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Indietro Savoia, avanti Roussette

Vignobles et lac de Saint-André – au loin le massif des Bauges

I vini della Savoia hanno tutto per piacere agli appassionati di vino intelligenti. Tutto tranne, ovviamente, il nome. In una scala da uno a cento, il mio apprezzamento per la vecchia casa reale – sarebbe meglio definirla irreale – italiana non raggiunge alcun punteggio positivo. Potesse scendere sotto lo zero, l’indice starebbe sui meno 60, meno 70. Quando sto per bere un vino savoiardo devo quindi per prima cosa fare profondi respiri, concentrarmi per una mezz’ora in una meditazione zen, emettere svariati  “ooooommmmmm”  a occhi chiusi prima di maneggiare una bottiglia con l’inaccettabile scritta “Savoia” in etichetta.

Superata la fase di repulsione iniziale, e focalizzando la mia attenzione sulle qualità del vino, faccio però quasi sempre eccellenti scoperte. Così è capitato alcune sere fa, durante una cena ipercalorica e iperalcolica. Una di quelle sere in cui l’affollamento dei piatti e soprattutto dei vini genera saturazione, calo dell’attenzione generale, vertigini, ipertrofia della parola parlata. Una di quelle sere, insomma, in cui un vino delicato, giocato sulle nuances aromatiche e non sull’imponenza statuaria, tende a sparire in modo rapido dai ricordi del post-sbronza.

Per antica deformazione professionale mi sono sforzato di prendere alcuni appunti. Appunti mentali, non scritti, eh: sennò più che di deformazione professionale si dovrebbe parlare di atteggiamento da palloso burocrate. Così, in mezzo a celebrati cru langaroli, borgognoni e bordolesi, ho preservato un angolo della memoria per un bianco di notevole vitalità, la Roussette de Savoie Les Moraines 2016 del Cellier Savoyard. La relativa appellation, una delle più importanti della regione subalpina, dà bianchi da uve roussette, chiamate localmente altesse, più un eventuale saldo minoritario di chardonnay e/o di mondeuse.

Abbiamo quindi a che fare con l’unica altesse reale ammirevole che si possa collegare al nome Savoia.

Non si può pretendere qui vini di grande maturità di frutto, carnosi come un Montrachet o profumati come un Sancerre. Qui va apprezzata la silhouette longilinea, la scattante freschezza acida, l’agilità gustativa. Sono bianchi saettanti, vivaci e ipercinetici come certi cani di piccola taglia. Se il Montrachet è un’ipnotica tigre e il Sancerre un levriero, la Roussette di Savoia è un vivace bassotto.

Questo specimen dà sulle prime l’impressione di un vino/acqua minerale: bianco carta con deboli venature gialline. Scorrevolezza pari all’acqua Norda. Profumi appena meno evanescenti, sull’agrumato delicato, con sfumature di gesso. Al palato però la musica cambia. Il vino trova dinamica, pulsazione ritmica, anche una certa spazialità. È come se si alzasse in punta di piedi e apparisse più alto, più slanciato.  Ciò gli consente di affrontare a testa alta la sfida dell’abbinamento con pietanze anche piuttosto elaborate, anche di una certa grassezza. Certo, eviterei di berlo con una bistecca di manzo Wagyu: c’è un limite di appiccicume untuoso che trascende le possibilità di questo bianco.
Allo stesso modo non si può prendere a morsi un tocco di lardo di Arnad e pretendere che la Roussette riesca a ripulirvi il palato.

Ma per tutto il resto dell’edibile, o quasi, la Roussette c’è.

One Comment

  • Vinocondiviso.it ha detto:

    Bevo spesso i vini della Savoia e tra i bianchi di certo quelli a base roussette o jacquere sono i migliori.
    Qualche rosso discreto è pure presente (a base mondeuse soprattutto).

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