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Pastori sardi e “giornaloni” surreali. La verità, vi prego, sulla filiera

Verso il 10 febbraio scorso gli schermi televisivi hanno iniziato a colorarsi di bianco: gruppi di persone arrabbiate e urlanti svuotavano taniche di metallo inondando le strade di latte. Si è capito poi rapidamente che queste persone erano allevatori di pecore sardi che protestavano perché incassavano così poco, 60 centesimi al litro, da non poter coprire neanche le spese del loro lavoro.

E si è capito poi che il problema è sempre lo stesso, quello della filiera, ossia di quella catena di soggetti che realizzano un prodotto e lo fanno arrivare fino al cliente. Nel caso dell’agroalimentare il primo anello corrisponde a coloro che a partire da terra, acqua e sole, più un bel po’ di fatica, generano la materia prima senza la quale nulla sarebbe possibile. E il paradosso è che alla fine proprio questo pare l’anello che soffre di più e che ci rimette in caso di crisi.

Questa storia della filiera scompare e riemerge periodicamente: l’ultima volta si parlò di pomodori la cui raccolta spesso ė viziata da vere e proprie forme di schiavismo tanto è basso il prezzo all’origine. La Repubblica pubblicò uno schema dei profitti nel quale si leggeva che l’anello finale, la grande distribuzione, si pappa oltre il 50% del profitto. Noi riportammo la notizia su facebook, al che un utente gridò alla fake news commentando indignato che la catena di supermercati in cui lavora si riserva margini drasticamente inferiori.

Si, perché uno dei punti chiave è proprio questo, capire se i profitti degli “anelli” sono equilibrati o no, un quesito sul quale permane, forse non per caso, una nebbia piuttosto fitta. Soprattutto perché in una economia di mercato assai mobile, alla catena si sostituisce una fisarmonica che si allunga e si accorcia a seconda del prezzo spuntato. E a quanto pare quando questa fisarmonica si stringe sembra proprio che il cerino in mano rimanga alla fine ai contadini e agli allevatori.

La cosa interessante è che, forse perché ultimamente si parla molto degli “ultimi” e di quelli che non ce la fanno, o perché abbiamo nella memoria gli Champs-Élisées invasi dai gilet gialli, queste persone semplici, disperate, che buttano per protesta il frutto del loro lavoro (ripetiamo, fra i più faticosi) hanno progressivamente riempito i siti internet, ma anche i programmi radiofonici, telegiornali e talk show. In tutte le occasioni si toccava con mano nei racconti una certa emozione e fors’anche una spontanea solidarietà.

E i giornali di carta? Molto meno. Quella che ci è parsa di avvertire è stata una certa freddezza, un implicito “non esageriamo”. Parliamo pure dei cittadini che si convertono in campagnoli, di quelli che adottano gli ulivi, ma questi qua non meritano tutta questa attenzione. Le eccezioni ci sono state: il Fatto Quotidiano ha seguito regolarmente la vicenda (come ha seguito ostinatamente quella della Xylella che infesta gli ulivi pugliesi), come anche Il Manifesto. Ma gli altri, i cosiddetti “giornaloni”? La Repubblica annovera fra le sue firme Carlo Petrini che interviene con tempismo. L’11 febbraio appare infatti un commento in cui traspare comunque una certa prudenza rispetto alle sue classiche posizioni. In sostanza, scrive, questa è una vicenda complicata, e la responsabilità è anche degli italiani che pretendono sempre il cibo a prezzi bassissimi mentre non lesinano sulle spese per tecnologia e altre futilità. Poi, nei giorni successivi, i più “caldi”, cala il silenzio, a parte una foto con didascalia persa in una pagina interna.

Il Corriere della Sera? Zero assoluto e tocchi surreali. Il 13 febbraio, in piena agitazione per il Tav negato e infarcito di contorti retroscena politici, ignora la Sardegna e trova lo spazio per occuparsi di un ex campione di Formula 1 che produce mozzarelle di bufala in Inghilterra, a suo dire più buone delle italiane. Il giorno dopo, quando una intervista al ministro degli esteri francese merita la pagina 3 e quella al presidente del consiglio italiano la 6, trova il modo di dedicarsi alle “malghe da salvare”.  Salvarle per poi, chissà, affamare anche lì gli eventuali allevatori di “vacche burline”.

Così, in un frullato di immancabili invettive contro il governo, recuperi radical chic della campagna (mentre chi ci lavora stenta a campare) e problematiche di parassiti e cambi climatici (che c’entrano poco con un problema di mercato), il Sole 24 Ore perlomeno dà voce con chiarezza alla sua parte. Antonio Auricchio, vicepresidente di Assolatte, sostiene che “è colpa degli allevatori” e ricostruisce così la vicenda: i pastori hanno “splafonato”, ossia hanno prodotto troppo; le imprese trasformatrici che da contratto “sono tenute a ritirare tutto il latte munto” sono state costrette ad abbassare i prezzi, anche perché la domanda del Pecorino Romano che si produce è scesa di un terzo soprattutto a causa del crollo del mercato Usa. D’altra parte, ha sostenuto impietosamente Piero Sardo, da sempre “guru” del formaggio a Slowfood, il Pecorino Romano è un formaggio “sbagliato”, troppo salato, e andrebbe diversificata la produzione.

E allora? Allora è vero, nessuno deve fare il furbo, neanche i pastori che devono impegnarsi a controllare le quantità. Ma, ci sentiamo di dire, salvaguardiamoli (sussidiamoli, anche) questi produttori di cibo, chiedendo in cambio qualità. È importante chi trasforma, chi trasporta, chi vende. Ma chi è stato designato a decidere cerchi di aiutare questo primo anello della catena dalle tendenze dei mercati che fra dazi, attenzioni salutistiche e altro sono sempre più imprevedibili. Perché altrimenti si rischia di rimanere con ben poco di buono nel piatto.

Foto La Presse tratta da ilsussidiario.net

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