I vini del mese e le libere parole. Luglio 2018

Di • 15 Ago 2018 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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ragazza-e-due-popolani-a-tavolaSe affidassi il pensiero alle iperboli ci metterei poco, questo mese, ad annoverare una delle bollicine più emozionanti di sempre e uno dei Vin Santo più buoni mai partoriti sull’orbe terraqueo. E non farei torto a nessuno. Se alle iperboli invece anteponessi la misura, direi allora che la bollicina è “solo” elettrizzante e il Vin Santo un vino-monumento.

In mezzo, due rossi emblematici figli di gesti puliti e di rurali consapevolezze, che nel ribadire il talento purissimo dei rispettivi vinificatori – uno “francioso”, l’altro friulano –  sono in grado di fondere armoniosamente materia e sottigliezze rendendo lustro ai territori di appartenenza e al tempo stesso elevandosi per sottintesi, stile e personalità.

È grazie a loro, e a certi amici cari, se vanno a nozze le libere parole.

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Le Bollicine di Nonno Felice Vendemmia 2008 – Ruben Larentis

in memoria di R.P.

20180728_194508Che si tratti di uno dei “valori bollati” più rari di sempre, per tirature e reperibilità, potrei scommetterci, e probabilmente quella scommessa la vincerei. In un mondo di oenophiles perdutamente succubi della tipologia e morbosamente affezionati alla chimera dell’esclusività, niente di meglio per alimentare una nuova quanto impervia ricerca, perché della genìa dei Metodo Classico il Nonno Felice ne incarna lo spirito artigianale più autentico, a cose normali distratto o disatteso da manifatture accademiche.

Proviene da Garniga, minuscolo avamposto di alta collina non lontano da Trento – trecento anime a 800 metri sul livello del mare – ed è dedicato ad un padre che negli anni Settanta volle impiantare a chardonnay uno scherzo di vigna per ricavarvi il vino della casa, della sua casa.

Non so se Felice già allora subodorasse chi o che cosa sarebbe diventato il figlio Ruben. Fatto sta che Ruben, fin dal suo primo apprendistato come enologo in una cantinetta franciacortina di poco conto chiamata Ca’ del Bosco, si prese a cuore quel vigneto per poi decidere di tirarci fuori un Metodo Classico “familiare”. Sono passati più di trent’anni da allora, trent’anni di dediche e di vini più unici che rari. Nel frattempo Ruben, Ruben Larentis, è diventato l’anima tecnica della casa spumantistica più famosa d’Italia, quella Ferrari i cui vini portano indissolubilmente la sua firma.

Facciamola corta: questo 2008 è una delle più elettrizzanti esperienze sensoriali, a ragion di memoria, mai vissute in compagnia di una bollicina. Nell’ammetterlo devo pure ammettere che una volta tanto il grande amico Renzo Priori  – divoratore di bollicine – ci aveva visto giusto. Nonno Felice era la sua etichetta iconica e la teneva cara come un oracolo. Io allora non riuscivo bene a capire di cosa stesse farneticando. L’ho capito oggi. Troppo tardi però per godercela assieme, non abbiamo fatto in tempo. Resta il rammarico.

Eppure l’etichetta stampigliata sulla bottiglia n°44 (su 80 prodotte) parla chiaro: “riservato ai brindisi degli amici più cari”. Non sono così sicuro, quindi, di essere riuscito ad onorare il suggerimento: di amici apparentemente ne mancava uno. O forse no.

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Friuli Colli Orientali Cabernet Franc Frank 2015 – Marco Sara

cabernet-frank-marco-sara-15Ricordo come se fosse ieri il temperamento irriducibile dei primi imbottigliamenti di Verduzzo e Picolit. E ricordo pure che Marco Sara li affinava nel vetro quei vini, nel vetro di una damigiana. Erano voci fuori dal coro, dove il carattere sposava l’imprevedibilità, ma quando annata ed estri trovavano la quadra non ce n’era per nessuno.

Mi ha fatto piacere constatare che nel frattempo la gamma si sia ampliata, per accordare spazi a bianchi e rossi pescando da un vigneto composito come d’uso in Friuli, e ancor di più nei Colli Orientali, a nord est di Udine, dove il frazionamento delle proprietà è cumsustanziale alla storia dei luoghi.

Sono rimasto folgorato, in particolare, dalla qualità del Cabernet Franc. Fummo fra i primi -se non i primi- a parlare di questo vino in termini di eccellenza, ai tempi della Guida “espressica”. E’ passato anche del tempo. Lo incontro nuovamente oggi là dove non te lo aspetti, in Garfagnana, grazie ad una locanda sui generis e ad una cantina frutto di una ricerca personale e senza paraocchi.

La bellezza evocatrice di questo rosso di collina, proveniente da un luogo in cui escursioni termiche ed insoleggiamenti (morigerati e accorti) sono lì a decretarne l’unicità microclimatica, sta tutta in quella speciale freschezza, che oltre ai profumi va ad esaltarne il ritmo e la dinamica interna, regalandoti spessore ed agilità in un compendio armonioso, che trae vantaggio da una speziatura eloquente e da una seducente trama fruttata. Difficile apprezzare queste cadenze altrove, difficile replicarne il timbro. Lui si chiama Frank, ed è un bere amico.

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Châteauneuf-du-Pape Rouge 2013 – Domaine Pierre André

chateauneuf-pierre-andre-13Lo Châteauneuf Rouge ’13 di Jaqueline André conserva la fresca carnosità di un sorso spontaneamente bello e solare, non otturato da accanimenti di materia ma ricco di suggestioni sottili, come l’incredibile speziatura orientaleggiante e la coloritura balsamica. Lunghissimo e melodioso, accoglie in sé purezza e te la dà.

A prevalente contributo di grenache, e poi di syrah, questa etichetta dimostra, bicchieri alla mano, come anche alle “bocche del Rodano” sia possibile disegnare vini provvisti di trama e ordito, capaci cioè di consegnare alla storia qualcosa d’altro e di non meramente ascrivibile alle sole doti di generosità, calore e potenza tipiche di quelle latitudini.

Facendo affidamento su una compostezza nuova, questo vino stimola e alimenta una lettura aggiornata di un territorio “parlante”, imponendo la propria voce.

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Vin Santo del Chianti Classico 1994 – Castell’in Villa

vin-santo-castellin-villaDa più parti si dice che i vini dolci e passiti oramai non li beva più nessuno, quantomeno alle nostre latitudini. Si dice che la nobile tipologia stia andando nel dimenticatoio e che non spezzi più il cuore degli appassionati, che la domanda sia in perdurante calo e che al ristorante manco se te li offrissero!

Non ero al ristorante, ma l’offerta mi è stata fatta. Ed io non l’ho rifiutata. Da un lato perché volevo comprendere meglio le ragioni di siffatta tendenza all’oblìo, dall’altro  – diciamolo – perché mai avrei rinunciato ad un vino-monumento .

Alla luce dei fatti, e di una bottiglia che ha toccato ben presto il fondo, quelle ragioni non sono riuscito a comprenderle. Forse perché in realtà questo Vin Santo mi ha confuso, al punto tale da convincermi che vini così, se ve ne fossero, farebbero invertire il trend decrescente dopo soli tre o quattro giri di bicchiere!

Ah, dimenticavo: il vino in questione è stato prodotto nella zona della Berardenga dalla principessa-vignaiola Coralia Ghertsos Pignatelli, ed è il suggello indelebile, l’ennesimo, di un percorso umano e stilistico che può vantare pochi paragoni: per coerenza, sensibilità interpretativa ed eclatanza di risultati.

La lunghezza, l’armonia, la freschezza e la complessità di questo ’94 gli consentono oggi di raggiungere vertici espressivi inesplorati, quasi a spalancare le porte della percezione. Dopo una simile esperienza lisergica non oso pensare alle pene di un’astinenza forzosa, ma so per certo che la stoltezza di una rinuncia volontaria andrebbe ad incasellarsi di diritto fra gli errori dello spirito.

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Nella prima immagine in ordine di apparizione: “Ragazza e due popolani a tavola” (D.Velàzquez – 1618)

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