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Cantasogni

Contra factum non valet argumentum”, dicevano – in ordine cronologico ascendente – mia zia e gli antichi rètori romani. Contro un fatto non vale alcuna argomentazione: a significare che davanti a una realtà evidente ogni considerazione astratta perde di efficacia. Nel mio caso di bevitore è una sentenza peculiarmente significativa, in relazione al rimasticato tema del rapporto tra anidride solforosa e alcol.

Anni fa mi toccò sostenere un’inutile polemica con un produttore laureato in medicina che – con tutte le ragioni scientifico/epidemiologico/sanitarie dalla sua parte, per carità – contestava la mia “infondata” associazione tra il contenuto di solfiti nel vino e i miei ricorrenti mal di testa. Da quel poco che ho letto da allora, è pacifico che la comunità scientifica non sia pervenuta a stabilire un nesso evidente tra emicranie e solfiti. “Se pensi che la solforosa in una bottiglia di vino possa essere la causa dei tuoi mal di testa, considera che molti alimenti che mangi, per esempio le patatine fritte o quasi tutte le conserve industriali, contengono molti più solfiti”, è l’obiezione classica dei ben informati in questi casi.

Benissimo. In un’epoca in cui il primo fesso che scrive su Facebook contesta l’efficacia dei vaccini, crede alle scie chimiche, ritiene che la terra sia piatta, non voglio certo unirmi al coro degli oscurantisti. Rispetto le conclusioni della scienza. Sta di fatto, tuttavia, che nella mia esperienza – ALMENO nella mia esperienza – il nesso tra vini molto solfitati e mal di capa esiste eccome. Con la controprova, altrettanto palmare, della totale assenza di problemi post-bevuta nel caso di vini poco o per nulla solfitati.

Dopo tre decenni di esperienza il mio taccuino statistico, in questo senso, è divenuto schiacciante: diciamo che 4.022 volte (all’incirca) su 4.030 una bottiglia molto ricca di solfiti, come ad esempio un vecchio Sauternes, mi ha sfrantecato le meningi di lì a otto/dieci ore. Simmetricamente, 2.340 volte (all’incirca) su 2.341 non ho avuto alcun contraccolpo doloroso dopo aver ingurgitato diversi bicchieri di vini poco o per nulla solfitati.

A questi variopinti argomenti pensavo stamattina, dopo essermi svegliato fresco come una rosa. Eppure ieri non sono stato certo timido nel bere due rossi borgognoni di scintillante qualità, però guarda caso vinificati in quasi totale assenza di solforosa: un Bourgogne rouge e un Ladoix Les Briquottes – entrambi dell’annata 2017 – della Maison du Vin Chanterêves. Non avete mai sentito nominare questa firma? Siete in buona compagnia: è un domaine giovane e pressoché sconosciuto.

Creata nel 2010, Chanterêves è una maison de négoce che (ovviamente) non possiede alcuna parcella di vigna ma compra le uve. I coniugi Guillaume Bott e Tomoko Kuriyama sono infatti dei négotiants-vinificateurs. Mentre Guillaume è borgognone, come i più fini linguisti tra i lettori avranno intuito Tomoko non è del posto e nemmeno francese. È un’enologa giapponese che prima di approdare in Francia ha fatto una robusta esperienza in Germania, negli scenografici vigneti della Mosella. Guillaume, a sua volta enotecnico, è tuttora lo chef de cave del domaine Bize a Savigny, provenendo da una precedente formazione presso la celebre maison Sauzet a Puligny-Montrachet.

Hanno unito le forze, nella vita e nella professione, e fatto nascere una firma che dopo poche vendemmie sta proponendo vini di meravigliosa purezza e intensità. Due specimen non mi permettono certo di generalizzare, ma mi fido ciecamente del parere dell’impareggiabile amico e collega Armando Castagno, che me li ha fatti provare e che li ha selezionati, in esclusiva per l’Italia, per l’importatore Buongiornovino: “sono vini impressionanti già da qualche tempo. Lo scorso anno un loro Pommard era semplicemente celestiale. Purtroppo, acquistando le uve senza contratti definiti e stabili, diversi loro vini sono dei gioielli unici, non replicati alla vendemmia successiva”.

Di seguito trascrivo le impressioni di assaggio dei suddetti due rossi, entrambi credo da grappolo intero; e pazienza se il tono risulterà troppo encomiastico:

Bourgogne Rouge 2017

Colore poco carico, ma non debole e diluito, anzi di una sua pienezza nella trasparenza. Aromi da subito aperti, spiegati, lirici; ovviamente non intensi quanto quelli del Ladoix successivo, però particolarmente nitidi, contrastati, privi di qualsiasi esitazione. Gusto perfettamente coerente, un soffio nella trama tannica e una nuvola nel frutto. La definizione di “beva compulsiva”, che uso con preoccupante frequenza nelle schede di degustazione, trova qui un nuovo e più puntuale riferimento sensoriale.

Ladoix Les Briquottes 2017

Più colorato del Bourgogne, e fin qui siamo all’ovvio. Altrettanto limpido in ogni sfumatura aromatica e gustativa, con una marcia in più in termini di succosità del frutto, delicatezza del tocco, finezza dei tannini e soprattutto persistenza conclusiva. Un vero capolavoro, che in assaggio coperto un bevitore anche molto smaliziato confonderebbe con cru ben più rinomati (e costosi).

Un sodalizio da seguire di qui in poi con attenzione maniacale, direi.

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