol e dalla dolcezza del rovere.

IL POGGIONE

Robusto, caldo, espressivo, nel suo abbraccio tutto il temperamento di un classico esponente della zona sud occidentale di Montalcino. Di quelli buoni però, da che riesce nel miracolo di essere corposo ma non ridondante, morbido ma reattivo. Nella timbrica scura dei suoi profumi, nel suo incedere rigoroso e senza fronzoli, resta impresso il sentimento di una tipicità onorata da sempre con fierezza.

LA FORTUNA

Probabile figlio (legittimo) dei possedimenti più freschi e “tardivi” de La Fortuna, laddove coesione e frutto -maturo al punto giusto- sanno trarre sicuro vantaggio da una bella acidità di fondo: e così la trama si tende e si distende facendosi succosa, spedita e ben bevibile. Gran bel ritmo qui.

LA LECCIAIA – VIGNA MANAPETRA

Se la gioca sui toni autunnali, sfoggiando una classica allure di sottobosco, fogliame, spezie e menta, e risultando stilisticamente ben connotato. Sconta una maggiore densità rispetto al Brunello annata, e un respiro più ampio, ciò che va a sancirne la distinzione sia pur a fronte di un registro (finto)-evoluto e comunque già dispiegato. Il timbro minerale del Brunello “annata” invece farebbe ben sperare, se non fosse per il contesto un po’ evoluto e per un finale già asciugato.

PER LA SECONDA PARTE LEGGI QUI

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