Respiri di Alto Piemonte. Prima parte

Di • 23 Mag 2018 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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san-gaudenzio2Ventiquattro marzo 2018. Da troppo tempo aspettavo questo momento: è la prima “uscita vinosa” da due anni a questa parte. Ci tenevo, per l’inizio primavera, di tornare a respirare le vibrazioni del vino. Ci tenevo soprattutto a ricominciare dall’Alto Piemonte, la terra della mia ultima infatuazione enologica. Da un po’ ci giro intorno: ogni scusa è buona per prendere la macchina e andare dove la pianura finisce e la terra comincia ad alzarsi verso il Monte Rosa.

Più considero come è fatto, più me ne convinco: l’Alto Piemonte è la Disneyland dei geologi e il paradiso degli enofili. Mai visto un concentrato così fitto di particolarità geologiche in un fazzoletto di terra tutto sommato assai delimitato: stiamo parlando della stretta valle alpina dell’Ossola, della grande morena glaciale tra il Ticino e il Sesia, dei porfidi vulcanici di Gattinara e Boca, delle sabbie marine gialle di Lessona…

Un territorio dove regna sua maestà il nebbiolo (chiamato spanna nel biellese o prunent nell’ossolano), vestito delle trasparenze montane e spogliato della potenza langarola, tutto finezza e richiami profondi. E poi i vitigni che lo affiancano storicamente: dalla croatina rustica e sanguigna, alla favolosa vespolina, varietà inimitabile al di fuori di qui, perché prende a piene mani dalla mineralità di questi suoli e la moltiplica con note speziate e allegre, fino alla semplice uva rara e all’innominabile Erbaluce, vino-vitigno di sostanza e di finezza al contempo.
ingresso-taste-alto-piemonteEccomi qua dunque, a passo svelto verso il castello visconteo di Novara, dove si svolge ogni anno Taste Alto Piemonte. Non sarà per stilare descrizioni accurate dei vini, ma per cercare persone, orizzonti terrestri ma anche profondità terrene. Perché qui come forse in nessun’altra zona vinicola sono i suoli e la storia (la storia geologica, quella che si conta in milioni di anni) che plasmano i vini.
Terra di lentezza, passata immune alle mode. Ma che dovrà fare i conti a breve con due fenomeni: il primo come approcciare i cambiamenti climatici, il secondo come gestire il proprio successo. In molti, soprattutto all’estero, hanno capito che qui ci sono potenzialità di crescita enormi; stanno salendo i prezzi dei terreni, stanno arrivando capitali stranieri… Come si regoleranno i produttori locali? Via, siamo al ponte levatoio del castello di Novara. Si ricomincia da qui!
Gilberto Boniperti – Boniperti Vignaioli, Barengo (NO) [morena gliaciale, lato sud-est]

gilberto-bonipertiQualche anno fa, in una specie di privato pellegrinaggio alla cantina Antoniolo di Gattinara, su uno scaffale notai alcune bottiglie di altri produttori. «Sono alcuni vignaioli della zona che stimo e che mi fa piacere tenere qua in negozio» mi disse Alberto Antoniolo. Ecco, fra queste etichette ricordo il nome di Gilberto Boniperti. Qui a Novara faccio la sua conoscenza attraverso un rosato, Rosadisera Colline novaresi doc, che -santo cielo, quelli che “a me il rosato non piace perché non è né carne né pesce” – dico io chiudete gli occhi, respirate, sentite il sale e i fiori, godete in silenzio. Ecco, tanto per capirci.

Mi piace di Gilberto la pacifica serenità, come ti guarda e non ti guarda, come ascolta i tuoi gesti. Poche parole, e poi la Vespolina, il Favolalunga 2016. Ecco, se c’è un vino dell’amicizia, per me quello è la Vespolina. Siamo subito amici, con un rubino sfolgorante e un naso ampio, di spezie scure vive e cristalline e una beva irresistibile. Il Nebbiolo 2016 profuma di viola, entra “di punta”, conquistando di freschezza e sapidità la parte anteriore della lingua: è un vino dinamico, giovane, sorridente.

Gilberto possiede vigne a Barengo, che dell’immensa lingua morenica che scende dal Sesia occupa la parte più a sud. «Che impatto hanno avuto i cambiamenti climatici qua da voi?» gli chiedo. «Per certi aspetti ci hanno facilitato, la nostra è una zona fresca, alcuni vigneti storicamente facevano un po’ fatica a raggiungere la maturazione, l’innalzamento medio delle temperature in questo senso ci aiuta, mentre la presenza del massiccio del Monte Rosa garantisce una buona ventilazione e correnti fresche durante la notte».

La denominazione-guida in quella zona è il Fara (la più a sud della storica triade Fara-Sizzano-Ghemme), e assaggio il Fara Berton 2014. Taglio di nebbiolo al 70% con saldo di vespolina e uva rara, ha un colore trasparentissimo, ma rispetto al semplice Nebbiolo 2016 la musica cambia radicalmente, il naso è più aristocratico, discreto e attendista, e in bocca ha il respiro lento dei grandi Nebbiolo.

Ecco anche un Fara Berton 2015, imbottigliato da appena un mese, ma signori, ecco un puledro su cui puntare: ha naso di cipria che fa innamorare, una sapidità e uno slancio che incantano, finezza, pienezza, allungo… che volete di più? Gilberto sorride sornione. Sa che con questo 2015 l’ha fatta grossa.

Francesco Brigatti – Suno (NO) [morena glaciale, lato est]

francesco-brigattiDovessi dare una definizione istintiva per Francesco, direi di getto: Francesco è una bella persona. L’avevo incontrato alcuni anni fa nella sua cantina a Suno, là dove i rilievi morenici sono increspature morbidissime in un territorio assai poco frequentato dalle rumorosità del vino che fa notizia. Eppure di Francesco si dice che – zitto zitto – produca uno dei migliori Ghemme in assoluto, e che dal suo cru storico Mot Ziflon nasca il Colline Novaresi rosso di maggior caratura di tutta la denominazione.

Inizio dal suo bianco, Mottobello 2017, da uve erbaluce. È vero, è imbottigliato da poco, ma ecco, io a una materia così darei una briglia più sciolta, “darei agio”, come si dice dalle mie parti, lasciando l’uva parlare di più; sembra infatti un po’ irrigidito, tenue nel colore e un po’ trattenuto al gusto. Niente di tutto questo invece nella Barbera 2016: un rosso di un porpora tanto vivo “che fa luce”, un naso esplosivo di ciliegia con una improvvisa rasoiata rossa sottilissima che parte dal sorso e arriva dritto al cuore. Una Barbera assolutamente figlia del suo territorio, con la profondità più che la larghezza a farla da padrone, un quadro di Fontana, una tela rossa con un taglio netto verticale, un’esplosione di gusto senza tentennamenti, un vino quotidiano da urlo.

Mot Ziflon 2015 (85% nebbiolo 10% vespolina 5% uva rara), “solo” un Colline Novaresi in quanto il territorio non rientra nel perimetro delle denominazioni di vertice come Ghemme o Sizzano. Che vino di finezza! Possiede la sapidità classica di queste terre d’argilla acida, ma ammorbidita da un incedere signorile e una lunghezza mentolata. Splendido.

Il Mot Frei (sempre 2015) nasce invece da terreni più sabbiosi, è un 100% nebbiolo, più speziato al naso, in bocca è complesso, ricco, sapido, più moderno dello Ziflon ma senza alcun eccesso: un vino ricco.

Eccolo qua, Oltre il Bosco Ghemme 2013, integralmente da uve nebbiolo, ottenuto da una lunghissima macerazione di 60 giorni in cemento e affinato per 2 anni in botte grande. Ha la trasparenza rubina dei grandi nebbioli del nord, un ingresso in bocca che stupisce per caratura e per potenzialità, splendido, sanguigno, sapido, lunghissimo. Ancora da attendere un paio d’anni per goderlo al suo massimo. Ma se ne trovate una delle rarissime bottiglie in giro (tra i 25 e i 28 euro in enoteca) non esitate un attimo.

Cantine Garrone – Domodossola (VB) [valle glaciale, piccoli appezzamenti sparsi]

prunent-2Qui non si dice nebbiolo, si dice prunent, e si parla di una stretta valle glaciale che lascia spazio solo a piccoli appezzamenti vitati. Con coraggio e passione questa cantina raccoglie le uve di circa sessanta viticoltori, oltre a produrre in proprio un certo numero di ettari. Le altitudini oscillano tra i 400 e i 600 metri. Due vini mi piace ricordare su tutti. Per primo il Tarlap, da uve 100% merlot, bello da vedere di porpora viva, con un naso fresco che oltre all’erbaceo mette in campo il frutto del sambuco, evidentissimo. Fresco e bevibile. L’altro è il Prunent 2015 (100% nebbiolo), il vino di punta. Che bellezza, a pensarci. In tante zone vinicole, quando dici vino di punta ti prepari alla sberla del vinone, quando non alla legnata “barriccata”. Qui siamo su un altro pianeta. Qui il vino di punta… danza sulle punte, come una ballerina. Si avvicina amichevolmente, su note di ciliegia, esplicito e sereno, lieve e bello. Non c’è da stare a dire altro: per questo vino si potrebbe scomodare l’espressione che usò Italo Calvino nelle Lezioni Americane: incarna la “leggerezza della pensosità”.

Francesca Castaldi – Briona (NO) [morena glaciale, lato sud-ovest]

francesca-castaldiUna persona solare che produce vini splendidi. Cosa si può desiderare di più? Forse una Vespolina? Eccola qua: Colline Novaresi Vespolina Nina 2017. Favolosa. Unghia violacea, speziatissima, golosa, con una vena citrica, sapida e un bel tannino croccante, è un soffio di bella gioventù. «Quando ho piantato la vespolina, tutti mi sconsigliavano, è un vitigno difficile… Ma adesso è una gioia, è come riconoscere un amico!» Francesca dichiara così il suo amore per questo vitigno. «In effetti un tempo dava problemi, vuoi per le posizioni in cui veniva piantata, vuoi per l’epoca di raccolta, la raccoglievano insieme al nebbiolo ma ha una buccia sottile e delicata, e va raccolta prima». Ne sono sempre più convinto, se c’è un vino dell’amicizia, questo è la Vespolina. E quella di Francesca è una delle migliori. Le vigne di Francesca sorgono su un pianoro al termine sud della grande lingua morenica del Sesia, che per la conformazione del terreno non è stato dilavato.

Il suo Fara 2013, 70% nebbiolo e il resto vespolina, affina 2 anni in botti da 20 ettolitri. Trasparentissimo al colore, è una sintesi perfetta tra eleganza e brio speziato. In bocca si nota da subito la spinta sapida; forse da attendere un paio di anni ma è un grande vino da tenere assolutamente in considerazione.

Massimo Clerico – Lessona (BI) [sabbie marine]
“…quegli occhi allegri da italiano in gita…
Zazzarazzàz Zazarazzaàz, zazzarazzazzazzazzazà”
Se vedi i suoi occhi vivacissimi, i capelli a spazzola e quello sguardo scanzonato non puoi non pensare al Bartali di Paolo Conte: Massimo Clerico è così, un italiano in gita che gesticola e racconta aneddoti a raffica, e poi ti versa sornione nel bicchiere i suoi vini e con la coda dell’occhio ti guarda per capire chi sei.

massimo-clericoHa le vigne a Lessona, nel biellese, dove per una serie sbalorditiva di concause il massiccio del Rosa ha riparato dai dilavamenti le sabbie gialle marine risalenti al Pleistocene, lasciando questo terreno unico, ad alta acidità e a tessitura sabbiosa, in grado di marcare i vini in modo netto.

Per iniziare a capire di cosa si tratti questa “marcatura marina!, ecco qua il Ca’ du Leria, Coste della Sesia rosso 2015 da 50% nebbiolo e il resto di croatina, vespolina e uva rara. Ti immergi nel suo rubino classico e trovi un naso pulito, accogliente; entra in bocca lieve, quasi leggero, ma poi ti rendi conto che è ancora lì, lungo, disteso, semplicemente bevibilissimo.

Lo Spanna 2014 (Coste della Sesia Nebbiolo) è un nebbiolo in purezza ricavato da vigne giovani. Ha il colore commovente e trasparentissimo del nebbiolo “alto”. Lieve, lievissimo, leggiadro. Un’annata difficilissima gestita molto bene. Gli dico: «Beh, altro che annataccia, ne berrei a secchi!» E lui: «Sai, per questo vino mi ha detto le stesse identiche parole il mio omonimo famoso, Domenico (Domenico Clerico, produttore di Barolo, ndr)… poco prima che se ne andasse». Me li immagino, i due Clerico, insieme, a contarsela su, a scambiarsi sorrisi e strette di manone forzute.

Lessona Riserva 2012 (13,5 %) composto da 97% nebbiolo e un saldo di vespolina, affina per 42 mesi in legno di cui 12 in barrique. Ha colore maturo, trasparente e scarico; e un naso signorile, speziato, lieve. In bocca sorprende per la sua classicità, è fitto, in fase di massima espressività, caldo e avvolgente.

Lessona Riserva 2103 (campione non ancora in commercio): se da un’annata calda come la 2012 Massimo ha tirato fuori un bellissimo vino dal respiro classico, con la ‘13 mi trovo davanti ad un vino destinato a diventare un fuoriclasse. Al naso ha ancora bisogno di bottiglia, ma in bocca è già a livelli altissimi, con un’acidità più spiccata rispetto al 2012, più “puntuto” e fine, dinamico, irrequieto, carismatico. Ancora un paio d’anni e sarà una favola.

(continua)

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