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Vite parallele: l’anarchia di Gino Veronelli e Stefano Bellotti

L’impareggiabile e mai troppo rimpianto Gino Veronelli si professava orgogliosamente anarchico. Si sentiva anarchico anche in degustazione? Esiste un’interpretazione anarchica del vino? Mmm… non è chiaro. Vediamo se ci viene in soccorso l’illustre vocabolario Treccani, che alla voce “anarchia” recita:

anarchìa s. f. [dal gr. ἀναρχία, comp. di ἀν- priv. e tema di ἄρχω «comandare»]. – 1. Mancanza di governo, come stato di fatto, sia per assenza di un valido potere a causa di rivoluzioni, sia per inefficienza dell’esercizio del potere da parte di coloro che ne sono investiti: instaurare, far cessare, reprimere l’a.; periodo di anarchia. Per estens., disordine, confusione, stato di un luogo dove ciascuno agisce a suo arbitrio e senza ordine o regola: che a. in quell’ufficio!; in quella casa c’è la più completa a.; tutto il trecento parve, e fu veramente, a. (Carducci). 2. In senso storico-politico, dottrina che propugna l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello stato, da attuare eliminando o riducendo al minimo il potere centrale dell’autorità; sviluppatosi nella 2a metà del sec. 19°, il movimento anarchico (che fu soprattutto guidato da M. Bakunin e da P. Kropotkin) sostiene un estremo decentramento dei poteri amministrativi della società, affinché i lavoratori possano organizzare da sé la proprietà e l’amministrazione dei mezzi di produzione.

Tralasciando il Carducci, che purtroppo non ho mai capito nella sua pur pluricelebrata grandezza, un primo grimaldello critico lo rintraccio qui: “l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello stato”. Sostituendo “governo” con “luogo comune” e “stato” con “eccesso della tecnica” già ci avviciniamo: è anarchica una visione del vino libera dal governo dispotico dei luoghi comuni, delle parole d’ordine, dei cliché in apparenza inattaccabili. È anarchica, parimenti, una visione del vino libera dallo stato oppressivo della tecnica usata in misura debordante e deformante.

In questo senso l’intera opera critica del grande Veronelli è stata anarchica. Soprattutto nel suo ultimo decennio di vita, egli ha cercato di liberare i nasi e i palati (di conseguenza anche i fegati) dalla camicia di forza degli stereotipi e degli eccessi deturpanti dei vini tecnici. Dell’ultimo Veronelli si sono appropriati, con maggiore o più debole legittimità, vari soggetti. Molti lo hanno arruolato a forza tra i pasdaran del vino naturale, tra i duri e puri del vino contadino. Ma, se posso provare con presunzione a interpretare l’ultimo Veronelli, egli non ha mai legittimato nel vino – per restare al punto uno del lemma treccaniano – “disordine, confusione, stato di un luogo dove ciascuno agisce a suo arbitrio e senza ordine o regola”. Nel vino, almeno nel vino, l’anarchia non è sinonimo di caos. È sinonimo di libertà.  

Così come era libero Stefano Bellotti, il vignaiolo piemontese ostinato e contrario che ci ha lasciato pochi mesi fa. Reso (moderatamente) celebre dal film Resistenza naturale di Jonathan Nossiter, nel quale esponeva con pacata fermezza e particolare lucidità di pensiero le sue opinioni sul vino vero, opposto alla deriva caricaturale del vino industriale, Bellotti faceva vini di “irrequieta selvatichezza” (cit. G. Gravina). Vini di rara energia motrice, qua e là non del tutto risolti sul piano dell’ortografia, ma vivaddio traboccanti di vitalità. L’ultimo suo vino che ho potuto sorseggiare è stato un Bellotti Bianco (“Biodinamico, Naturale, Autentico”), lotto 2014. Con una peculiarità, il fatto raro di essere stato tappato con il sughero, quando di solito arrivava sugli scaffali con un semplice tappo a corona: seicento bottiglie richieste da non so quale importatore, e poi mai ritirate.

Taglio variegato di uve bianche (cortese, chardonnay, trebbiano, sauvignon, garganega), il Bellotti Bianco 2014 si è proposto sulle prime in un assetto olfattivo scontroso, ombroso, vagamente ostile; ma dopo pochi minuti di dialogo con le molecole di ossigeno contenute nell’aria del locale dove l’ho bevuto, si è sentito libero di offrire profumi più limpidi, tra gli agrumi e l’ostrica. La volatile, certo non timida ma del tutto misurata, rafforzava il senso di libertà anarchica dello spettro aromatico.

Punto di forza del vino la dinamica al palato, che è facile assimilare all’andamento ritmico della risacca marina: ondate di sapore che si susseguivano placidamente, senza giocatori di racchettoni molesti a turbare la quiete del panorama gustativo.

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La foto di Stefano Bellotti è stata tratta dal sito triplea.it

 

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