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Le stelle d’estate e i vecchi naviganti

Quasi tutti noi che scriviamo di vino – me compreso – nutriamo l’intima convinzione di avere un buona visione generale del cielo stellato della produzione italica. Pensiamo che difficilmente ci sfugga non dico un oggetto di magnitudine apparente (m) 7 – cioè una stellina quasi invisibile a occhio nudo – ma di sicuro un astro molto luminoso.

Beh, il vino si incarica da sempre di scardinare questa routinosa certezza. Si incarica di spiazzarci, di disorientarci. Di farci sentire quelli che effettivamente siamo: dei marinai magari navigati, ma sempre poca cosa di fronte all’estensione sempre più incontrollabile del mare di etichette disponibili sul mercato.

Ne ho avuto l’ennesima dimostrazione in una torrida serata romana, quando con amici sono finalmente tornato a sedermi sotto il pergolato della trattoria romanesca da Cesare, in via del Casaletto. La temperatura esterna, più simile a quella della superficie di Venere (+ 380 gradi centigradi in media) che a quella di una normale sera d’estate, suggeriva di bere al massimo un cardiocinetico come il tè verde, non certo del vino. Ma io e i miei amici, sprezzanti del pericolo, abbiamo optato per un bianco. Uno qualsiasi, purché molto freddo.

“Gelato, eh” mi sono raccomandato a Leonardo, il capace titolare, “per il resto fai tu”. Mi sono affidato volentieri, dato che Leonardo ha un eccellente palato (in precedenza è stato sommelier in locali stellati transalpini) e peraltro condivide in media i miei stessi gusti. E infatti, ecco arrivare un magnifico vino della sua riserva personale, fuori carta. Fuori carta non certo per sgarbo verso i suoi clienti, ma come gesto di solidarietà verso un tavolo di enofili allo sbando per la deriva termica in atto.

“Di sicuro lo conosci”, ha esordito, “è un Verdicchio spettacolare”. No, non lo conoscevo. Né il nome del produttore, né tantomeno quello del cru. Nel marasma mentale dovuto alla condizione fisica, aggravato dal rumore di fondo degli altri tavoli, ho cercato di ascoltare il pedigree della bottiglia, ma nei fatti ho percepito solo suoni confusi, tipo “lo produce Ngetr- fermin-tici a Erimpo… sai la zona vicino a Rcanobi… lui è un ragazzo giovane e molto preciso nelle lavorazioni, si chiama Rendmcart Telimci”.

Bottiglia stappata, nel ghiaccio per qualche minuto. Nel frattempo si pensa ad altro, si chiacchiera, si mangiucchia una focaccia, tra un asciugamano e l’altro. Quando finalmente ce lo versiamo, mugolii di stupefazione generale: è un bianco sontuoso. Sontuoso e del tutto imprevisto. Noi ci aspettavamo un bianchetto piacevole, e ci siamo ritrovati nel bicchiere un Bâtard-Montrachet. Colore giallo dorato, profumi di rara complessità e ampiezza, bocca soffusa e salina, grande ritmo gustativo, finale di particolare spazialità.

Leggo allucinato l’etichetta, che recita: Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva 2011 Il Cantico della Figura, Andrea Felici. Mai sentito nemmeno nominare. Una stella di magnitudine 4, almeno. Di quelle che vedi bene anche nel cielo stellato in città. Come ha fatto a sfuggirmi per anni?

Il giorno dopo spippolo – come dice il Gentili – su internet e scopro che quella stessa bottiglia ha avuto i Tre Bicchieri dei miei colleghi – ed ex compagni di redazione – del Gambero Rosso. Complimenti. In questo caso sono stati astronomi molto più attenti di me.

 

 

 

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