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Mario Pojer e lo sboccatore portatile

Vado fiero del fatto di essere riuscito a schivare per tre decenni i produttori di vino più antipatici e presuntuosi. Non crediate che sia stata un’impresa semplice, visto che si tratta di una categoria ricca di esemplari, vecchi e giovani. Allo stesso tempo ho coltivato, se non un’amicizia, una cordiale conoscenza a distanza con alcuni tra i produttori di vino più simpatici. Di quest’ultimo gruppo, molto meno nutrito del primo citato ma assai più divertente, fa di sicuro parte il cordialissimo, eternamente baffuto Mario Pojer.

Di Mario scrivevo anni fa: l’ultima visita è stata “un fuoco d’artificio di sorprese meccanico/enotecnico/distillator/stappatorie. Lungi da me il proposito di ingabbiare Mario in un cliché vagamente caricaturale, ma è indubbio che tra i produttori di vino italiani sia il più simile al personaggio di Archimede Pitagorico; un Archimede Pitagorico con i baffi.

Mario ha infatti ideato decine di marchingegni per migliorare le varie fasi della raccolta delle uve, della vinificazione e dell’affinamento. Molti dei quali generosamente passati, senza alcuna tutela di brevetto, alle industrie di attrezzature enotecniche. Che ci hanno fatto e ci fanno tuttora bei soldini. Una per tutte, una specie di vasca jacuzzi per lavare i grappoli dai metalli (rame in primis) che rallentano e inibiscono il lavoro dei lieviti.”

Tempo è passato, siamo invecchiati o volendo stare sugli eufemismi maturati (terziarizzati). Mario rimane ancora oggi uno sperimentatore brillante, sempre acceso da un entusiasmo che definirei fanciullesco: una considerazione ovvia e insieme un vero complimento alla sua energia vitale.  Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata qualche giorno fa. Mi ha parlato della sua più recente passione, il raro vino Zero Infinito.
È un bianco ottenuto da varietà resistenti, “che ho imparato a conoscere e ad amare grazie a Rudolf Niedermayr” (il padre di Thomas: entrambi grandi vignaioli, dei quali con Armando Castagno e Giampaolo Gravina abbiamo scritto nel nostro primo libro “Vini da scoprire”). Non ho voglia di addentrarmi nei molteplici aspetti tecnici che stanno dietro questo bicchiere. Basti sapere che è un bianco “col fondo”, frizzante, opalescente, non filtrato. Zero Infinito sta per zero chimica, zero filtrazioni, zero solforosa, zero ogni altra cosa (escluso il vino stesso).

La bevuta dell’ultima versione, lotto 2018, mi ha generosamente offerto:

– un colore giallo brillante opalescente, ma di opacità non opaca
– un profumo invitante di agrumi appena spremuti, soprattutto cedro e bergamotto, e di mela Grammy Smith (non Granny Smith, proprio Grammy: è come se ci fossero stati alcuni grammi di mela nel mosto)
– un sapore guizzante, vivo, freschissimo, pieno di succo, slanciato, di beva irrefrenabile
– un finale appena più morbido, con qualche lievissimo riflesso dolce (il che non guasta affatto, anzi dà equilibrio all’insieme)

Per gustarlo al meglio l’inesauribile Mario ha ideato uno “sboccatore portatile” (à la glace, o come scrive lui “alla glace”) che consente – dopo una serie di traffici tutto sommato non troppo lunga – di eliminare volendo il contenuto in fecce lievitose e di berselo più limpido (qui un video esplicativo). È comunque buonissimo anche stappato, versato e tracannato. Prosit.

One Comment

  • Diego Alhaique ha detto:

    Scusate, ma niente di nuovo.
    Il buon Mario Pojer ha applicato il “degorgement” dello champagne alla sua nuova creatura, che peraltro non vedo l’ora di poter assaggiare. Certo, si propone come un degorgement post-produzione e distribuzione.
    Cordiali saluti,

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