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Pantelleria, isola del sublime/3

Mueggen e Martingana

L’etimo riconosciuto dell’ampio altipiano di Mueggen è “contrada delle cisterne”, per la presenza di molte cisterne puniche (dall’arabo muagen, “cisterne”), ma per Salvatore Murana – da quarant’anni uno dei protagonisti assoluti del vino di Pantelleria – significa invece “luogo riparato, nascosto alla vista”.

Sarebbe fin troppo facile rubricare Murana come un “bastian cuntrari”, se il suo imperturbabile aplomb non lo ponesse agli antipodi del produttore provocatorio a tutti i costi. Invece Salvo – è questo, mi dice, il suo vero nome – ha la lucidità e la saggezza del pensatore controcorrente, e un sentimento verso la sua terra – appartiene a una famiglia di viticoltori con ben sei generazioni alle spalle – che non finisce di sorprendere. Per lui il Passito di Pantelleria è un vino di calore, non di luce, e come tale esprime tutta la potenza generata da una grande terra assolata e difficile, fonte di sacrifici e grandezze.

I lunghi affinamenti in bottiglia che senza compromessi questo produttore impone ai suoi vini, sono necessari per valorizzarne appieno il potenziale e il significato. Dunque non stupirà assaggiare un Passito di Pantelleria Khamma 2006 che sa di erbe officinali e aromatiche, caramella al miele, fichi, uva passa, con freschezza salmastra, ricchezza di frutta candita, sensazioni di eucalipto e genziana. Né un Passito di Pantelleria Mueggen del 2011 aperto da tre giorni che è puro incanto: fico imbottito, pesche sciroppate, albicocche secche, erbe aromatiche, pasta di mandorle, mirto, ginepro…

«A quattro anni scappavo dall’asilo per andare con il nonno per fare il vino. Tutto ciò che faccio è l’esecuzione di cose che non mi appartengono: sono spinto dalla necessità». Mueggen è l’isola nell’isola, è luogo poetico e silenzioso. Qui Salvo ha la sua bellissima casa, il suo bellissimo giardino pantesco, i suoi bellissimi vigneti, molti dei quali risalenti ai primi anni Trenta. A Mueggen lo zibibbo matura tardi, dopo la prima decade di settembre, esattamente il contrario di quanto accade a Martingana, cru impervio le cui terrazze sembrano scivolare verso il mare. Ci si arriva per vie strette e tortuose. Un ettaro e mezzo di vigneto con gli alberelli che crescono sulla pietra pomice e la sabbia. Piante mediterranee, fichi d’India, cedri e l’acqua più limpida e fresca di tutta Pantelleria.

«Coltivare qui la vigna non è solo un atto d’amore, ma di fede». È il primo cru che ha imbottigliato agli inizi degli anni Ottanta ed è quello più conosciuto e amato. Assaggiamo il Passito di Pantelleria Martingana 2006, 2003, 2001 e ci viene incontro la stessa purezza, lo stesso afflato, la stessa lingua: un colore mogano-ambrato dai riflessi aranciati; profumi cangianti di fico, datteri, carrube, uva passita, frutta secca; palato viscoso, sensuale, permeante («i vini insulari devono essere ricchi, ricchi, ricchi»), mai eccessivo o stucchevole, spettacolare o ridondante, anzi vulcanico, contrastato, salmastro.

Viene prodotto, come il Mueggen e il Khamma, con il solo appassimento delle uve su stenditoi di pietra lavica per venti, trenta giorni, senza aggiunta di uva passulata al mosto fresco in fermentazione. Un concetto radicale di produzione che trova il proprio apogeo nel Creato. Nasce nella vigna Cala Rotonda accanto al Martingana, dove poco più giù Salvo coltiva piante di zucchine a 50 metri dal mare, da un appassimento estremo (oltre un mese, girando e rigirando i grappoli al sole per evitare la formazione di muffe), da una fermentazione spontanea e da un lunghissimo invecchiamento senza vedere l’ombra di un legno. «Nato nel 1972 come tentativo di un ragazzotto di fare aceto in un tino e dopo tre mesi scopre che non ce l’ha fatta e lo mette in una damigiana», racconta sornione Salvo.

In cantina assaggio un 2016 prelevato dalla vasca. Uscirà nel 2050. Ha colore ancora dorato ed è puro succo, puro nettare. Miele, melassa, fichi, carrube, densità assoluta. 370 grammi/litro di zucchero! Salvo spilla poi un 2012, che verrà messo in commercio fra una trentina d’anni. Il colore è già quello che conosciamo del Creato in bottiglia: marrone scuro tendente al nero, “pecioso”, con furore di liquirizia, carrube, ebanisteria, noce, datteri, elicriso. Densità clamorosa. Un Montilla Moriles isolano.

Finora sono usciti i millesimi 1976, 1980 e 1983. Tutti attendono trepidanti il 1986 e il 1989. Il 1983 è di un nero assoluto con un naso che sussulta di liquirizia, carrube, caffè, erbe aromatiche, medicinali, officinali, tanto elicriso, tanta genziana. Palato viscosissimo, di incredibile forza motrice, eppure saldo e dinamico, mentolato assoluto, balsamico struggente, aria di cacao e cioccolato di Modica. Finale contrastato, fresco, incessante. Un Passito di Pantelleria trasfigurato.

«Un prete una volta mi disse che in questo vino vedeva la Tunisia, che il Creato faceva lavorare l’immaginazione». Secondo la retroetichetta sprigiona “il sapore dei vulcani, le acque degli Dei, per poter raggiungere l’infinito”. Dedicato alla madre, “inno alla vita”.

Ghirlanda

Punto di passaggio dalla parte est alla parte sud-ovest dell’isola, la piana di Ghirlanda è uno spazio piatto, l’unico dell’isola con un rettilineo in cui si può usare la quarta marcia dell’auto e dove non si vede il mare. Le ipotesi sul nome spaziano dalla ghirlanda del vincitore delle gare al tempo di Cossyra a nomi come Gerlando o Giurlanda, ma quel che è certo è che è impossibile non fermarsi ad ammirare la vista a perdita d’occhio e di fiato della valle più ampia e fertile di tutta l’isola, una conca coltivata da sempre, costeggiata dagli orli calderici di Serra di Ghirlanda e Coste di Ghirlanda, con le file geometriche degli alberelli e dei dammusi che punteggiano tutta la piana sormontata dal Monte Gibele.

Qui Giulia Pazienza, imprenditrice nel mondo dell’alta finanza, pescarese d’origine ma romana d’adozione, ex giocatrice della nazionale femminile di basket, ha costruito il suo piccolo regno, il suo buen retiro, il suo amore per il bello. Arriva a Pantelleria per una vacanza e rimane a tal punto folgorata dall’isola da decidere di comprare nei primi anni Duemila terre, vigneti e dammusi.

La Tenuta di Costa Ghirlanda si sviluppa per sei ettari sulla parte finale della Piana, poco prima che la strada cominci a salire: diecimila alberelli di zibibbo circondati da muretti a secco convivono con alberi da frutta, limoni e un aranceto protetto da un giardino pantesco; l’Officina, centro di produzione e assaggio, con l’ospitalità dei dammusi.

La Tenuta di Montagnole, rivolta a est verso le coste siciliane, digrada in una riserva naturale di macchia mediterranea lungo quindici ettari che guardano il mare, tra venticinquemila alberelli di zibibbo, capperi, ulivi, alberi da frutta e una serie di antichi dammusi in via di recupero.

La Tenuta di Nikà è invece rivolta all’altro versante dell’isola, verso i colori caldi e i tramonti di fuoco delle coste africane. Antichi dammusi circondati da fichi d’India e pietre vulcaniche inseriti in cinque ettari di macchia mediterranea, con duecento ulivi secolari reclinati verso il basso, odorosi agrumeti e piccoli vigneti a picco sul mare.

Sunto e succo di queste proprietà è il Passito di Pantelleria Alcova. Negli antichi dammusi l’alcova, dall’arabo al-qubba, era un nido d’amore ricavato in una nicchia della stanza principale, piccola, bassa, senza finestre e con un solo letto sotto un soffitto ad arco. Il 2015 restituisce intatto l’aura sensuale e romantica di questo scenario. Colore ambrato luminoso dai vividi riflessi aranciati. Profumi di pesche sciroppate, erbe aromatiche (rosmarino, sempre lui, timo e mirto, sempre loro, sempre irresistibili), rifrangenze salmastre, ariosità balsamiche. Palato di bella densità e brillantezza aromatica, succoso ed elegante, fresco e godibile, con trionfo finale dell’albicocca secca e della roccia vulcanica che si traduce in frutto.

Il 2012 ha tinta vespertina, calda e rossastra, accesa e incantevole. L’olfatto esplora l’orizzonte aromatico tipico di questo passito: i toni balsamici, le erbe officinali, la brezza marina, gli agrumi canditi (con la scorza d’arancia su tutti) e quella caramella al miele o d’orzo che si forma con il tempo. Palato di pienezza e modulazione, tonico e vulcanico, quasi piritico, di sale e sole che si uniscono in un tutto fascinoso, continuo, persistente, apologo dell’albicocca secca e della pesca sciroppata.

Inerpicandosi dalla Piana di Ghirlanda verso il Monte Gibele, dopo aver raggiunto in contrada Serraglie il magnifico e nascosto cappereto dalle rocce zoomorfe di proprietà della famiglia Bonomo, si potranno ammirare, in assoluto contrasto, le forme eleganti, lussuose e mondane del Sikelia di via Monastero, prestigioso luxury hotel di Scauri che rientra tra le gemme di Giulia Pazienza.

Scendere a Scauri, nel sud-ovest dell’isola, è poi tratto obbligato. Dirimpetto alle coste africane, arroccata su un’altura e circondata da cùddie e contrade più piccole, Scauri è un centro vivace e movimentato, possiede l’unico altro scalo dopo quello di Pantelleria Paese a nord, ha una bellissima costa frastagliata piena di insenature e grotte, con un mare tra il blu e lo smeraldo, come a Cala delle Capre, che deve il suo nome all’antica pastorizia.

«Dette giavùrri ma chiamate anche diomedee (perché, secondo il mito, piangerebbero la morte dell’eroe omerico Diomede), le berte nidificano sulle falesie a picco sul mare, tra Scauri e Punta del Dolce, emettendo latrati simili a vagiti di bambini; nelle notti senza luna, lo spettacolo del loro canto, terrifico e affascinante, è un’imperdibile emozione» (Peppe d’Aietti e Grazia Cucci, Pantelleria. Il continente tascabile).

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Continua….

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Contributi fotografici dell’autore

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Questo breve reportage di impressioni, visioni e assaggi è frutto di due viaggi primaverili nell’isola di Pantelleria avvenuti nel maggio del 2018 e del 2019. E di due principali letture:

Giosuè Calaciura, Pantelleria. L’ultima isola, Bari, Laterza 2016.

Peppe d’Aietti e Grazia Cucci, Pantelleria. Il continente tascabile, Mazara del Vallo, Il Pettirosso Editore 2017.

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