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I vini sardi fra nomenclatura, DOC e IGT. Ragionamenti per non farsi del male

A livello vinicolo la Sardegna è una regione del tutto particolare. Una DOCG, il Vermentino di Gallura, del tutto giustificata vista la qualità dei vini in commercio, e tra l’altro riconosciuta in tempi non sospetti; alcune denominazioni il cui territorio comprende l’intera regione, con l’incongrua indicazione del vitigno in evidenza ( leggi Vermentino di Sardegna DOC); altre ancora istituite a spizzico nel pio tentativo di dar conto della sottovalutata varietà ampelografica dell’isola, spesso con riferimento a tipologie di vino più o meno uniche, più di una volta da produzioni minuscole. Ovviamente non mancano le IGT (IGP), orfane del nome Sardegna, profuso a piene mani per le denominazioni varietali.

Ecco, proprio la scarsa rappresentatività delle DOC sarde, e l’ambiguità dei loro nomi, rischiano di creare un pericoloso precedente.

Perché si crea una denominazione di origine? Qual’è il senso? In un mondo perfetto, una DOC dovrebbe sancire il livello di valore diffuso di una zona di produzione, definirne i limiti e i requisiti, alzare l’asticella della qualità. Più ancora una DOCG, con riferimento ad un territorio più circoscritto le cui peculiarità dovrebbero essere strettamente collegate alle caratteristiche organolettiche del vino (il che non sempre avviene). Queste specificità sarebbero poi anche da comunicare a una platea di consumatori la più vasta possibile, ma questo è un altro discorso.

Niente di tutto ciò avviene sull’isola: le DOC regionali, intrinsecamente, non possono dare conto di differenze che adesso iniziano ad emergere grazie a vinificazioni sempre più avvedute, ossia stilisticamente meno invasive. I rispettivi disciplinari si sforzano di caratterizzare i prodotti se non altro con la riduzione delle rese e con parametri chimico-fisici più restrittivi, ma inevitabilmente pesa come un macigno l’indicazione del vitigno. E’ come se la massima aspirazione delle etichette sarde fosso solo quella di sfoggiare le rispettive caratteristiche varietali, con buona pace di quanto di più e di meglio territori tanto caratterizzati possono dare.

Ma c’è di peggio, alcune aziende imbottigliatrici (nel senso che buona parte dei loro prodotti derivano da uve e/o vini acquistati dai più disparati fornitori) hanno fatto istanza affinché l’indicazione del vitigno possa essere riportata in etichetta nei vini a indicazione geografica tipica, cioè IGT (IGP secondo la normativa europea) e NON A DOC.

Si potrebbe cioè avere ad esempio un Isola dei Nuraghi Vermentino IGT, ecc. La richiesta, esaminata verosimilmente con una certa sufficienza dagli organi preposti del governo regionale, è stata approvata dall’assessorato competente, sollevando così una vera e propria levata di scudi da parte di numerose aziende più coerentemente interessate alla qualità, che hanno fatto immediatamente ricorso al TAR.

Perché in effetti si tratta di una palese iattura: il consumatore non sufficientemente avveduto/informato (ovvero, a voler essere ottimisti, almeno il 90-95% di tutti coloro che acquistano una bottiglia di vino) non si pone minimamente il problema delle differenze qualitative esistenti tra un vino a DOC e uno a IGT: cerca ad esempio un Cannonau, e quant’altro compaia in etichetta è solo un accessorio, e così verosimilmente orienterà la propria scelta sulla referenza meno costosa, ovvero l’IGT (corrente, non i pochi ambiziosi stile Super-Sardinian), con buona pace di chi si sbatte per produrre un Cannonau (un Vermentino, un Monica…) MIGLIORE, diminuendo le rese, rischiando maggiormente sulla maturazione, selezionando con cura in vendemmia, ecc. ecc., così come sancito dai disciplinari delle DOC.

In sintesi, il cambiamento approvato fino a nuovo ordine consente una sorta di concorrenza sleale degli IGT a scapito dei vini a DOC, poiché annulla le differenze di indicazione tra di essi, unificandoli sotto l’egida generica del nome del vitigno, sciaguratamente riportato in piena evidenza nella DOC.

Cosa insegna questa vicenda tuttora in divenire, nella speranza che si concluda positivamente per chi persegue convintamente la qualità?

Primo: la denominazione regionale non è sufficiente di per sé a garantire la qualità (meglio comunque di un IGT…), e funziona meglio come DOC di ricaduta, atta a garantire un minimo sindacale di controlli sulla provenienza delle uve e sulla loro attitudine a produrre vini di qualità (vedi limitazione delle rese per ettaro, ecc.).

Secondo: la denominazione di origine ha senso in quanto legata ad un territorio, e più esso è ristretto e caratterizzato tanto più si può aspirare ad una maggiore qualità dei prodotti.

Terzo: il vitigno è l’anima della denominazione solo nella misura in cui consente di interpretare il territorio ed esaltarne le caratteristiche; cioè a dire, dal vitigno si prescinde per utilizzarlo al fine di creare una sintesi di qualità superiore.

Sarà interessante verificare cosa succederà in terra sarda, se non altro, perché la qualità dei vini di numerose aziende dell’isola merita destino migliore di un’omologazione nominativa nullificante. E sta a chi il vino lo ama raccontare di questa qualità, esplorarne le differenze, e goderne.

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Riferimenti utili LEGGI QUI

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