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I “vini estremi” di Camillo Langone, tra ebbrezze e invettive

È passata da poco la metà di febbraio, sono a letto con quella che si sarebbe rivelata come una delle peggiori influenze della mia vita, quando mi arriva un plico dall’editore Marsilio. Contiene l’ultimo libro di Camillo Langone, autore eclettico che si occupa di arte, enogastronomia e letteratura. Titolo: Dei miei vini estremi. Un ebbro viaggio in Italia (pp. 170, € 15).

È una voce sul vino fuori dal coro: impertinente, controcorrente, eccentrica. L’autore è, per sua stessa ammissione, cattolico, maschilista, accidioso. Lo stile è asciutto, aforistico. La prosa ama l’invettiva, la provocazione, il paradosso. Il pensiero si nutre dei propri pregiudizi, spesso trasformandoli in virtù sintattica e felicità narrativa. Langone sembra un degustatore suo malgrado, in realtà non lo è proprio: ama bere, non assaggiare; non sputa ma ingerisce sempre, come forma di religioso rispetto nei confronti della bevanda di Bacco; descrive raramente i vini, soprattutto dal punto di vista organolettico, perché preferisce parlare di ciò che i vini rappresentano, delle storie a loro collegate, del vino come esperienza: personale, umana, storica, geografica, artistica, letteraria, politica.

Connette al vino ricordi, incontri, pensieri, suggestioni, citazioni. Rivendica il suo essere “frizzantista” e “lambruschista”, crede in Dio anziché nel “bio”, è indifferente, anzi «contrario», a tutto il vino toscano, in special mondo a quello di Bolgheri (cosa fa un “autoctonista” e “peculiarista” come lui con una bottiglia di Sassicaia, «Bordeaux d’imitazione», che può essere anche buono «ma in fin dei conti è Cabernet»? La usa per il brasato, giusto per non rovinare una buona bottiglia di Barolo), pur non risparmiando nemmeno Montalcino (il Trebbiano è l’unico vino toscano che gli piace bere), si approccia ai mostri sacri con evidente scetticismo (gustoso a riguardo il capitolo su Gaja), ama i vini rari, individualistici, anarchici.

Al Barbaresco preferisce il Sorbara, un po’ come Battiato quando cantava che a Beethoven e Sinatra preferiva l’insalata e a Vivaldi l’uva passa perché gli dava più calorie. Odia la barrique, ritenuta sempre e comunque la bara del vino, e il gusto asettico, conformato, internazionale (vade retro Cabernet, Merlot e Chardonnay, anche perché sono decisamente più buoni in Francia), ovvero il «palato globalizzato». Per contro ama le virtù dei vini frizzanti, che sia il Pedevendo di Firmino Miotti, «tra le mie migliori bevute degli ultimi anni», la Fortana di Mirco Mariotti (imperdibile il capitolo Vittorio, Paola, la duna e la Fortana ai lidi di Comacchio) o il Gragnano Ottouve di Salvatore Martusciello, che «prende il nome dal numero delle varietà di uve tradizionalmente impiegate: Piedirosso, Aglianico, Sciascinoso, Suppezza, Castagnara, Olivella, Sauca, Surbegna. Nomi talmente arcaici e musicali da sembrare l’elenco delle figliastre del principe della Gatta Cenerentola, una delle fiabe scritte da Giambattista Basile nel Seicento: Mperia, Calamita, Shiorella, Diamante, Colommina, Pascarella».

Gironzola per le osterie di Udine, chiedendo un rosso freddo, possibilmente un Terrano, sdoganando decenni di luoghi comuni sul vino “a temperatura ambiente”: «Orwell diceva che con vegetariani e comunisti è impossibile discutere. Dimenticava un terzo gruppo: i bevitori di vino rosso a temperatura ambiente. All’estero non so, in Italia sono milioni. E non tutti ultrasettantenni aventi la scusa di essere nati prima del benedetto frigorifero di massa. “Temperatura ambiente”, essendo uno slogan alla stregua di un Allah akbar, li dispensa dal ragionamento. Di quale ambiente si parla? Una baita? Un trullo? Un piano terra? Un attico? In quale città, in quale stagione?». Difende a spada tratta il vino rosa, che non vuole chiamare rosato e nemmeno rosé: «Se il vino di colore bianco lo si chiama “bianco”, se il vino di colore rosso lo si chiama “rosso”, il vino di colore rosa lo si deve chiamare “rosa”, non mi sembra così difficile». Se la prende con «il collasso di civiltà» che si registra in tutta la provincia italiana, dall’Oltrepò Pavese alla Lucania, scorgendo nella vigna, nel vignaiolo e nel vino i custodi del mondo civile e la salvezza dalle derive del contemporaneo. Alla larga dal politicamente corretto (leggere Vestale abruzzese per credere) come dal pensiero unico, in questo libro Camillo Langone, la cui penna è refrattaria a qualsiasi forma di convenienza, convenzione e culto, coniuga la verve del polemista con l’agiatezza del bien vivre, il pensiero snob con il sentimento dell’artigianalità. Preso per il suo verso, uno spasso.

Camillo Langone
Dei miei vini estremi – Un ebbro viaggio in Italia
Marsilio – Febbraio 2019
170 pagg., 15 euro; ebook 9,99 euro

 

 

 

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