I vini del mese e le libere parole. Gennaio 2018

Di • 14 Feb 2018 • Rubrica: In copertina
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Sul finire di dicembre i malanni stagionali hanno falcidiato e messo a dura prova il corpo, sfruttando abilmente i varchi offerti da difese immunitarie allentate e demolendo alle fondamenta qualsivoglia velleità ludica e pagana. L’isolamento è stato coatto, la deriva pauperista.

C’era da augurarsi quindi un pronto riscatto, rabbioso e consapevole, nel mese di gennaio, alla riconquista dell’indipendenza perduta e del piacere di fare certi incontri. E così è stato: a gennaio non si è scherzato, né con i vini né con le libere parole.

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Bolgheri Sassicaia Sassicaia 2014 – Tenuta San Guido

sass-14No, non si tratta di un refuso, la dizione completa sarebbe proprio questa: Bolgheri Sassicaia Sassicaia, una dizione con il bis incorporato. Per sottolineare un aspetto che in pochi magari rammentano, e cioè che all’interno della galassia bolgherese esiste una specifica enclave “premiata” dal tempo e dalle istituzioni con una denominazione di origine ad hoc. Di fatto, una denominazione mono-etichetta. Non solo Bolgheri quindi, ma Bolgheri Sassicaia. In questo àmbito le anglofonie hanno tagliato corto: Sass, per gli americani semplicemente Sass.

E proprio di blasone mi vien da parlare di fronte ad un magnetico Sassicaia 2014. Perché se c’è un caso in cui il luogo comune si sbriciola davanti all’evidenza, è proprio questo. Diciamolo, in campo enoico (e non solo in quello) le aspettative non di rado si ammosciano di fronte all’esperìto, in special modo quando sono in gioco aspettative alte o quando si scomodano anzitempo paroloni da status symbol. Ora, possiamo ben sostenere che Sassicaia rappresenti una delle due o tre etichette davvero iconiche del vino italiano, e in quanto tale si porti appresso il peso di una bella responsabilità. E possiamo candidamente ammettere che non sia circostanza così rara quella in cui certi “vinoni” super annunciati ci facciano storcere il naso e godere a metà. Se ti viene da pensare al prezzo poi, apriti cielo!

Ecco, tutte queste ipercorrosive considerazioni non riguardano IL Sassicaia. Perché lui è proprio buono, ma buono eh! E distintivo peraltro, ché mal si apparenta agli altri Bolgheri in circolazione: qui un’eleganza, un portamento, una misura e una naturalezza espressiva che fanno gara a sé. No, non sfigura affatto nel consesso dei vini più importanti del mondo, anzi. Non sfigura perché, contrariamente a certi mostri sacri tutti “chiacchiere e distintivo”, può vantare un diritto di appartenenza per meriti acquisiti: nulla di più incontestabile.

La 2014 è stata un’annata insidiosa che il nostro ha trasposto in un modo tutto suo, in un modo sublime: alzandosi sulle punte e mettendosi a danzare.

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Barolo Monvigliero 2008  – Comm. G.B. Burlotto

burlotto-monvigliero-08Era tardo novembre che sono tornato in Langa. Da viandante mi sono recato al vigneto Monvigliero, nei pressi di Verduno, raggiungendolo per le strade maestre poi per quelle secondarie, che lo accerchiano dall’alto ad offrirne un’altra prospettiva. E’ un luogo importante Monvigliero, per la Langa del vino e anche per me.

Stranamente, ma inesorabilmente, in quei giorni là c’era un gran sole ad illuminare le cose; sembrava quasi che il paesaggio ne fosse consapevole, tanto da farmi pagare ancor più caro il tributo alla meraviglia in termini di dipendenza psicologica e affettiva.

Dopo certe visioni, e per combattere un’astinenza ansiogena, mi pareva inevitabile un giorno o l’altro dover incontrare di nuovo uno dei Monvigliero della mia predilezione. Mantengo il ricordo dei primi assaggi, cinque anni fa: cangiante, contrastato e dialettico. Bene, me lo ritrovo oggi cangiante, contrastato e dialettico. Con una postilla: l’assoluta bellezza del sorso, che preserva la sua proverbiale impronta mineral-fumé legandola al frutto carnoso, alla liquirizia e ad una gioventù ancora fremente. L’aerazione porta con sé le erbe del Monvigliero e la struggente suggestione di una rosa macerata. Come quel giorno di Langa, ha il sole dentro.

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Chambertin Grand Cru 2006 – Trapet Père & Fils

chambertin-06-trapetLa spontaneità, l’abbraccio, la naturalezza; doti confermate anche per il suo ispirato interprete, Jean-Louis Trapet, la persona più disponibile e simpatica mai incontrata fra i vigneron di Borgogna, genìa piuttosto affilata nel carattere e alquanto restìa nel dispensare calore umano.

Persona curiosa Jean-Louis, che sa ascoltare e che ama l’Italia, peraltro. Ne conservo vivido il ricordo, di lui come dei suoi vini, impressionanti per garbo, impronta stilistica e capacità di dettaglio. Da sempre fra i miei preferiti, è stato grazie ad un vero cultore della materia come Claudio Corrieri se ho avuto l’onore di imbattermi nuovamente in uno di loro. Chambertin 2006 è un autentico, vibrante Pinot Noir, e ciò che perde in termini di tensione (poco) lo guadagna in espressività e disinvoltura. Davvero toccante, davvero sensuale.

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Gevrey-Chambertin Clos St Jacques 1er cru 2005  – Armand Rousseau

clos-st-jacques-rousseauLo ammetto subito, così mi tolgo il dente: fin qui sono state davvero sporadiche le occasioni in cui ho avuto il piacere di assaggiare un Rousseau, sporadiche e centellinate nel tempo. Questione di “entrature”, o di frequentazioni, o di possibilità, chissà. E’ che a volte, sapete com’è, mi ritrovo ad andare in giro senza spiccioli in tasca, e allora mi scordo di acquistarlo. D’altronde, 8-900 euro per un Clos St Jacques (in enoteca, eh!) che volete che siano!?

Fuor di ironia, so bene che incontrare Rousseau è come incontrare il mito, e la soggezione potresti metterla nel conto. In questo caso però anche un sincero coinvolgimento. Più di uno, autorevolmente, sostiene che Clos St Jaques dovrebbe essere annoverato a tutti gli effetti fra i Grand Cru di Borgogna. Di fronte alla razza austera di questo monumentale 2005 verrebbe facile attribuirgli di diritto la speciale categoria. Saldo, teso, impettito, futuribile e profondamente minerale, ti scuote dentro invitandoti all’ascolto, nella consapevolezza di avere ancora tanta strada davanti a sé. Un vino-faro, insomma: casomai vi ritrovaste al buio, in sua compagnia la luce non vi mancherà.

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Passito di Pantelleria 2012 – Ferrandes

ferrandes-2012Mediterraneo è un sentire condiviso, soprattutto. Non soltanto quindi un àmbito geografico, non soltanto un mare. In quanto tale rifugge la sintesi. Cercare di imprigionarne la forza evocativa e la grandezza, incasellandolo nella gabbia obbligata di una trama di parole e suoni, è un’esigenza che ha appassionato da sempre autori di ogni tempo: scrittori, poeti, musicisti, filosofi, sociologi… una esigenza fattasi spesso necessità, o dovere antropologico, o auspicato approdo dell’anima.

Ecco, pur senza ausilio di parole, il Passito di Pantelleria di Ferrandes si staglia fra gli inarrivabili “narratori” che di quel sentire sono riusciti a sfiorarne le intimità. Perché questo vino sa di tutto, e quel tutto porta lì, ad accarezzare l’illusione di aver violato il “sentimento Mediterraneo” fin nel profondo, fin dentro il mare.

Nella immagine di copertina: Uomo che beve (1955), di Francis Bacon

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