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Romagna Wine Focus. Modigliana: la prospettiva del trattorista

Dicono che a Modigliana, sull’Appennino tosco-romagnolo, si sia formata nel tempo una speciale categoria di lavoranti: i trattoristi, i trattoristi di Modigliana, che più che una categoria è una razza, e per quanto tale non esente dal rischio di estinzione.

Dicono che sia a causa della ripida pendenza dei vigneti, e per la natura friabile di quella terra povera e calcarea a dominante di arenaria. Quindi che in certe condizioni, magari dopo che ha piovuto, entrare nel vigneto con il trattore attenga di più ad un esercizio di circense abilità che non ad una normale campagna di trattamenti.

Insomma, la possibilità di fare uva e vino quassù resta (anche) legata alla possibilità di rintracciare trattoristi che siano un po’ degli Oleg Togni. Nè più nè meno. Lavorare la vigna è assumersi la responsabilità di poter ricreare situazioni estreme e disagevoli. L’alternativa sarebbe quella di farne a meno, del trattorista, per non rischiare. Ma una campagna senza trattorista che campagna sarebbe?

Fuor d’ironia (ma mica tanto), inquadrare la vitivinicoltura di Modigliana secondo la prospettiva del trattorista significa affidargli il dovere e il privilegio dell’unicità. Ritengo infatti sia l’unicità la chiave di lettura più appropriata per interpretare vizi e virtù di questo territorio d’altura, che è sicuramente Romagna ma anche un po’ Toscana, un territorio percorso oggi da nuovi fermenti e nuove consapevolezze, entrambi finalmente focalizzati su un bene comune: l’unicità, per l’appunto. Far comprendere l’unicità, dimostrarla nei fatti e nei vini.

I cinque ritratti che seguono possono ben valere un territorio intero.

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MUTILIANA

Cambiare prospettiva, e cambiarla con la consapevolezza di chi un territorio lo ha sempre letto ed interpretato con spirito critico ed attitudine da segugio in anni e anni di giornalismo enologico, è ciò che ha fatto Giorgio Melandri, da Faenza, che ha attraversato il guado per diventare produttore di vino con la sua Mutiliana.

Lo ha fatto con in testa un’idea semplice e potente, e cioé che le terre alte di Modigliana meritassero la piena visibilità grazie ad una loro naturale attitudine, cumsustanziale a quelle pieghe di collina, una attitudine che scartasse di lato rispetto al tipico andamento stilistico che aveva segnato le stagioni più recenti dell’enologia romagnola, a suon di estrazioni, colore, pienezza alcolica e generose infusioni di rovere, ma che anzi potesse esprimersi senza sentire il peso di uno stile.

Far parlare i vini grazie allo loro nudità, questo è, cercando di assecondare -quindi di amplificare-  le suggestioni di cui i diversi territori di Modigliana sono capaci. Andando perciò a scovare vigne sparse nelle varie vallate, praticando metodi tradizionali di vinificazione (fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni, tempo) ed affinando i vini esclusivamente in cemento per mantenere più integre e meno mediate le “voci” dei singoli terroir.

E’ così che le tre valli principali di Modigliana, Ibòla, Tramazzo e Acerreta, hanno iniziato a vedere la luce nella loro trasposizione più identitaria, per inserirsi in quel movimento di idee finalmente condivise (forse) che ha portato all’adozione e alla possibilità di rivendicazione dei cosiddetti ranghi territoriali in etichetta, a sostituire il più generico Romagna Sangiovese (oltre a Modigliana ci sono Bertinoro, Predappio, Valle del Savio, Colli d’Imola, Colli di Faenza…..)

Una sorta di menzione geografica aggiuntiva la quale, se non ha ancora trovato pieno supporto in un progetto di zonazione propriamente detto, raccattando per strada alcune soluzioni di compromesso dettate più da una politica di buon vicinato che non da una reale vocazione, ha dalla sua il privilegio di portare in dote una idea di riscatto e di identità, superando “da sinistra” territori ben più conosciuti e blasonati, ancora oggi impastoiati nell’indecisione di parlare chiaramente di territorio e non soltanto -non più- di parametri ed attributi prestazionali.

I primi conseguimenti di Giorgio Melandri affinati nelle cantine di Villa Papiano, grazie al contributo tecnico di Francesco Bordini, per l’appunto una delle anime di Villa Papiano nonché stimato consulente agronomo/enologo, parlano il linguaggio dell’autenticità, stagliandosi con merito nell’ambito dei migliori vini di sempre a livello regionale (e anche più in là). Lo fanno grazie ad un’unica dote, che ne comprende altre cento: la trasparenza espressiva.

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I VINI DI UN GIORNO

 

Ecce Draco 2016 (pinot nero; vigna del 2004 nella valle del Tramazzo a 600 metri di altitudine)

Elegante, garbato, longilineo, balsamico, dritto, infiltrante. La sorpresa delle sorprese. Che già diventa meno sorpresa se assaggerai dalla vasca il futuro, ossia Ecce Draco 2018, per apprezzarne il sublime candore. C’è un senso in tutto questo, e quel senso sa di buono.

Romagna Sangiovese Modigliana Ibbòla 2016 ( dalla Valle Ibòla, la più orientale delle valli di Modigliana e quella dalla caratteristiche più estreme: suoli di arenaria pura o quasi, altitudini importanti, bosco, escursioni termiche)

Silvestre e profumato di bacca di cipresso, torba e pepe nero, il suo è un tratto serrato e nobilmente ritroso, eppure fresco e vitale, dal frutto carnoso e bello. Respira e trasmette mineralità, ecco cosa fa, ed è una pienezza còlma di senso la sua. Davvero distintivo.

Romagna Sangiovese Modigliana Tramazo 2016 (dalla valle centrale di Modigliana, suoli di marne e arenarie, ivi compresa una quota di argilla rossa e ocra evoluta, con vigne che possono arrivare ad altitudini significative)

Imprinting di torba ed affumicato, sviluppo succoso e sicuro del fatto suo; emergono le erbe aromatiche e una balsamicità silvestre. La profilatura resta incanalata efficamente grazie all’acidità, la chiusura è lunga su rimandi di frutto e agrume.

Romagna Sangiovese Superiore Acereta 2016 (valle dell’Acerreta, ai confini con il territorio di Brisighella, conta su giaciture meno elevate delle altre; aperta sulla pianura, da cui si infiltra la brezza marina, i suoli piuttosto sciolti di marne e arenarie sono a prevalenza di arenaria ma con più significative quote di argilla)

Il più arcigno e coriaceo dei tre. Compatto e risoluto, misurato nella aromaticità, resta un po’ frenato dall’irruenza del tannino ma è all’aria -e con l’aria- che si illimpidisce, con il conforto di note sapide e profumi di melograno. Sottende complessità, questo fa, senza dispiegarla però. E se la dote tannica non può contare sulla finezza che posseggono gli altri vini, il tempo potrebbe dargli ragione.

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VILLA PAPIANO

Per arrivare fin qua bisogna arrendersi a una evidenza: la supremazia dei boschi e la loro maestà, ciò che infonde al paesaggio d’alta quota una naturale, selvatica potenza visiva. La Valle dell’Ibòla, delle tre valli di Modigliana, è la più fresca e la più frastagliata. E quindi ombrosa, affascinante, appartata. Arrivare a Villa Papiano è approdare in alto, lo vedi e lo senti: tutto è in pendenza, anche il cielo.

E’ qui che la famiglia Bordini, fin dai primi anni Duemila, ha inteso concretizzare un progetto teso alla valorizzazione del proprio territorio con un obiettivo apparentemente semplice ma profondo: che i vini ne siano lo specchio.

Nel frattempo l’accresciuta consapevolezza, le vecchie vigne ristrutturate (sia ad alberello che a cordone speronato), i gesti puliti e la forte idealità hanno portato all’elaborazione di sangiovese ricamati, freschi, dinamici, salati e verticali, dal bel potenziale di longevità, concepiti secondo uno stile che nel tempo è andato alleggerendo i toni per meglio accondiscendere una naturale propensione, complici le altitudini (ci troviamo attorno ai 500 metri) e complici le marne arenacee di quei suoli, di fatto la reale spina dorsale dei vini di Modigliana.

Non è un mistero, e neanche un caso, che nascano qui alcuni dei vini più rappresentativi a livello regionale. E se i Sangiovese lo hanno sancito già da tempo, la versione in anfora dell’Albana chiamata Terra! riesce a far rifulgere la “qualità” dell’acidità di questa enclave, trama portante e “colore” per bianchi giocoforza sottili e longilinei, che trovano poi un quid di spessore e di carnosa dolcezza in più nella versione “da uve stramature”, da annoverarsi fra le espressioni più convincenti e personali della speciale tipologia.

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I VINI DI UN GIORNO

Romagna Sangiovese Superiore Le Papesse 2017 ( vigna delle Papesse, anni ’60, esposizione est , circondata dal bosco, piantata a sangiovese, cannaiolo -o balsamina- e colorino)

Proporzioni, equilibrio, spezie e sale per un vino sorprendente rispetto all’annata che intende rappresentare. L’indole profondamente balsamica, di mentuccia e bacca di cipresso, ne instrada la droiture senza nulla concedere alle sbrodolature alcoliche. E’ vino goloso, solo un po’ “vetroso” nel finale.

Modigliana Sangiovese Riserva I Probi 2014 (sangiovese dalla vigna I Probi)

Nobile e compassato, in lui si cela un garbo antico di “gambelliana” memoria ( leggi alla Giulio Gambelli) fatto di slancio, naturalezza ed ariosità. Longilineo, salino, misurato e stilizzato, palesa in filigrana la sua forza espressiva, una forza che si infiltra, ti accarezza e non invade.

Modigliana Sangiovese Riserva I Probi 2015 (sangiovese dalla vigna I Probi)

Nonostante l’annata calda vi respiri un grande equilibrio, incoraggiato da una dote di frutto adeguata e da una adeguata densità. L’articolazione e la finezza -il tannino come uno soffio –  ti fanno capire come il nostro ami più i dettagli che non le asserzioni. Davvero buono!

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BALIA DI ZOLA

Posso ben comprendere come un posto così, già al primo impatto – sono boschi, e vertiginosi declivi, e vecchi casali, e silenzio, e splendido isolamento – possa provocare infatuazione e dipendenza. E in effetti così è stato per Veruska Eluci. Lo è stato fin dal primo giorno, fin dalla prima volta che lo ha visto.

Ora, l’opera di convincimento e di demolizione delle iniziali titubanze del marito Claudio Fiore, già impegnato in un’impresa importante, “paradigmatica e maestra”, nata e cresciuta a poca distanza da lì e chiamata Castelluccio, non so di quali potenti argomentazioni si sia servita per raggiungere il suo scopo, ma non importa: fatto sta che Balìa di Zola non soltanto è diventata la casa e il buen retiro “via dalla pazza folla” della famiglia, quanto un’azienda agricola a tutto tondo, che dal 2004 ha iniziato ad imbottigliare il frutto delle proprie uve ricavate da due ettari e mezzo di ripida vigna esposta a occidente, a 350 metri slm, fra boschi odorosi e suoli di marna e arenaria tipici dei luoghi.

I vini di Balìa di Zola non presentano invero l’affusolata verticalità di altri esponenti liquidi di Modigliana, pur conservandone lo spirito “elettrico” donato loro dalla spiccata acidità e quel timbro sapido che solo attiene alla natura preminentemente calcarea dei suoli, ma ti appaiono come una speciale commistione di schiettezza e carnosità, pienezza e dinamismo, a disegnare trame saporite in cui l’evidenza del frutto scarta disinvoltamente le insidie di una mera esplicitezza “prestazionale” per aprirsi ad una reattività e ad un contrasto gustativo avvincenti, ciò che ne costituisce la dote migliore in termini di caratterizzazione e riconoscibilità.

Due soltanto i vini prodotti, a base esclusiva sangiovese: Balitore (vino d’annata vinificato e affinato in acciaio) e Redinoce (affinato in rovere), entrambi parlanti, entrambi personali.

Ah, Veruska e Claudio li conobbi vent’anni fa, erano approdati da poco a Modigliana per riprendere e mantenere a piena luce la storia gloriosa di Castelluccio e dei suoi ronchi. Sono stati i primi produttori di queste terre che ho conosciuto. Non so perché l’ho detto, ma il ricordo si tinge di buono.

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I VINI DI UN GIORNO

Romagna Sangiovese Superiore Balitore 2017

Mi piace la franchezza, mi piacciono la ciliegia e il fiore. E la sua carnosità, la polpa e lo spessore, e per come riesce a dinamizzarsi grazie allo “scheletro” sapido-minerale e alle sue vibrazioni.

Romagna Sangiovese Superiore Balitore 2016

Annata più completa rispetto alla 2017, e si sente. Nella trama mantiene più vivo un senso di freschezza silvestre; a corollario le spezie (pepe) e una lieve suggestione officinale. In bocca è dinamico, sa di torba e pietra. Non la complessità la più complessa, ma davvero caratterizzato.

Romagna Sangiovese Superiore Balitore 2010

Succoso, sapido, “marnoso”, contrastato, dalla sua una buona naturalezza espressiva e una strenua resistenza al tempo che passa.

Modigliana Sangiovese Riserva Redinoce 2015

L’impianto caldo non ne disperde continuità e sapore, la freschezza di base alimenta succosità, la progressione si avvantaggia di uno speciale ritmo gustativo. Ed è in questa sua dimensione tutta polpa e concretezza che avvista di già futuri approdi di eleganza.

Modigliana Sangiovese Riserva Redinoce 2014

Frutto più concentrato qui, checchennedica l’annata, dove la carnosità del tratto non va a detrimento della dinamica. E’ officinale, speziato, sapido, più agile delle attese, i cambi di ritmo sono la sua cifra e la sua luce.

Romagna Sangiovese Riserva Redinoce 2009

Ti conquistano la misura, la quadratura, la giustezza. Che si risolvono qui in un sorso succoso ed elegante, di frutto e fiore, ancora vivo di polpa e ancora “in tiro” per affrontare il futuro che viene.

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CASTELLUCCIO

Qui è dove la Romagna del vino ha dato gli esami di maturità per assurgere ad un ruolo da protagonista, fino ad allora evento raro. I Ronchi di Castelluccio, nella unicità della Valle Acerreta di Modigliana, guardano di già a Brisighella mentre la vertigine pendente dei calanchi e della loro prepotenza calcarea ha alimentato da par suo i sogni di intere generazioni di appassionati di vino: Ronco del Re, Ronco delle Ginestre, Ronco dei Ciliegi.….nomi mandati a memoria ai tempi in cui parlare di vino-vigna, in Italia, era come parlare di astrusità

Qui è il regno della famiglia Fiore, in special modo di Claudio Fiore, che con la moglie Veruska vi si trasferì nei primi anni Duemila nella veste di custode della vigna ed enologo, sia pur facendo parte di un assetto societario più vasto, che comprendeva altre figure oltre alla famiglia Fiore.

Qui è dove la profondità del Sangiovese dell’appennino tosco-romagnolo, o della “Vecchia Toscana” che dir si voglia, ha raggiunto vertici inusitati, ma qui è anche dove in tempi più recenti si è strizzato l’occhio ad uno stile internazionale, alla ricerca di una fisionomia più morbida e voluttuosa, fruttata ed ammiccante.

Perciò è con vero piacere se, riaccostandomi oggi ai vini di Castelluccio, ne riscopro intatto lo spessore autorale, instradato da uno stile misurato che apre alle sfumature di sapore e alla freschezza senza ingabbiamenti o significative costrizioni.

Il respiro di quei vini ne trae vantaggio, così come se ne avvantaggiano i ricordi, che rimandano a certe infatuazioni veronelliane e alle mie prime letture sul tema, quando a Castelluccio venivano dedicate pagine sentimentali che univano in tutt’uno contesto ambientale, uomo e vino. Il mio cuore di appassionato cominciò allora a battere di un altro battito, anche grazie a quelle storie e a quei vini solo sognati. Incontrarli di nuovo oggi provoca una sensazione strana, per certi versi inspiegabile ma sicuramente piacevole, come di una lunga strada percorsa che invariabilmente mi doveva riportare lì.

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I VINI DI UN GIORNO

Ronco dei Ciliegi 2012 (sangiovese)

Umore di sottobosco, suadenza tattile, articolazione, tutti insieme tutti qui in un vino ben disegnato, non troppo profondo ma dalla evidente, corroborante scia salina.

Ronco delle Ginestre 2012 ( sangiovese)

Qui un tasso di superiore eleganza rispetto al Ronco dei Ciliegi. Austero e flemmatico, ne percepisci l’aura di privilegio. Riservato nei toni ma affascinante nel registro introspettivo di cui si vanto, è un conseguimento ispirato che ci riconduce agli antichi fasti. Ed è tutto dire.

Massicone 2012 (cabernet sauvignon e sangiovese)

Succoso, fresco e sapido, niente di convenzionale nei dintorni, bensì un passo sicuro, un corpo equilibrato e uno sviluppo convincente che chiama e intercetta trasparenza espressiva ed ariosità. Però!

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IL PRATELLO

Emilio Placci è una figura carismatica di vignaiolo. Te ne accorgi per quanto è stimato dagli altri colleghi di Romagna. Non so se per la caratura intellettuale e la sensibilità di uomo, prima ancora che di viticoltore. Però è lui che ha aperto le porte ad una viticoltura pulita e sostenibile in tempi non sospetti, ed ha continuato a portare avanti con orgoglio la sua idea di vino di territorio, tanto rispettosa quanto radicale, per la quale terminologia più appropriata non c’è se non quella di vino artigiano.

Non ho mai avuto modo di assaggiare i suoi vini in profondità, e quindi probabilmente mi sono perso una parte del tutto, ma dalle prime esperienze capisco di trovarmi di fronte alla naturale bizzarrìa dei vini lasciati liberi. Con i pro e con i contro, naturalmente, che vanno dal candore alla rusticità, passando per millanta variazioni sul tema.

La sua viticoltura si affida alla parte più estrema della Valle Ibòla, lì dove le giaciture toccano i 600 metri slm secondo declivi di straordinaria pendenza e le arenarie, ormai pure, sono facili a sfaldarsi e a rendersi friabili.  La prima vigna fu impiantata nel 1995. Da lì ha preso corpo una storia e una reputazione crescente alimentatasi negli ambiti underground, come i REM agli inizi della loro carriera, prima di approdare alle major.

Il Pratello però è rimasto undergound e inequivocabilmente outsider, ed Emilio un battitore libero che cerca di far esprimere i suoi sangiovese miscelando in varie proporzioni cloni differenti e puntando su tempi di affinamento “epocali”. Sono vini lenti a carburare, e pure nel bicchiere gradiscono il respiro lungo. Stimolati da una tannicità scontrosa, fresca e salata, sembra che ti chiedano sempre tempo per l’opportuna distensione, esemplificando uno di quei casi in cui incertezze, istinto e meraviglia a volte si fondono per ricreare qualcosa che non scordi.

Nota a margine: da pochi mesi l’azienda è passata di mano, sebbene Emilio continui ancora a fare vino lì, al Pratello.

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Le Campore 2015 (chardonnay/sauvignon)

Un brillio di schiettezza in un vino polposo e verace, poco aromatico ma saporito e ruspante. E’ la sana avvolgenza di un vino contadino. Insomma, più di fibra che di cesello, più terragno che aereo.

Morana 2013 (sangiovese, dalle vigne più basse)

Un timbro di frutti del bosco, cuoio, rabarbaro e liquirizia non lo rende dissimile da un Pinot Nero d’altura; il tratto gustativo è “gessoso”, l’alcol morigerato e accorto, l’equilbrio apparentemente fragile ma portatore sano di tenerezza e candore. Un po’ esile ma piacevolissimo.

Badia Raustignolo 2011 (sangiovese clone T19 in purezza)

Ancora un sottotraccia gessoso per un vino di ciccia e di spessore, che non si fa vanto di un tannino raffinato ma si propone con uno sviluppo sfaccettato, nient’affatto statico, e un’aura di rusticità ad intriderne i sapori.

Mantignano 2008 (sangiovese, in prelavenza del biotipo romagnolo T12, a saldo del biotipo T19)

Pirite, china e sottobosco, frutto “scuro” e merd de poule. Dialettico se ce n’è uno, al palato è più fresco delle attese. Scalpita, è nervoso, non mancano riduzioni e chiaroscuro, ma nessuna ruvidità tattile nei paraggi, bensì una buona distensione sul finale di bocca e un’idea di frutto non ancora appassita.

Nella prima foto Emilio Placci (a sx) con Andrea Bragagni.

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L’escursione in terra di Romagna non avrebbe acquisito tutto questo senso senza l’ausilio e l’assistenza del mio Adso da Melk locale, alias Marco Bonanni, al quale va un ringraziamento sincero.

 

 

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