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Leggero/Lezèr


Come ho già scritto non so più quante volte – di sicuro più di quindici – , la leggerezza nel vino non è necessariamente sinonimo di assenza di peso.
Annotavo un paio di anni fa con Armando Castagno e Giampaolo Gravina nell’introduzione del nostro Vini da scoprire – la riscossa dei vini leggeri: “per noi un vino è leggero non soltanto quando ha struttura snella, poco alcol e molta freschezza, ma quando si manda giù con trascinante facilità, indipendentemente dal suo peso estrattivo”.

In altre parole esistono molti modi in cui un vino può essere leggero: può esserlo come il tocco lieve di una foglia e può esserlo come un robusto atleta che compie un salto in lungo; può esserlo come uno sbuffo di vapore e può esserlo come una muscolosa tuffatrice che si avvita più volte in un carpiato prima di entrare in acqua. Non conta infatti il peso in sé, ma l’energia che vince la forza di gravità e lo sposta, più o meno dinamicamente.

Nelle sue Lezioni americane Calvino dedica un intero capitolo alla leggerezza, in cui cita ammirato un meraviglioso passo del Decameron di Boccaccio:

“Non potrei illustrare meglio questa idea che con una novella del Decameron (VI, 9) dove appare il poeta fiorentino Guido Cavalcanti. Boccaccio ci presenta Cavalcanti come un austero filosofo che passeggia meditando tra i sepolcri di marmo davanti a una chiesa. La jeunesse dorée fiorentina cavalcava per la città in brigate che passavano da una festa all’altra, sempre cercando occasioni d’ampliare il loro giro di scambievoli inviti. Cavalcanti non era popolare tra loro, perché, benché fosse ricco ed elegante, non accettava mai di far baldoria con loro e perché la sua misteriosa filosofia era sospettata d’empietà:

Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d’Orto San Michele e venutosene per lo Corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, e egli essendo tralle colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, vedendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: “Andiamo a dargli briga”; e spronati i cavalli, a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra e cominciarongli a dire: “Guido, tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu avrai trovato che Idio non sia, che avrai fatto?”. A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Ciò che qui ci interessa non è tanto la battuta attribuita a Cavalcanti, (che si può interpretare considerando che il preteso “epicureismo” del poeta era in realtà averroismo, per cui l’anima individuale fa parte dell’intelletto universale: le tombe sono casa vostra e non mia in quanto la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto). Ciò che ci colpisce è l’immagine visuale che Boccaccio evoca: Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.”

Ridicendolo ancora una volta: esistono vini leggeri che lo sono anche come struttura, e vini leggeri che lo sono nonostante la loro struttura. Alla prima categoria appartiene senz’altro il nuovo rosso di Elisabetta Foradori – e dei figli Emilio e Theo – battezzato guarda caso Lezèr:

L’intenzione di vinificare un Teroldego celebrativo dei mesi caldi ci ronzava in testa da molto. La rara grandine di agosto 2017 ha distrutto il 40% del raccolto ma ci ha dato l’occasione giusta. Le vigne danneggiate hanno dato vita ad un mosaico di decine di prove di vinificazione con breve macerazione che abbiamo assemblato nel Lezèr: vari tentativi in anfora, legno, cemento ed acciaio, in lotti separati e mai più di 24 ore di permanenza sulle bucce.
Questo vino nasce con lo spirito della sperimentazione ed avrà continuità anche nel 2018”.

Non ho bevuto il 2017; il 2018, che appare più un rosato che un rosso, mi è sembrato agile, fresco, succoso, di irrefrenabile facilità di tracannamento. 12,5 gradi d’alcol, una riduzione iniziale che sparisce in fretta, pare star bene con tutto, dai salami contadini fino alla Sella di Vitello alla Orloff. Soprattutto, a ogni sorso, sì come colui che leggerissimo è, si sviluppa dal palato e incita al sorso successivo.

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