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I Chianti Classico di Bibbiano, la verticale in parallelo e l’onda lunga dei ricordi

Capire come muove le cose un territorio, capirlo alla luce del tempo e dei suoi passaggi, è uno dei bagagli conoscitivi irrinunciabili per qualsivoglia approccio professionale alla materia del contendere, anche e soprattutto in quell’universo-mondo chiamato vino.

Ebbene, pochi giorni fa lo scandaglio sensoriale è andato oltre, dal momento in cui a Bibbiano si è pensato bene di traguardare le caratteristiche dei due vini più importanti prodotti da Tommaso Marrocchesi Marzi attraverso una verticale “in parallelo” di 5 annate, scelte volutamente dalla proprietà anche fra quelle non eccelse (almeno sulla carta) e pescate a cavallo fra gli anni Novanta e gli anni Duemila, lungo un crinale di tempo cioè in cui l’enologia imperante, da un lato, dettava le sue regole (a Bibbiano bellamente disattese), e dall’altro il clima sentenziava di un cambiamento epocale che avrebbe traghettato il “temperamento” alcolico dei vini toscani verso valori più impegnativi, con tutte le conseguenze possibili e immaginabili in termini di equilibrio e bevibilità.

Ora, quando parliamo di Bibbiano e dei suoi vini ci riferiamo a uno dei capisaldi della produzione classica chiantigiana, dove il termine classico assume qui una valenza insieme fattuale e letterale. E’ Bibbiano che è stata attraversata dall’onda lunga di uno stile e di un modo di intendere i vini che ha fatto scuola per una certa idea di Sangiovese; è Bibbiano uno di quei luoghi in cui, da cinquant’anni , si è iniziato a produrre dei Chianti Classico “anima-muniti”, che si ponessero lo scrupolo di non disperdere la voce della propria terra, garantendone la fedeltà.

Poi, che il vigneto toscano debba considerarsi un vero e proprio laboratorio a cielo aperto ce lo conferma, una volta di più, l’espressività assunta dai due cru della casa, il Chianti Classico Montornello e il Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino, due vini diversi per due versanti diversi, con il Montornello figlio di un versante fresco di Nord Est, omogeneo in fatto di giaciture ed esposizioni ma oltremodo disomogeneo in fatto di suoli, il quale fondendosi con l’attitudine vendemmiale “precoce” tipica di questo lembo di territorio nel comune di Castellina in Chianti, ha contribuito a delineare le fattezze di un rosso garbato, misurato e femmineo, rotondo quanto basta alle ragioni della piacevolezza, acido quanto basta a stimolare il dinamismo e a consentirgli di affrontare bene il tempo, senza per questo farsi vanto di chissà quali fondamenta strutturali ma risultando sempre ben indirizzato negli alvei “comportamentali” di un tipico portavoce liquido “alla Castellina”, lì dove equilibrio e disinvoltura restano le chiavi di volta di una fisionomia e di un carattere.

E con il Vigna del Capannino in grado di sparigliare le carte, sia in fatto di versanti (Sud Ovest), sia in fatto di suoli (piattaforma ripida e omogenea costituita da argille grigie e blu, ricca in carbonato di calcio), sia in fatto di cloni (clone di sangiovese grosso portato da Montalcino negli anni ’50 del secolo scorso, frutto del patrimonio Biondi Santi). Di conseguenza, ecco un carattere peculiare e a tutto tondo, che stacca rispetto alla classica fisionomia dei Sangiovese della zona per via della fermezza, della solidità strutturale, del cipiglio austero e compassato.

Un vino per certi versi meno concessivo del Montornello, soprattutto se còlto in giovane età, ma capace nel tempo di far vibrare per intero la razza del cru grazie alla profondità baritonale dei suoi tannini e all’intelaiatura sapido-minerale della sua trama, configurandosi così con una personalità fiera, riconoscibile e nobile nel portamento. E se Montornello sembra risentire maggiormente delle annate, la statura autorale del Capannino lascia emergere un timbro e una voce inconfondibili, checchennedicano le stagioni.

È pur vero che su questo viaggio sentimentale attraverso due decadi aleggia l’onda lunga di un ricordo, e quel ricordo porta un nome: Giulio Gambelli. È lui, il mitico “bicchierino”, ad aver forgiato della sua sensibilità e della sua consapevolezza di interprete i vini della tenutauna tenuta con la quale ha collaborato fin dagli inizi nella veste di “mastro assaggiatore” e consulente, un percorso umano e professionale interrottosi per sopraggiunti limiti di età e di salute nella seconda metà degli anni Duemila, ma che ha lasciato il segno sull’anima di quei vini, sul loro presente e sul loro futuro, un futuro che ha già scritto le sue prime pagine nel nome di Maurizio Castelli, stimatissimo “continuatore della specie”, da un anno neo consulente enologo dopo la gestione post gambelliana portata avanti con medesimo scrupolo stilistico da Stefano Porcinai.

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I VINI DI UN GIORNO

Chianti Classico Montornello 1994

Pulizia, scioltezza, intima cordialità di un sorso sfumato e deliziosamente profumato di buono. Morbido senza risultare molle, in lui vi rintraccerai candore, eleganza e disinvoltura, la sacra triade del paradigma “gambelliano” (leggi alla Giulio Gambelli). Sia pur figlio di un’annata difficile, il suo è un sussulto emozionale che il tempo non scolora.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1994

Ombroso e austero, il coté di goudron, grafite e spezie dischiude un carattere maschio e grintoso. Lui “brunelleggia” da par suo, è un po’ squadrato e rigido nell’incedere, ma non meno che incisivo, no, non meno che incisivo.

Chianti Classico Montornello 1996

Il quadro dei profumi presenta un pizzico di evoluzione in più nelle trame, rispetto a Montornello ’94; al gusto è rotondo, avvolgente, piacevole, con una suggestione orgogliosamente fruttata che lascia trasparire una punta di surmaturazione. La dinamica è un po’ allentata ma non spenta, il finale più pragmatico e asciutto.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996

Colore vivo e imperativo, piglio austero su sentori di liquirizia, frutto “scuro”, spezie e tabacco dolce. Rispetto al ’94 appare più brillante nella esposizione e nella dinamica gustativa; ad emergere sono una decisa sensazione sapido-minerale ed un finale trascinante, balsamico, lungo.

Chianti Classico Montornello 1999

Dall’annata più importante della verticale di oggi, ecco un vino a due facce: apparentemente evoluto lì per lì, al gusto tira fuori un sale che ringalluzzisce. La scioltezza va a coinvolgere la piacevolezza di beva, rendendo al tratto un di più di agilità, mentre il soffio agrumato ne va a raddrizzare le sorti, concretizzando un vino “di bocca” sapido e sottile, meno succube degli anni di quanto saresti portato a pensare.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1999

Di certo uno degli imperdibili di oggi, che ad una fisionomia integra e limpidamente riconducibile alla sua cifra -leggi austerità, grafite e sale- unisce una chiarezza espositiva, una progressione, una saldezza e un allungo tali da rendersi distintivo, oltreché fresco e baldanzoso. Bello!

Chianti Classico Montornello 2005

Una delle ultime annate che hanno avuto il contributo di Giulio Gambelli in cabina di regia enologica. Frutto e alcol qui, a sentenziare che ci troviamo negli anni Duemila. Non al massimo delle possibilità quanto a dinamica ed agilità, vi respiri un candore parzialmente irrisolto, lì dove emergono spigoli e “contratture”. Eppure non manca il sale. Eppure il territorio respira, e lo senti.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 2005

Il rubino è scuro, massiccio, vivo, l’assetto aromatico profondamente balsamico e serrato, il sorso saporito, intenso, percuttivo, volenteroso. In questa annata ricorda come non mai un Brunello della zona nord di Montalcino.

Chianti Classico Montornello 2008

Una delle prime annate di interregno, dove entra in gioco in maniera decisa l’agronomo-enologo Stefano Porcinai. Fruttato, pulito, avvolgente ed accomodante, non così portato per le sfumature di sapore, aldilà dell’evidenza fruttata, la sua trama si allarga mentre la complessità non sembra essere l’arma migliore. Certamente il millesimo ci ha messo del suo.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 2008

Calore, grinta e “maniere” più concessive del solito aprono ad uno sviluppo ampio anche se non troppo teso, più largo che lungo, dove la travolgente personalità tipica del Capannino stenta a venir fuori, fatta salva un’idea più immediata di piacevolezza, dote quest’ultima del tutto accondiscesa.

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Nella seconda foto Tommaso Marrocchesi Marzi; nella terza Giulio Gambelli

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