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Panzano: bio distretto e coerenza per il Chianti Classico

Con questo articolo Riccardo Margheri inizia la sua collaborazione con L’AcquaBuona. Un caloroso benvenuto ad un osservatore preparato e appassionato come pochi che, instancabile. non si fa sfuggire pressoché nessuna occasione di approfondimento “vinoso” in giro per la Toscana e l’Italia…

Una delle esperienze più illuminanti (e piacevoli!) del mio 2018 di assaggi e scorribande è stata la partecipazione al tradizionale evento settembrino “Vino al Vino” a Panzano in Chianti, l’occasione giusta per un’esaustiva ricognizione di un comprensorio del tutto particolare e da sempre fortemente identitario.

In tempi meno recenti, in cui più di un Sangiovese chiantigiano esibiva caratteri di sottigliezza e spiccata acidità, le referenze di Panzano hanno sempre mostrato maggiori opulenza, materia, “flesh and bones”. Metti i suoli tipici della scenografica Conca d’Oro, la perfetta esposizione, la ventilazione assicurata dalle brezze che si incuneano negli incavi incisi dalle minuscole vene d’acqua che discendono verso il fiume Pesa, la quota altimetrica e il conseguente gradiente termico giorno-notte, che con i suoi benefici effetti sulla maturazione fenolica delle bucce ha più volte consentito estrazioni importanti….. Si assommino tutti questi fattori ed ecco che i Sangiovese di Panzano (Chianti Classico o Supertuscans che fossero) hanno sempre goduto di meritata fama.

Molto incensati in periodi in cui il mercato e la critica ricercavano etichette dalla volumica presenza al palato, più di recente, con il pendolo del gusto (e della moda) che è oscillato verso vini più sottili e di freschezza più evidente, non sono mancate le critiche da parte di chi ritiene che l’esuberanza alcolica non sia perfettamente risolta a livello di equilibrio, che l’eccesso di maturazione semplifichi lo spettro aromatico e che l’acidità non sia sufficiente ad assicurare una adeguata longevità.

Assunti peraltro smentiti dalla mia più recente esperienza, per esempio grazie agli assaggi effettuati presso l’azienda Fontodi: vedi il Sangiovese in purezza Flaccianello della Pieve, la cui ultima annata (2015) si fa beffe dei 15° di alcool continuando allegramente a migliorare a ore di distanza dall’apertura della bottiglia; un 2008 della stessa etichetta giovanissimo, mirabilmente rifinito e slanciato dalla freschezza e dalla sapidità e, dulcis in fundo, un Chianti Classico Riserva (allora, ora Gran Selezione) Vigna del Sorbo 1990 al quale il tempo ha portato in dote la bellezza adamantina che solo i grandi vini possono conseguire, qui felicemente còlto in una fase di compassata eleganza, con una terziarizzazione intrigante non disgiunta tuttora dal succo.

Ma indipendentemente dalle valutazioni più o meno positive sul carattere e sulla personalità dei vini di Panzano, certo condizionate dalle predilezioni di ogni singolo degustatore, mi preme evidenziare come questo comprensorio si muova nel presente contesto di discussioni e studi in merito alla zonazione del vasto territorio del Chianti Classico.

Nelle more della probabile, futuribile istituzione delle denominazioni comunali, una volta che il Consorzio avrà preso atto delle risultanze, appunto, di un vasto progetto di zonazione in corso, già adesso praticamente ogni Comune/angolo del Chianti Classico può vantare la sua associazione di produttori: Radda, che ha giustamente preso spunto dal recente successo dei propri vini per creare eventi specifici di presentazione a beneficio della stampa specializzata; Castelnuovo Berardenga, con una positiva sinergia tra le aziende che periodicamente confrontano le proprie esperienze e i propri prodotti con assaggi incrociati, ma con la difficoltà di comunicare unitariamente un territorio caratterizzato da grandi diversità di composizioni di suoli e non solo (è in corso un progetto per definire e valorizzare le peculiarità di cru aziendali); Gaiole, che in una recente degustazione ha iniziato a sistematizzare le differenze a livello di riconoscimenti aromatici in forza dei rispettivi terroir presenti sul territorio comunale; Montefioralle, che ha organizzato degustazioni conoscitive delle proprie Riserve; Lamole, con una manifestazione dedicata non a caso agli inconfondibili profumi dei vini di quella frazione; San Casciano in Val di Pesa e Greve (ognuna separatamente!), del tutto particolari in termini di immediatezza di frutto in virtù delle condizioni pedoclimatiche; e più recentemente San Donato in Poggio, se non altro connotato da un mesoclima dalle temperature più elevate.

Ebbene, in questo fermento Panzano è stato uno dei primi a muoversi in tempi non sospetti ( e L’AcquaBuona fra le prime testate a testimoniarlo), tra l’altro creando l’esempio virtuoso di un Bio-Distretto con preponderante pratica dell’agricoltura biologica, proficuo esempio di sforzo condiviso, di sinergie tra produttori e di scambio di informazioni.  Le risultanze degli assaggi che si riscontrano al momento sono figlie di questo progetto pluriennale: avrei potuto verificare il potenziale di longevità delle etichette, in merito al quale non ho dubbi, ma ho “dolorosamente” deciso di tralasciare l’assaggio dei vecchi millesimi dedicandomi a una disamina più sistematica delle annate in commercio.

In effetti l’impressione generale è che certi sfoggi di opulenza un po’ fini a se stessi, e certe estrazioni allegre, facciano ormai parte dei tempi che furono: forse i vini si sono un po’ alleggeriti ad ogni livello di “ambizione” (Chianti Classico annata, Riserva, Gran Selezione, Supertuscan), ma non per questo sono diventati scarni. Semplicemente, a fronte della maturità e della pienezza non mancano freschezza e finezza tannica, che concorrono a ricreare un equilibrio quanto mai godibile in termini di bevibilità. In secondo luogo, la sempiterna nota “terrosa” del Sangiovese, croce degli enologi e delizia di alcuni degustatori, sulla quale probabilmente mai cesserà il dibattito se si tratti di un difetto dovuto alla proliferazione incontrollata di alcuni ceppi di lieviti oppure di un tratto varietale, è sembrata in questo caso relegata nel cassetto dei ricordi.

Puntualizzano alcuni enologi che la pratica del biologico ha condotto a godere di vigneti dalla maturazione più equilibrata, e quindi uve nelle quali la maturità alcolica e fenolica non abdica alla freschezza: ne conseguono fermentazioni alcoliche e macerazioni prolungate (con estrazione di tannini più maturi) che si svolgono con punti di acidità più alti e con minore sviluppo dei predetti controversi sentori.

In sintesi, Panzano non sarà mai il luogo prediletto per chi ricerca vini affusolati e sottili (che potrà comunque sbizzarrirsi in Chianti in più di un comprensorio), ma l’unitarietà e il coerente progresso qualitativo dei vini di questa frazione non devono e non possono essere sottovalutati. Non può infatti non rifulgere l’esaltazione di uno specifico “carattere”, frutto di consapevolezza e di un progetto di lungo corso, che peraltro ha ulteriore margine di sviluppo sia dal punto di vista agronomico sia in termini di comunicazione. In questo contesto, che si decida di abbracciare la pratica dell’agricoltura biologica o meno, l’esempio di Panzano dovrebbe essere tesaurizzato con profitto dalle similari associazioni di produttori del Chianti Classico nate nel frattempo.

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Foto di Fernando Pardini, eccetto la prima, tratta dal sito della Associazione viticoltori di Panzano

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