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I vini del mese e le libere parole. Ferragosto 2019

Champagne Cuvée Apogée – Jerome Blin

E’ raro che scaturisca complicità emozionale alle prese con gli Champagne, o con gli spumanti in genere. Ovviamente sto parlando per me e di me. Qualcuno potrebbe legittimamente pensare ad un (inspiegabile) pregiudizio, e ne avrebbe ben donde, anche se dai millanta incontri sul tema il più delle volte ad emergere è stata la tecnica, non il “sentimento”, in un eterno gioco a incastri -di certosina perizia- dove il rischio che corri è quello di non rintracciarne più la spontaneità.

Con la sensazione che qui, più che altrove, la mano dell’uomo conti eccome affinché tutto torni con implacabile regolarità, e per tale ragione ti vien da pensare che a rimetterci siano la profondità e l’audacia, che sole appartengono a vini che facciano della diversità la propria cifra.

Come se non bastasse, ecco che la folle corsa a produrre bollicine in ogni luogo, quasi fosse un’urgenza, concorre a bastonare qualsivoglia speranza per una mia rapida redenzione. Una china a suo modo epocale che del vino ne scompagina la valenza etica, sociale e culturale per sacrificarla sull’altare del mercato e del mercanteggio, ciò che ancor oggi faccio fatica ad accettare.

Detto questo, esistono eccezioni alla regola e prospettive felici in grado di scartare di lato, e ci sta pure il fatto che io mi sbagli di brutto.

Di fronte alla Cuvée Apogée di Jerome Blin, per esempio, ogni incrostazione idiosincratica nei confronti della speciale categoria tende ad essere spazzata via in un attimo. Non ricordavo, in un vino con le bolle, un’energia così vibratile e una leggerezza tanto evocativa.

E’ un flusso continuo di minuzie e levità che quasi rinuncia all’evidenza materica, questo è.  Ed è in una dimensione interiorizzata, dalla dinamica pura e silenziosa come un aliante, che mi è sembrato di poter ritrovare una bussola, e con la bussola una direzione.

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Saumur Blanc L’insolite 2016 – Thierry Germain

Questo vino mi folgorò con l’annata 2009. Pochi giorni dopo, ancora scosso, conobbi il suo artefice Thierry Germain (Domaine des Roches Neuves) a Chateau Fonroque, nei pressi di Saint-Emilion, nel corso della manifestazione Biodivyn. Grazie ai suoi Saumur (rossi) era già andato incontro alla celebrità.

L’incredibile personalità di questo chenin blanc, impreziosita da un disegno limpido e dettagliato, mi aprì un mondo e mi fece capire fino a che punto uomo, vitigno e territorio potessero fondersi in tutt’uno.

Essendo un vino “insolito”, come recita l’etichetta, non sempre l’ho ritrovato su quei livelli, soprattutto nei casi in cui la ricerca della piena maturità fruttata ha scavallato equilibri per propiziare un andamento gustativo più morbido e soprattutto più arrendevole alle inquisizioni del tempo, non consentendo sempre e comunque un’evoluzione felice.

Questo 2016 lo intercetto all’inizio della sua parabola vitale, o quasi, ma le prerogative affinché il tratto sia unicamente ascendente ci sono tutte: la seducente aromaticità, caleidoscopica e scandita alla perfezione, si sposa con una dinamica e una trazione sapido-minerale incredibili. L’acidità ne allunga a ventaglio la persistenza e tu ti ritrovi -una volta ancora- sull’ottovolante del gusto, pervaso da una sottile vertigine.

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Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 2008 – Valentini

Ha azzittito tutti. Gli è bastato fluttuare nell’aria quel tanto che basta per illimpidire la trama ed acquisire dettagli che la meraviglia si è riempita di nuova meraviglia, andando a posizionare l’asticella del coinvolgimento un po’ più in alto, traguardo impossibile anche per il più talentuoso dei “saltatori”.

Dal suo passaggio ne resterai coinvolto, tanta la grazia sospesa, e la carnosa tattilità, e la naturalezza. Di abissale profondità, possiede pure il garbo e l’educazione di non fartene sentire il peso. Da qualsiasi lato tu lo prenda, per quanto tu possa (o sappia) scandagliarne le possibilità, per quanto tu possa (o sappia) decidere se restare in superficie od addentrarti più giù, questo vino ti riserverà sempre qualcosa in grado di scuotere ed emozionare. Qualcosa per te, solo per te.

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Pinot Nero 2016  – Podere della Civettaja

Il ristoratore indolente e old fashioned (in piena coerenza con il suo locale), dopo averne sversato appena mezza bottiglia in un bicchiere -il mio bicchiere-, prima di farmelo assaggiare per l’approvazione ha cominciato a rotearlo vorticosamente mantenendo il bicchiere appoggiato sul tavolo -il mio tavolo- per un bel minutino di imbarazzo, durante il quale ha pure cercato di instaurare un dialogo disinvolto, mentre io ho inutilmente cercato più volte di avanzare timido con le braccia, a reclamarlo e toglierlo dal supplizio.

Poi vivaddio mi ha offerto il calice “shakerato”, facendolo scivolare come una carta di poco conto durante una partita a scopa quando non puoi prendere niente.

Alla richiesta di una glacette è sbianchito, pregandomi di accontentarmi di pochissimi cubetti di ghiaccio, che non sta, non usa raffreddare un vino rosso. “Shakerarlo” sì, raffreddarlo mmmh.

Detto ciò, Podere della Civettaja 2016 di Vincenzo Tommasi è una piccola e ispirata meraviglia, che del Pinot Nero conserva la scioltezza e l’incanto, della sua terra – il Casentino – l’affusolata silhouette stimolata dal pungolo acido.
Con quel locale nulla c’entra, quasi appartiene a mondi diversi, ma è lui che mi ha salvato la serata. Pure “shakerato”. Pure caldo.

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Perlei Pinot Nero 2016 – Bricco Maiolica

Forse è una rara congiunzione astrale, ma a Pinot Nero (italici) di ‘sti tempi vado che è una meraviglia. E se dei Pinot Nero del Casentino se ne mormora al punto tale che le attenzioni si sono tramutate ormai in attualità, io oggi “casco dal pero” al cospetto di Perlei 2016.

Chi è Perlei ????

E’ una delizia di Pinot Nero langhetto (sì, langhetto) che Beppe Accomo ricava da un ettaruccio di vigna piantata sul cocuzzolo più alto del Bricco Maiolica, a Diano d’Alba, in questo millesimo evidentemente toccato dalla grazia.
Implacabilmente a fuoco, “struggentemente” floreale, non ti risparmia niente quanto ad eleganza e sensualità.

Sapete che c’è? C’è che non possiede “gradino” tannico, che il termine delizioso trova in lui un nuovo paradigma e che io dal pero ci son cascato contento, senza peraltro farmi nemmeno un graffio.

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Chianti Classico Vigneto Bellavista 1990 – Castello di Ama

Forse è un’idea solo mia, ma ho l’impressione che si tratti di una di quelle etichette, a suo tempo iconiche, che non occupano più gli spazi emozionali solitamente concessi dagli oenophiles alle esperienze più elettrizzanti sul tema, quelle in grado di portare in dono lo status aureolato di una meraviglia incorrotta.

Quasi che la sua (r)esistenza fosse come incrinata da un vizio di normalità. Quasi si trattasse di un blasone irrimediabilmente sbiadito, segno di un’altra epoca e di un altro pensiero, sopravanzato nell’immaginario collettivo da altri segni, da altri vini.

Me lo ritrovo qui davanti a me, pressappoco trentenne. La sua presenza non passa inosservata, proprio no, casomai irradia! Perché è maledettamente austero ed elegante, integro e propulsivo, contrastato e salino. Lui se lo mangia, il tempo, lo fa suo, e il Chianti tutto canta laudi al signore.

Ecco, dico io, a volte arrendersi all’evidenza e ai sussulti eroici di un vecchio blasone si può, eh!

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Immagine di copertina: Paul Cezanne, ” i giocatori di carte”

 

 

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