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Appunti critici: riflessioni e lievitazioni

Proprio oggi, mentre tentavo di dare un minimo di ordine razionale a quella massa confusa di libri che si ammucchiano in ogni spazio disponibile del mio studio, da uno scaffale è affiorato un annuario di Robert Parker del 1994, insieme a una raccolta –Ultimate Guide to Buying Wine – di Wine Spectator dello stesso anno. Ho iniziato a sfogliarli e mi sono soffermato a leggere i giudizi di Parker sulle annate 1989 e 1990 di Mouton Rothschild, dei quali riporto alcuni stralci :

Mouton 1989In bocca, malgrado la concentrazione impressionante, continua a mostrarsi eccessivamente boisé…

Mouton 1990Meno evoluto dell’89, è marcato troppo fortemente dal rovere, da sembrare affinato nelle barrique del bourbon Jack Daniels…

Passando a Wine Spectator, leggo queste note sul Barolo Cannubi 1985 di Paolo Scavino: un vino che ti lascerà senza parole per l’enorme presenza di legno e tannini. Il frutto non ha nessuna possibilità di emergere

Parker e WS che si lamentano degli eccessi boisé nei vini? Qui cade il perno di tutte le “critiche mosse ai critici”! Soprattutto a quelli d’oltreoceano, accusati da sempre di amare troppo le barrique e i vini imbottiti di legno, stucchevolmente vanigliati e tostati. E invece.. vabbè, si dirà che sono le classiche eccezioni che confermano la regola, che gli esempi di segno opposto sono assai più numerosi, però il dubbio sui pregiudizi e sulle superficiali semplificazioni che circondano il nostro settore non si dissolve così facilmente.

Il tema meriterebbe di essere approfondito ma lo farò in un’altra occasione, anche perché questa è solo la prima parte delle piccole scoperte odierne, in quanto subito dopo ho notato quanto poco frequenti fossero i vini valutati 90 centesimi (e oltre) in entrambe le pubblicazioni e ho deciso di prendere nota di qualche recensione, così, tanto per verificare se i voti di quei tempi erano più bassi perché i vini erano di qualità modesta o se oggi quelle stesse testate, come tutte le altre in circolazione, sia in versione cartacea che digitale, siano diventate sin troppo generose e, aggiungo io, poco rispettose del consumatore finale.

Ricordando per la trecentesima volta che un giudizio solo numerico non ha nessun significato e che qualsiasi sistema di classificazione costituisce di per sé una convenzione, al di là che sia espresso in voti centesimali, in ventesimi, in decimi o quant’altro, ho tradotto, malamente ma meglio di Google Translate, due commenti di Robert Parker su due vini del 1991; l’annata è di medio-basso valore ma, in compenso, i produttori sono di primissima fascia:

CHARMES-CHAMBERTIN 1991 ARMAND ROUSSEAULo Charmes-Chambertin 1991 è il miglior vino che abbia assaggiato da Rousseau negli ultimi 15 anni. Si presenta con una veste profonda e satura, di colore rosso rubino, seguita da un naso sontuoso, splendido per ricchezza, con note fumé, di amarene ed erbe aromatiche. Lungo, maturo e ricco, con tannini arrotondati nel finale, questo vino concentrato, pieno e ricco sarà delizioso per i prossimi 8-10 anni.

MARGAUX 1991 CHÂTEAU MARGAUX – Chȃteau Margaux 1991 è un serio concorrente per il titolo di “vino dell’annata”. Con un colore rosso rubino profondo e un naso ancora chiuso ma promettente, distinto da note di ribes nero, di liquirizia e da un rovere nuovo con sentori di pane tostato, è denso, di buon corpo, molto profondo in bocca e moderatamente tannico; lungo e generoso nel finale.

Che ve ne pare? Il migliore da 15 anni, “nasi” sontuosi, ricchezza, profondità, lunghezza: dei grandi vini, non c’è dubbio. Quanto prenderebbero col metro di giudizio attuale? 95, 96, 97 centesimi? Insomma, punto più punto meno, siamo lì. Quanto gli ha affibbiato invece il Parkerone nostro? Ottantotto centesimi a entrambi, perché, a quei tempi, i 90 punti non si attribuivano alla leggera.

Vogliamo cambiare critico e zona di produzione? Passiamo a Wine Spectator con la recensione di Ornellaia 1989 e, a seguire, di Masseto 1988:

ORNELLAIA 1989deciso e saporito, offre aromi generosi di lampone, prugna e spezie, una consistenza morbida e un tocco di foglia di tè nel finale.

MASSETO 1988rotondo e vellutato, offre un “pieno” di frutta. Colore rosso rubino scuro intenso, con aromi eccellenti di more, cassis e menta, è corposo e conferma sul palato le stesse note aromatiche. Ha tannini pieni e vellutati e un finale lungo e mentolato.

A questo punto rileggetevi bene i commenti: aromi generosi, morbidezza, certo quella foglia di tè dà una suggestione di immaturità ma, nel complesso, Ornellaia sembra buono. Quanto ha preso? Ottantuno centesimucci. E Masseto? Il commento non lascia spazio a dubbi di sorta, un vino lungo, vellutato, davvero eccellente, non pare avere punti deboli. Novanta centesimi. Come dire, si comincia a ragionare. Si comincia, perché da lì ad arrivare a cento punti di strada da fare ce n’è parecchia!

Questa, mi verrebbe da dire, era la Critica di un tempo. Quella di oggi trova tutto “bono”, 90 punti non si negano a nessuno, neanche allo Scorticone di Poggio Catrozzolo. Sembra che tutti siano contenti, soprattutto i produttori, o buona parte di essi, e i loro “pierre”. E i consumatori che ne pensano? Niente, quelli che comprano davvero il vino – e non si limitano a piazzare “like” a destra e sinistra – mi dicono che hanno smesso di leggere e di crederci da tempo.

A margine, per chiudere questo insolito abbozzo di indagine e cessare (per ora) di spulciare libri del secolo scorso, ho notato anche il prezzo al dettaglio, riportato su WS, di una bottiglia di Masseto 1988: 49 dollari. I voti saranno anche lievitati ma i prezzi non sono certo stati fermi!

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