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Energy Observer e le ciliegie per Natale

Energy Observer at LondonLondra, 5 ottobre 2019. Un natante decisamente poco convenzionale attira l’attenzione di turisti e cittadini a pochi passi dal London Bridge. Già la forma è un po’ strana, un catamarano che al posto dell’albero centrale ha due vele sui lati, simmetriche, rettangolari e ripiegabili a pacchetto. La superficie della barca poi è visibilmente ricoperta di moduli fotovoltaici, dalle forme disparate, ad occupare ogni spazio disponibile. Moduli diversi, incollati sulla superficie curva dello scafo o sospesi come un tetto rigido, con celle solari bifacciali questi ultimi, capaci di sfruttare la luce solare da entrambi i lati, quella diretta che proviene dall’alto e quella riflessa dalla superficie della barca o dall’acqua.

Ma vele e moduli fotovoltaici sono sono parte del contenuto tecnologico di Energy Observer, così si chiama, che per gran parte è nascosto all’interno. Un idrogeneratore, ovvero un’elica sommersa che sfrutta il moto della barca per produrre anch’esso energia, e una propulsione ovviamente totalmente elettrica. E non è finita qui, se infatti sono presenti batterie per accumulare e rilasciate l’energia che serve per pilotare i sistemi elettronici di bordo, la maggior parte dell’energia prodotta col sole e col moto della barca viene immagazzinata da un sistema a idrogeno.

Energy Observer at the London BridgeSole e vento quindi, le uniche fonti energetiche, batterie e idrogeno invece, per tenere conto dell’energia non direttamente utilizzata a tenerla da parte per la notte o i giorni in cui sole e vento scarseggiano. Lo schema è semplice, i moduli fotovoltaici e l’idrogeneratore producono energia elettrica che va ad alimentare il motore per la propulsione e copre i consumi di bordo (apparecchiature per la navigazione, condizionamento, cucina, illuminazione). Durante il giorno o quando il contributo delle vele è importante, l’energia prodotta è in eccesso e viene immagazzinata per l’utilizzo successivo, in parte nelle batterie, per un riutilizzo veloce, in parte invece generando idrogeno tramite elettrolisi dell’acqua. Idrogeno che viene stivato in due bomboloni ad alta pressione per essere riutilizzato all’occasione tramite una pila a combustibile, ovvero un marchingegno che trasforma l’idrogeno nuovamente in acqua (col contributo dell’ossigeno atmosferico) e in cambio fornisce energia elettrica.

Ricapitolando: sole, vento e acqua all’inizio… movimento e acqua alla fine, niente altro. Neppure le batterie da smaltire se non in quantità trascurabile, non più che nel caso di un natante a motore.

Ma funziona? La barca, varata oltre due anni fa (si tratta di una vecchia barca a vela riadattata) ha già percorso 18 mila miglia nautiche nel suo tour europeo, che qui a Londra segna la tappa finale, e nel prossimo anno, dopo una breve sosta invernale, affronterà Atlantico e Pacifico per portare in cento città il suo messaggio semplice e chiaro: il petrolio non è il nostro unico destino.

Certo certo, chissà quanti espertoni sarebbero pronti a commentare dicendo che si tratta solo di un prototipo, che di sicuro non andrà veloce, che se manca il sole come si fa, ecc. ecc. Tutte obiezioni a dir poco superficiali, se si pensa che la mobilità rinnovabile muove ora i suoi primi passi mentre il motore a scoppio è stato inventato da oltre 150 anni ed è rimasto da allora quasi invariato (perché si tratta di una macchina eccezionale certo, e magari anche perché non c’erano grandi ragioni economiche per cambiare). E poi la velocità, se serve a portare per via aerea un carico di ciliegie dal Cile in Europa sotto Natale, beh… magari se ne può fare a meno, no?

Energy Observer è un progetto privato, opera di alcuni visionari che hanno radunato intorno a se l’interesse di numerosi sponsor, un bellissimo progetto che ha anche un grande supporto mediatico grazie al fatto che uno dei visionari è un bravo documentarista, vi invito a dare un’occhiata ai loro filmati. Ma Energy Observer deve anche far riflettere sul senso della mobilità, sul senso di spostare ogni giorno persone e merci tutto intorno al pianeta confrontandosi solo con l’aspetto economico diretto di fare ciò, senza considerare l’impatto ecologico e sociale di questa bella cosa che hanno chiamato globalizzazione.

Anche i potentati economici hanno però grandi capacità di marketing, e non è stato difficile convincerci che la nostra vera realizzazione l’avremo girando superficialmente per il mondo e comprando a basso prezzo (ma con ampio guadagno per loro) merci prodotte dall’altra parte del globo, meglio se poco durevoli per non fermare questo ciclo “virtuoso”. D’altra parte come mai sarò arrivato a Londra se non con un bel volo low cost?

Mario Sironi - Uomo nuovo 1918I trasporti sono responsabili di oltre 1/4 del consumo energetico globale. In un sistema politico mondiale che si vuole democratico e liberale è ben difficile pensare di limitarli per legge (a parte le fiammate protezionistiche unilaterali del caporione di turno che funzionano solo a scopo elettorale), ma se vogliamo cavarcela qualcosa andrà pur fatto. Oggi è troppo facile ed economico muoversi e trasportare, da una parte questi costi dovrebbero inglobare quelli ambientali e sociali, in modo che diventi antieconomico importare fagiolini dal Mali o carbonella dall’Ecuador (“divertitevi” a cercare le provenienze al supermercato), dall’altra Energy Observer indica la via per un trasporto sostenibile anche se diverso da quello a cui siamo abituati. Non è più l’era dell’esaltazione della velocità, facciamolo capire ai futuristi residui.

Opera di Mario Sironi – Uomo nuovo 1918

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