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La sfogliatella riccia, il Vouvray e la prova ontologica di Sant’Anselmo

Per amplissime parti del territorio meridionale italiano vale – eccome – un luogo comune in apparenza becero: i panorami sono incantevoli, le costruzioni sono abominevoli. Nella mia recente vacanza tra Cilento e Salento – con intermezzo lucano – ho potuto misurare l’estensione del disastro: cubi di cemento senza finestre, casupole in materiali non identificabili ma di certo non adatti all’edilizia comune, palazzine senza intonaco (pare che se una casa ha ancora i mattoni a vista non paghi l’IMU o qualche altra tassa comunale, di qui lo scempio diffusissimo), aborti di luna in ogni stile possibile (finto-arabo su finto-coloniale su finto-gotico). Su tutto, come presenza ubiqua e ossessiva, gli infissi in alluminio anodizzato.

A Palinuro, gioiello della costa dal mare di una bellezza indescrivibile, si passeggia nel caos edile. Gli ameri’ani, che tanto si scervellano per creare nuove armi, dovrebbero studiare un ordigno dall’effetto opposto alla bomba al neutrone. Quella uccide gli esseri umani e lascia intatte o quasi le case; qui servirebbe invece una bomba che distruggesse le case e lasciasse intatti gli esseri umani.

Questa intemerata per dire che, vi doveste trovare a Palinuro, sarebbe un grave errore passare oltre a una palazzina impresentabile del “centro” che riporta la brutta insegna al neon “La Fonte del dolce”. Infatti là, in quello sgarrupato laboratorio di pasticceria, si compie spesso il miracolo di accedere al vertice della sommità della vetta della cima della qualità della sfogliatella riccia. E scusate se è poco.

Ricordo ancora confusamente l’arrivo al canale televisivo del Gambero Rosso – primi anni di vita, tra il 1999 e il 2001 – di un pasticcere napoletano descritto come “il Mozart della sfogliatella”. Ricordo ancora la meraviglia di quel manufatto: croccante e delicatissimo, friabile e compatto, dolce ma non dolcissimo. Perfetto.

Ebbene, sostengo che la sfogliatella riccia della Fonte del dolce sia sullo stesso livello; e forse – quando appena sfornata – una frazione più sublime. Certo, andava scritto in premessa che sono tutto meno che uno sfogliatellologo. Un vero esperto partenopeo avrà numerose obiezioni da muovere a un assunto tanto apodittico.

È tuttavia incontrovertibile che l’abbinamento di questa sfogliatella – subito trasportata in privato – con il Vouvray Moelleux Le Haut Lieu del Domaine Huet  2009* sia stato una prova dell’esistenza di un’entità divina più chiara ed evidente della prova ontologica di Sant’Anselmo.

* una crema meravigliosa, per metà avvolgente e vellutata, per metà vibrante, scattante, dinamica

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