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Taste Alto Piemonte, o del tempo ritrovato. Seconda parte

INTRO (a pelle)

Una cosa è sicura: nell’Alto Piemonte del vino qualcosa sta accadendo, e certi segnali sono lì a dimostrarlo. Intanto un rifiorire di cantine e di nuove iniziative agricole (a dimensione prevalentemente familiare), per una conseguente riscoperta delle antiche vocazioni. Per intenderci, su 50 produttori presenti alla riuscitissima kermesse “Taste Alto Piemonte”, svoltasi qualche settimana fa a Novara e giunta alla sua terza edizione, il 60% di questi ha iniziato l’attività di imbottigliamento in proprio negli ultimi quindici anni. C’è fermento quindi, ed è una buonissima notizia. Se ci aggiungiamo poi i recenti investimenti effettuati in zona da parte di eminenti esponenti dell’enologia nazionale, l’asserto trova le sue brave giustificazioni, sancendo che tutto questo “movimento” fattuale di idee e di intenzioni non è per caso.

Perché, intendiamoci bene, questo territorio “di frontiera” bellissimo, composito e prepotentemente collinare avrebbe tutte le carte in regola per sparigliare e conquistare i mercati del mondo, soprattutto nell’attuale fase storica e congiunturale, segnata da una accresciuta consapevolezza da parte dei consumatori, sempre più orientati nelle loro scelte su eleganza, freschezza e sfumature di sapore, e caratterizzata da una circostanza a dir poco epocale che vede la Langa dei Barolo e dei Barbaresco, naturale competitore sul fronte del nebbiolo piemontese, farsi oggetto di una speculazione senza precedenti che sta portando ad una diffusa impennata nei prezzi dell’imbottigliato, tanto da incanalare definitivamente quelle denominazioni nel segmento esclusivo ed elitario dei premium wine.

Nel riannodare i legami atavici con una campagna mai dimenticata, ecco così che i vignaioli altopiemontesi si ritrovano in mano una carta potenzialmente vincente che ci parla di valenza territoriale e di prezzi calibrati, e che sta a loro giocarsela nel modo migliore, ossia in un’ottica identitaria.

Il Consorzio di tutela Nebbioli Alto Piemonte sembra averlo compreso benissimo, e il dinamismo promozionale che va dimostrando ne è una chiara testimonianza. E lo ha compreso al punto tale da insistere quasi ossessivamente su concetti quali suolo, microclima e storicità, la sacra triade per riconquistare il tempo perduto, e con il tempo un ruolo di primo piano. In altre parole, dare sostanziale peso ad un blasone, far capire cioè da dove si proviene, che cosa c’è sotto quei piedi di vigna, qual’è l’influenza delle montagne attorno, il perché di una viticoltura “di confine”.

Ed è così che nel prodotto enologico si cerca di avvalorare tutto il senso che può essere racchiuso in un antichissimo “supervulcano”, nelle conseguenze di una glaciazione, nei sedimenti e nelle sabbie lasciati da vecchi mari, nelle millenarie stratificazioni di tufi e porfidi, graniti e argille, o nella unicità di una collina di origine morenica. Un microcosmo di situazioni che si apre ad un ventaglio appassionante di possibilità espressive, un patrimonio di suoli e condizioni pedo e microclimatiche da non disperdere semmai nel mare magnum di una manifattura meramente “interventista” o, di contro, disattenta.

Perché se c’è una cosa che, da appassionati prima ancora che da cronisti, ci lega in maniera affettiva al “paesaggio” organolettico evocato dall’Alto Piemonte, ebbene questa resta appesa alle rarefazioni, alle dissolvenze, alla nudità, alla forza interiore e alla nobile introspezione dei nebbioli di montagna. D’altronde qui è dove la saldezza si risolve in grazia, e dove il telaio sapido-minerale può costituire la colonna portante di un profilo gustativo che non scordi: sta ai produttori amplificarne la voce.

Non mancano infatti le insidie, dovute forse ad un ritardo di consapevolezza tecnica e di sensibilità interpretativa e ad un mercato che va comunque del tutto conquistato e mantenuto, fattori sui quali ha pesato non poco l’abbandono delle campagne in tempi non così lontani e che avrebbero potuto indurre in tentazione i produttori, tipo il ricercare scorciatoie stilistiche più facilmente spendibili su certi mercati internazionali (a discapito magari di una bella fetta di autenticità), oppure ingenerare una scarsa attenzione nelle varie fasi produttive nel caso di congiunture commerciali particolarmente incerte (a tal proposito, più di un vino è apparso in uno stato evolutivo un po’ accentuato, o con qualche sfocatura ed imprecisione di troppo).

Ma sono circostanze queste che possono essere ben messe nel conto e dalle quali è d’obbligo trarne i dovuti insegnamenti. Soprattutto se alla fine del salmo si è deciso comunque di continuare a lavorare con rigore e dedizione nel pieno rispetto dei vitigni e del territorio, la sola strada che può permettersi di guardare in faccia il futuro senza timori riverenziali. Di più, la sola in grado di riprenderselo tutto, quel tempo.

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PER ORIENTARSI

Il Nord Piemonte del vino comprende le province di Novara, Vercelli, Biella, Verbano-Cusio-Ossola e contempla 10 denominazioni d’origine fra DOC e DOCG, dove il nebbiolo è il vitigno principe, spesso accompagnato da storici comprimari come vespolina (espressa anche in purezza), croatina (idem) e bonarda novarese , aka uva rara, da non confondersi con il biotipo presente in Oltrepò pavese.

Le denominazioni in gioco portano questi nomi, alcuni dei quali di chiara fama: Valli Ossolane, Coste della Sesia, Colline Novaresi, Fara, Sizzano, Ghemme, Bramaterra, Lessona, Boca, Gattinara.

Da ricordare che per certune il disciplinare non consente l’elaborazione di nebbiolo in purezza (vedi Fara, Sizzano, Boca, Bramaterra), per altre sì (Ghemme, Lessona, Gattinara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane).

Ah, dimenticavo: a queste latitudini il nebbiolo viene chiamato spanna.

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AVVISO AI NAVIGANTI

Eccetto i casi (e non sono pochi) in cui l’uvaggio verrà espressamente indicato a margine del nome del vino, e fatto salvo i vini a base vespolina, in tutti gli altri casi trattasi di nebbiolo in purezza. Per ragioni di salvaguardia della salute psico-fisica dei pazienti lettori, abbiamo diviso la trattazione in due parti, seguendo quasi pedissequamente l’ordine di apparizione.

Mancano all’appello quei vini per i quali non ho trovato appigli narrativi, vuoi per gli influssi malefici di tappi incerti, vuoi per il fatto di non averli semplicemente compresi.

Per ultimo vi anticipo già che troverete qui dei vini parlanti, lirici, evocativi, ad ogni livello di complessità ed ambizione. Ebbene, le  suggestioni le ho affidate alle parole, ma anche ai silenzi.

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Per leggere le note di degustazione sui vini di Fara, Sizzano, Lessona, Bramaterra, Colline Novaresi, Coste della Sesia e Valli Ossolane CLICCA QUI

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BOCA

Boca 2015 – Sergio Barbaglia  (nebbiolo 80%, vespolina 20%)

Il colore vivo e l’indole sanguigna si traducono in un sorso invero un po’ trattenuto, senza l’atteso movimento “sottocutaneo”. E se l’agrume, aldilà della evidenza terrosa, batte un colpo annunciando tono e gioventù, la chiusura rugosa non depone a favore di compiutezza.

Boca 2015 – Davide Carlone  (nebbiolo 85%, vespolina 15%)

Sentori di brace e grafite incrociano ricordi floreali di rosa, rendendo allo spettro dei profumi un’intrigante caratterizzazione, molto personale, coerentemente tradotta in una bocca ferma e incisiva. Più risoluto che sfumato, diciamo, ma si fa rispettare.

Boca 2013 – Poderi Garona  (nebbiolo 70%, vespolina 20%, uva rara 10%)

Capacità di dettaglio e un bell’equilibrio d’insieme si fanno garanti di un vino che si esprime secondo un apprezzabile registro classico, elegante nei modi e tecnicamente irreprensibile. La chiusura più austera e asciutta non gli consente di allungare il passo, ma si distingue certo che sì.

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GHEMME

Ghemme dei Mazzoni 2015  – Tiziano Mazzoni

Nebbiolesco fin nel midollo, deliziosamente ricamato in macramé, fa della levità e dei dettagli sottili la sua cifra. Dinamismo, florealità, slancio e savoir-faire tutti insieme tutti qui. Davvero un grande conseguimento.

Ghemme 2013 – Torraccia del Piantavigna  (nebbiolo 90%, vespolina 10%)

Interpretazione moderna, qualche stimolo esotico a corollario del frutto, evoluzione terrosa. Non la spontaneità dei migliori, non il pieno nitore, non la diffusività. Di confortevole gradevolezza, quello sì.

Ghemme Vigna Cavenago 2011 – Mirù  (nebbiolo 85%, vespolina 15%)

La vitalità aromatica ben dissimula le insidie di una annata calda grazie anche al fraseggio sottile. Pur giocando in sottotraccia, non rinuncia al contributo di un frutto carnoso e per nulla ridondante. E se la chiusura vegetale, con il conseguente chiaroscuro di sapore, lede invero la compiutezza, non ne scalfisce né scolora la piacevolezza.

Ghemme 2010 – Ca’ Nova Giada Codecasa

A fronte di una leggibile aleatorietà riscontrata fra bottiglia e bottiglia, vogliamo affidarci alla più buona fra queste e far discendere da lei il nostro giudizio, perché la sinuosità, la stoffa, la verve e la purezza materica che sono emerse da lì hanno “santificato” una annata importante con un conseguimento pregevole.

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GATTINARA

Gattinara Osso San Grato 2014 – Antoniolo

Salato e nobilmente austero, sciorina un temperamento tenace, “dritto”, animato dai contrasti. Còlto in una versione più stilizzata del solito (e forse forse ancor più sottilmente evocativa) resta un vino ineludibile, paradigmatico, come una luce tracciante. In fondo, ci parla di un privilegio.

Gattinara 2015 – Nervi

Succoso, vivo, elettrico, ai profumi possiede per intero tutto il carattere vulcanico della terra sua, qui raccontata con dovizia di particolari. Serioso e caratteriale, anche se non lunghissimo, il suo rigore espressivo comunica autenticità.

Gattinara Vigna Molsino 2014 – Nervi

Purezza di frutto, levigatezza tattile e una dote tannica di prim’ordine alimentano la nomea di una etichetta emblematica dell’universo-mondo Gattinara. Teso e dinamico da un lato, premurosamente melodioso e concessivo dall’altro, la sua bontà dispiegata e il suo disegno finissimo non precludono il fatto che si tratti di un vino ancora sostanzialmente giovane.

Gattinara Riserva Borgofranco 2012 – Cantina Delsignore

Uno di quei casi  – rari ma stimolanti – in cui non hai la diffusione di un vino di razza superiore, non hai la lunghezza che conta insomma, eppure nonostante ciò, e nonostante l’incedere un po’ stringato e trattenuto, si muove bene, lasciando lampeggiare una silhouette persino elegante e una “incompiutezza complice”.

Gattinara Galizja 2012 – Il Chiosso

Senza picchi e senza cadute, tenta la strada della leggiadria e delle sfumature di sapore sfiorando una certa vaghezza caratteriale ma mantenendo saldo un fondo di tonicità. Tecnicamente ineccepibile, quello sì.

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