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Cosa può un’amicizia. Dodici annate di Nonno Felice, vin de garage per eccellenza

In memoria di Renzo Priori

Che un vino spumante (metodo classico) sia in grado di assumere la statura e lo spessore emozionale di un vin de garage è possibile, e già questa è una notiziona. D’altronde qui è dove si recupera per intero la magia di un gesto artigiano, il pieno significato del termine “familiare”, l’efficacia semplice e implacabile di una attrezzatura “basica” e le molteplici possibilità, spesso sottovalutate, di un piccolo fondo adibito a cantina.

Sono questi alcuni dei tasselli maledettamente utili ad esaltare un territorio, in questo caso un territorio affatto particolare che di nome fa Garniga, sperso sui “monti di Trento” -800 metri di altitudine e poche anime ad abitarlo-, e a far parlare quei sei filari di vigna piantati a chardonnay da Felice Larentis una cinquantina di anni fa, con l’obiettivo di ricavarne il vino quotidiano.

La vigna a Carniga

Non è andata propriamente così, perché ben presto di quella vigna se ne “impossessò” il figlio Ruben. Giovane enologo di belle speranze, stava facendo il tirocinio in una azienda spumantistica “di poco conto”, Ca’ del Bosco, in Franciacorta, e quel vigneto gli sembrò ideale per esercitarsi all’arte di un mestiere. Fu così che nel tempo il vino fermo della casa si tramutò in spumante metodo classico, e fin qui la storia potrebbe anche essere una storia normale, come ce ne sono tante, di placida linearità.

Ruben Larentis ed il padre Felice

Più particolare semmai è annotare il fatto di poter riconoscere in quel vino spumante, che era stato chiamato Nonno Felice, un autentico fuoriclasse.  Più particolare è annotare la circostanza che Ruben Larentis sarebbe divenuto, e ancora oggi lo è, lo chef de cave di un vero e proprio monumento della tradizione spumantistica del nostro paese, la cantina Ferrari di Trento. Si aggiunga infine che Nonno Felice non è in commercio, e che l’etichetta perentoriamente recita: “da riservare ai brindisi con gli amici più cari”.

Ecco, appunto, gli amici. Sono stati loro la chiave di volta per poter incontrare Nonno Felice, di cui ignoravo l’esistenza. E a uno di loro in particolare, indimenticabile, debbo tutto ciò. Ed è stato sempre lui, un paio di mesi fa, a fungere da ideale raccordo affinché un gruppo di amici si ritrovasse in suo nome per commemorarne il passaggio terreno e festeggiarlo come lui avrebbe desiderato, a suon di bollicine d’autore. Anzi, con la sua bollicina preferita. Perché, intendiamoci, non c’è Dom Perignon che tenga, né Cristal né Clos des Goisses né Winston Churchill né Krug  (che pure bramava): per Renzo Priori c’era una sola bollicina al comando: Nonno Felice!

Renzo Priori

Di fronte a questa affermazione “oltraggiosa” e indubbiamente mutuata dall’affetto che Renzo nutriva per l’artefice nonché grande amico Ruben, noi eravamo soliti sorridicchiare compassionevoli, del tipo “ sì vabbé, dai…lasciamolo discorrere”. Poi ci siamo dovuti ricredere. Ed io, che con le bollicine ho sempre avuto un rapporto tutto men che empatico, ho riscoperto in questa etichetta garagiste la meraviglia inattesa.

Renzo Priori se ne è andato che è passato un anno o poco più. L’epilogo si è consumato in maniera ingiustamente e inaspettatamente rapida. È stato un dolore profondo. Mi manca (e ci manca) davvero quell'”ometto” affettuoso dalla voce rimbombante e dalla inesauribile volontà di condividere esperienze ludiche e pagane.

In sua memoria gli amici Mirko Banacchioni e Lorenzo “Lollo” Filippini, che Renzo ha amato come i figli che non ha avuto mai, hanno partorito l’idea di chiamare a raccolta alcuni degli amici più stretti per tributargli un ricordo a suon di bollicine e dare una piccola mano alla moglie Rita. E quale bollicina migliore poteva onorare tal ricorrenza, se non il rarissimo Nonno Felice?

Ruben Larentis

E’ stata una giornata intensa, quella all’Ardengo di Prato, la sfiziosa “enoteca in movimento” di Mirko e Lollo, vissuta in compagnia di amici fra cui alcuni colleghi della stampa (Ernesto Gentili, Fabio Rizzari, Massimo Zanichelli, Carlo Macchi, Marco Sabellico..) e ovviamente di Ruben Larentis, che ha portato con sé dodici annate di Nonno Felice e una caterva di calici adeguati.

Il resoconto della stupenda verticale, nonostante l’impegno di uno scribacchino emotivamente coinvolto, non potrà mai rendere il senso del tutto né potrà mai avvicinare l’atmosfera che abbiamo respirato quel giorno. Dietro un’esteriorità gioiosa e scanzonata si celava la struggente malinconia di una assenza, che ognuno di noi ha rimuginato a modo suo, a volte esternandola, a volte no.

Che poi si fa presto a dire assenza, son bastati infatti i primi due o tre calici di Nonno Felice per sortire il miracolo: oh, abbiamo dovuto aggiungere un posto! Renzo era di nuovo lì fra noi, ed era tornato per restare.

 

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I VINI DI UN GIORNO

Note a margine: le bottiglie sono stati sboccate nel Novembre 2018. Dosage: 2gr/litro di zucchero. Produzione media annua di Nonno Felice: 80/100 bottiglie.

Nonno Felice 2010

Agrumi e nocciola, succo vivo innervato di freschezza, stupenda dinamica. La bolla finissima instrada una leggibile traccia salina, l’eleganza sta di casa e lui sa bene come guardare il futuro dritto negli occhi.

Nonno Felice 2009

Grano, mentuccia e “sasso riscaldato al sole” annunciano un tratto cremoso, morbido, consistente, la cui piega evolutiva gli rende una trama appagante e dispiegata, e una coda di sapore vagamente dolce.

Nonno Felice 2008

Finissima florealità ed eccellente dinamica. Profondo, ampio, “sospeso” e interiorizzato, si veste di una mineralità sottocutanea che si fa infiltrante. Né più né meno che un conseguimento raro, inarrivabile ai più.

Nonno Felice 2005

Due bottiglie diverse fra loro ed entrambe dialettiche: la prima si offre con un giallo marcato e sentori più evoluti di petit four, crema pasticciera e fiore di ginestra. Mostra un tratto soffice e una tattilità accomodante, piacevole, ma certo non la tensione delle edizioni migliori. La seconda si offre con un profilo più “verticalizzato”, tonico, succoso, se vogliamo più in linea con l’età che ha, casomai squadrato e rigido in quel finale impettito.

Nonno Felice 2004

Dapprincipio si muove con circospezione. Gli stimoli “cerealicoli” e di frutta secca ne alimentano l’indole austera, lo sviluppo gustativo è vivo ma non propriamente sciolto, l’ossigenazione gli regala però una prepotente nota tartufata, che come ogni buon tartufo non fa che impreziosire la trama rendendola più mutevole.

Nonno Felice 2003

Impatto aromatico maturo e avvolgente, di miele e mela cotogna; incedere morbido e rilassato, bollicina integratissima, quasi impercettibile. Tondo.

Nonno Felice 2002

Naso caleidoscopico fondato sul registro mineral-tartufato. Acidissimo, sa di agrume rosso e fila via come una scheggia. Grande la personalità, ché fa ancora salivare. Nel frattempo, salinità grondante e suggestioni di thé. Incredibile!

Nonno Felice 2000

Saldezza ed eleganza fuse assieme in un intreccio virtuoso. C’è tensione, e droiture, ed austera nobiltà. Fremente e vitale, chiede e pretende futuro. Carattere a mille, freschezza e fondo nocciolato!

Nonno Felice 1999

Il chiaroscuro di sapore propiziato dall’ossidazione ne rende affascinante il quadro aromatico, che traghetta la dote fruttata su desinenze quasi terrose. Lui dimostra forza, struttura e definitivo ardore, sanciti da una chiusura tosta ed ostinatamente tonica, solo un pochino amaricante.

Nonno Felice 1998

Il più debole della batteria, figlio di una annata non indimenticabile. Sensazioni un po’ statiche di cereali fanno da cornice ad un incedere che contempla qualche vacuità ed incertezza di troppo. Si affaccia una certa indeterminatezza, ma non puoi certo affermare che non sia piacevole.

Nonno Felice 1996

Mi ha colpito per complessità e statura caratteriale. E’ altero, cremoso, forte, di bella grana tattile. Concedergli aria crea un’attesa piacevole, dacché cambiano i registri aromatici sfrondandosi delle iniziali ombrosità, e in bocca il tutto va a sciogliersi e a ricomporsi più disinvoltamente, corroborato da uno slancio nuovo. Bello!

Nonno Felice 1995

Non ti conquisterà per particolare lunghezza o persistenza (resta sempre un po’ compresso nello sviluppo), ma a ventiquattro anni suonati la vitalità e la solidità ti fanno subodorare che qui, ragazzi, non si scherza. Sentori di thé, e un finale di partita piacevolmente salato, stimolano i sensi a garanzia di un ricordo.

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Altri interpreti:

Chianti Classico Riserva 2016 – Cigliano: cos’è la grazia? E fin dove può spingersi un vino di territorio quanto ad interiorità? Qui una possibile risposta al quesito.

Barolo Cascina Francia 2008 – Giacomo Conterno:  monumentale per come può esserlo un libro di Storia che racchiuda in sé tutte le storie.

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