I vini del mese e le libere parole. Novembre 2018

Di • 12 Dic 2018 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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adriaen-brouwer-uomo-con-brocca-che-cantaDalla Mosella un Riesling inarrivabile e contundente, più fondo del fondo ….

Dalle Langhe un Barbaresco-femmina di grazia e consistenza uniche (e ancora sono troppo pochi coloro che si filano queste vere e proprie artigiane del vino).

Dall’Appenino tosco-romagnolo di Modigliana la sorpresa delle sorprese, con una idea forte di territorio dietro.

Dalla Borgogna un vino che ispira la solennità di un silenzio, da che le parole le contiene già tutte.

Da Diano d’Alba un eroico Dolcetto d’antan, figlio della terra sua e di un concetto sano di “contadinità”.

Sono loro le libere parole.

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Mosel Riesling Graacher Himmelreich Auslese 2007 – Joh. Jos. Prüm

47391635_494720127704797_208513120258228224_nE’ entrato in scena dopo una baraonda di rossi stordenti, ne è uscito da vincitore. Di abbagliante luminosità ed invidiabile dettaglio aromatico, non arretra di un centimetro nella presa gustativa, avanzando a suon di meraviglie ed accelerazioni. La cosa ganza è che Prüm è un produttore che si vanta di produrre vini à l’ancienne, ovvero con naturale residuo zuccherino. La cosa ganza è che qui parliamo di un Auslese, quindi di una tipologia che può contemplare concentrazioni zuccherine spinte, complici i probabili attacchi di botrite. Eppure il risultato non eccede per niente su quel fronte, e ti sorprende proprio per l’equilibrio fra le parti, la nobile eleganza del tratto, la grande versatilità nell’accostamento con i cibi, ciò che a priori non gli avresti dato.

Sapete cosa c’è che passa oltre la logica e fa la differenza? C’è la razza, la razza innata, discendenza diretta di una delle poche firme del vino teutonico che non è solita piegare le ragioni del terroir ai compromessi del formalismo tecnico. Solo così possiamo dare un senso a tutta questa profondità.

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Barbaresco Ovello 2011 – Gigi Bianco

47389729_1150847925070976_7759814552958533632_nDi fronte a vini del genere – l’ennesima perla di una lunga serie – viene da chiedersi perché la nomea di Gigi Bianco non venga perlomeno equiparata a quella raggiunta dal fior fiore dei vignaioli di Langa. Proprio non te lo spieghi tutto questo silenzio, tutta questa misconoscenza.

Poi conosci Susanna Bianco, e conosci sua madre Maria Vittoria, le anime-femmina di questa piccola cantina che sta ai piedi della torre antica di Barbaresco, e capisci che prima di tutto viene l’etica del lavoro. Prima di tutto c’è la terra. La loro umiltà e il loro umano candore sono doti che non si dimenticano. E poi nei loro gesti c’è ancora spazio per la meraviglia, per la scoperta ammirata di una emozione tutta nuova, come un vino che cresce. Nessuna prosopopea qui, nessuna assuefazione all’ovvio. Le parcelle possedute nei cru “parlanti” Ovello e Pora sembrano trarre vantaggio da questa attitudine interiore.

Nel Barbaresco Ovello 2011, ad esempio, saldezza ed eleganza si sono maritate per amore. Un legame profondo e inscindibile, dove il ricamo floreale, il portamento e la filigrana minerale osano talmente tanto da disattendere le potenziali insidie di una annata calda. Facendosene un baffo.  E io ancora non mi spiego tutto questo silenzio, tutta questa misconoscenza, tutta questa distrazione.

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Ecce Draco 2016 – Mutiliana

20181023_114500Inutile nascondersi dietro a un dito, Ecce Draco ’16 è uno dei ricordi più preziosi, e inattesi, che mi sono portato dietro dalla Romagna, la punta di diamante di una produzione piccola e ispirata guidata solo e soltanto dall’esigenza di fotografare la propria terra per quello che è e per quello che sa dare. I Sangiovese della casa, d’altronde, parlano il linguaggio dell’autenticità, e rappresentano un punto fermo per trasparenza espressiva e senso del dettaglio. Con i medesimi obiettivi nasce questo coraggioso Pinot Nero, che se da un lato va ad infittire la schiera dei pinonuar italici nati apposta per farsi dire dietro: “non c’è niente da fare, tanto la Borgogna è un’altra cosa”, dall’altro squaderna una personalità tale da rigettare ogni pregiudizio. Perché è l’esatta esplicitazione del concetto di leggiadria. E’ un sorso sospeso questo qua, senza zavorre, con il respiro profondamente balsamico, la trama sussurrata e diritta, il disegno garbato.

Le uve provengono da una vigna del 2004 piantata nella Val Tramazzo di Modigliana, a 600 metri sul livello del mare, i suoli sono quelli poveri e sciolti delle marne e delle arenarie che ci sono lì, i metodi quelli che danno confidenza ai lieviti indigeni e alle lunghe macerazioni, gli affinamenti quelli condotti rigorosamente in cemento,  brillante “traghettatore di territorio”.

fernando-660-smallLa visione che alimenta il progetto Mutiliana appartiene ad un collega famoso, Giorgio Melandri, che ha deciso di passare dall’altra parte della barricata per vedere cosa si prova. Nel suo volto e nelle sue parole vi ho trovato felicità, stimoli e motivazioni. In suo aiuto è accorso Francesco Bordini, talentuoso agronomo/enologo ben conosciuto in Romagna (e non solo). Oltre a loro, grazie a loro, ho conosciuto poi lo struggente candore di Ecce Draco 2018, che sta riposando in cantina. Ebbene, è stato quest’ultimo a mettermi definitivamente la pulce nell’orecchio, suggerendomi che tutto qui non è per caso, e che l’Appennino, da oggi, potrà contare su una stella in più.

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Vosne Romanée 2002 – René Engel

47490289_510060039512375_5915550386260803584_nSembra che tutto il ragionare “alto” in materia vinosa debba giocoforza infrangersi sulla definitiva, magniloquente sentenza chiamata Borgogna. Un ragionare che in certi ambiti ha preso persino la piega della genuflessione, della infatuazione cieca, della distinzione elitaria, con tutte le conseguenze del caso, non ultimi i prezzi eticamente folli che staccano oggi molte etichette borgognotte, così poco rispettosi della sensibilità e della intelligenza umane.

La Borgogna d’altronde sembra davvero condensare tutto il meglio che c’è: ha dalla sua la storia, la nobilitazione della figura del vigneron, la suggestione della rarità, l’eloquenza di certi conseguimenti, l’ossessione del terroir, la fiorente aneddotica, l’inoppugnabile consapevolezza della sua gente di far parte di un mito, l’orgoglio e l’amor patrio. Non può che sbaragliare il campo. Anche per via di questa ridondanza di privilegi trovarmi a parlare di Borgogna suona strano e, paradossalmente, di deja vu. Niente di meglio, verrebbe da pensare, per una prudente presa di distanza emozionale.

Poi però arriva lui, il Vosne Romanée 2002 di René Engel. E ti accorgi che in lui sono contemplati il sublime e l’impalpabile, nonché la capacità di trasportarti in ogni dove senza che tu sappia opporgli resistenza alcuna. Ti rappacifichi soltanto grazie al miracolo inatteso: poter fare a meno delle parole. Nessun racconto più, nessun ragionare in sua compagnia: finalmente un vino di Borgogna che ti inchioda al silenzio. Ci voleva.

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Dolcetto di Diano d’Alba Sorì del Bartu 1985 – Simone Castella

20181206_134438Un’etichetta che non esiste più, un vigneto che non esiste più e un vignaiolo che ha smesso i panni del vignaiolo per godersi la meritata pensione potrebbero sancire definitivamente un verdetto, consegnandolo alla storia, ai suoi ricordi e alle sue fagocitazioni.

Simone Castella ha incarnato in modo filologicamente perfetto la figura del vignaiolo artigiano, molto più di altri. Dietro il volto affilato cela un’indole taciturna e una profonda umiltà. Ha amato tanto la terra di Diano d’Alba e ha onorato il Dolcetto di un amore incondizionato. Sono stato fortunato a conoscerlo, tanto più se questi sono i risultati.

Sorì del Bartu ’85 è struggente e vivo, ora e qui. Incredibile la tonicità, già a partire dal colore, e melodioso il modo con cui ancora si concede. Ché il tempo, di fronte a cotanta eloquenza, sembra essersi arrestato come in ossequioso rispetto.

E a me adesso non resta che partire per tornare lassù, nel balcone delle Langhe, e poterglielo dire di persona.

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Nella prima immagine: “Uomo con brocca che canta” di Adriaen Brouwer, pittore fiammingo del XVII secolo

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