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Ridotto il rame in viticoltura: strategie agronomiche e fitoiatriche (seconda parte)

con la collaborazione di Vincenzo Tosi

Nella prima parte abbiamo introdotto l’argomento della suscettibilità delle varietà ai parassiti, e in questo caso alla peronospora.  E’ importante ricordare che, seppur su basi empiriche, i vignaioli hanno sempre esercitato, anche dal punto di vista fitoiatrico, una azione di selezione massale tale da coltivare in un certo ambiente varietà tendenzialmente meno suscettibili alle malattie.

Non a caso, per esempio, negli ultimi vent’anni di innalzamento delle temperature zone storicamente vocate alla coltivazione dello chardonnay ( pensiamo alla Borgogna e alla Champagne) si sono dovute confrontare con parassiti come l’oidio, verso il quale lo chardonnay è molto sensibile, e che prima non era quasi conosciuto come parassita fungino. Questo perché la selezione si era concentrata sulla peronospora, al quale lo chardonnay è mediamente sensibile. Come dicevo quindi, dalla comparsa in Europa delle due principali malattie fungine della vite si è tentato comunque di selezionare, in base all’ambiente di coltivazione, varietà che rispondessero meglio agli attacchi parassitari propri di quella zona, anche senza arrivare ad una vera e propria resistenza. Questo in relazione ai mezzi dell’epoca che, come sappiamo, fino al secondo dopoguerra sono stati essenzialmente rame e zolfo.

Tuttavia, con lo sviluppo dell’industria chimica, che prima ha commercializzato prodotti di copertura di sintesi (come ad esempio il Mancozeb) poi veri e propri sistemici, il problema del controllo della peronospora sembrava risolto e così ogni altra strategia venne accantonata, fra cui la produzione di ibridi resistenti. Sono di quegli anni infatti i primi ibridi produttori: si andava cioè ad incrociare la vite europea con viti americane, portatrici dei geni della resistenza alla peronospora.

Alcuni di essi, alla luce della necessità della viticoltura di ridurre gli input chimici, sono stati riscoperti recentemente: Solaris, Johanniter, Bronner, ecc. sono stati ottenuti dall’università di Fribugo dopo un lungo lavoro di incrocio e selezione durato più di 20 anni. L’idea di inserire i caratteri di resistenza tramite incrocio è stata ripresa recentemente anche dall’università di Udine,  che ha prodotto nuovi ibridi di varietà resistenti con vitigni internazionali, da cui i nomi: Merlot Kanthus, Cabernet Eidos, Sauvignon Nepis ecc.

Tutte queste varietà, per quanto producano vini che non presentano elevate quantità di metanolo (come invece succedeva con i primi ibridi), hanno un grosso limite: non essendo 100% vite europea non vengono ammesse per la produzione di vini a denominazione di origine. Recentemente tuttavia è stato scoperto il gene della resistenza alla peronospora in una varietà georgiana di nome Mgaloblishvili, che in futuro potrà essere senz’altro utilizzata per nuovi incroci senza utilizzare viti americane.

Per quanto la coltivazione di varietà resistenti sia semplice ed efficace, rimangono parecchi dubbi in chi scrive se questa sia la strada da intraprendere. Con esse infatti si annullano i trattamenti antiperonosporici che hanno come bersaglio principale P. viticol , ma hanno un azione di controllo su una patologia emergente quale il Black Rot e indirettamente anche sul mal dell’esca. Coltivare su vasta scala varietà resistenti potrebbe inoltre selezionare ceppi capaci di attaccare anche queste varietà, e per quanto improbabile anche le resistenze con il tempo possono essere superate.

Appare quindi naturale chiedersi se esistano prodotti di origine naturale alternativi al rame. Molto interessante appare l’olio essenziale di arancio dolce, per lo più un antioidico ma che ha un’azione non trascurabile anche su peronospora; non può certo sostituire il rame ma può senz’altro ridurre le dosi e il numero di trattamenti rameici.

Sempre in quest’ottica si inseriscono gli induttori di resistenza, sostanze che simulano la presenza della malattia stimolando la pianta ad attuare una risposta che la rende meno suscettibile ai futuri attacchi dei patogeni. Tra i prodotti che fanno parte di questa categoria vale la pena ricordare il chitosano (polisaccaride estratto dai crostacei), gli estratti d’alga e gli estratti di lievito.

Ilaria Pertot Fondazione Edmund Mach

Purtroppo nessuna di queste sostanze è realmente capace di sostituire il rame in toto, tuttavia in condizioni di pressione della malattia medio-bassa hanno una discreta efficacia.

Nella prima parte dell’articolo si è parlato anche di come la modalità di distribuzione influenzi la quantità di rame utilizzato, ma va altresì ricordato che la tempistica di tale distribuzione è fondamentale.

Storicamente si individuava il primo trattamento con la regola dei Tre Dieci (germogli lunghi almeno 10 cm, pioggia di almeno 10 mm in 24-48 ore e temperatura minima di almeno 10°C ) e i trattamenti successivi venivano effettuati a calendario ogni 7-10 giorni. Tale strategia, di facile applicazione, comportava tuttavia un grosso spreco di trattamenti: per questo il trattamento a calendario è stato proibito per legge con l’adozione del Piano di Azione Nazionale (PAN).

Empiricamente si cerca quindi di trattare qualora si verifichino nuove piogge infettanti o, più scientificamente, applicando modelli previsionali. I modelli previsionali sono modelli matematici che simulano lo sviluppo dei patogeni a partire dai dati meteo (temperatura, umidità ecc.), indicando quando si avrà infezione e quindi quando sarà necessario trattare. Teoricamente non sono metodologie che fanno diminuire il numero di trattamenti, piuttosto permettono di distribuirli in maniera più efficiente e per essere funzionali al pieno delle proprie potenzialità devono essere validati nel corso degli anni, però nella pratica spesso i trattamenti rameici sono distribuiti in maniera irrazionale ed utilizzarli permette di ridurre le quantità per ettaro.

In conclusione non esiste quindi una formula univoca per riuscire a farsi bastare 4 kg/ha di rame per anno, bisogna avere una profonda conoscenza del patogeno, della pianta e dell’ambiente in cui ci muoviamo ed agire di conseguenza hic et nunc senza voler generalizzare o utilizzare prodotti miracolosi.

Quello che appare chiaro è che se si continuerà secondo questo trend che sta portando verso l’abbandono del rame in viticoltura, sarà ancora più importante il fattore ambientale e non ci sarà da stupirsi se le zone a tradizione viticola più radicata reagiranno meglio a questo cambio di paradigma, mostrando come ancora una volta la “vocazione territoriale” sia una locuzione ricca di contenuti.

 

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