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Il vino come gesto politico. Riflessioni e (s)considerazioni sul vino “naturale”

In “ Odio chi. Le corrosioni del tempo e il mio primo pezzo politico“, sentenziavo che con questa storia del vino naturale è cominciata la rivoluzione, e che la rivoluzione non la fermi, casomai ti inonda.

Salvo poi cambiare “prospettiva”, se stiamo ai recenti contributi in materia proposti da importanti rappresentanti della speciale categoria come Stefano Amerighi e Alessandro Dettori, che intendono superare il concetto di vino naturale ponendo l’accento sul “vignaiolo naturale” e sulla consapevolezza critica che sta alla base di scelte prima di tutto esistenziali. Non senza ragione, pur consci -immagino- di addentrarsi in un terreno infido, dove un conto è dire e un conto è dimostrare coi fatti.

A ben vedere, questa visione aleggiava fin dall’inizio (leggi il Corrado Dottori-pensiero), ma è stata riportata prepotentemente in auge dal corso degli eventi, lì dove stiamo assistendo ad un fiorire inarginabile di vini cosiddetti “bio e qualcosa” provenienti da ogni dove, nella maggior parte dei casi generati dall’opportunità economica che sotto questi ultimi chiari di luna si è finalmente aperta per tutti i prodotti più rispettosi ed ecosostenibili.

Dell’onda montante se ne stanno appropriando pressoché tutti, i belli e i brutti, i vignaioli e gli industriali, con onestà o con scaltrezza, e con grande sperpero di comunicazioni roboanti. E’ un risultato di portata epocale che tutto ingloba e tutto confonde, dove il vocio si è fatto fiumana e poi inondazione. Dimenticate in fretta le parole d’ordine di un tempo: non più barriccaia, diradamenti, basse rese; altre ve ne sono, per scardinare i cuori e gli affetti degli eno-appassionati.

E’ giunto però il momento di scoprire chi pulito lo è per davvero, per princìpi e consistenza morale, per qualità dei gesti e dei modi. E’ giunto cioè il momento di parlare di autenticità e trasparenza, di qualcosa che scavi sotto la facciata delle cose per svelare il di più.

E’ il vino come gesto politico, questo è, rivendicato come tale e mutuato da una coscienza politica, etica, finanche esistenziale. Ed è ciò che intendono sottolineare, da quanto mi pare di capire, coloro che vogliono far emergere i distinguo fra “chi ci è e chi ci fa“, e cioè non guardare al vino ma guardare a chi lo produce.

In altri termini è la supremazia dell’atto sul fine, concetto quest’ultimo che ha una sua legittimità e una sua purezza, ma anche una buona dose di indimostrabilità.

Ora, le direttive di un’azione “contundente” tesa a rovesciare lo status quo nella filiera produttiva dell’amata bevanda alcolica, agli albori del “movimento” dei vini naturali parevano assestarsi su una logica implacabilmente lineare: comunicare le ragioni o gli esiti di un affrancamento che aveva ed avrebbe condotto in modo scientemente critico a praticare una viticoltura e una enologia se vogliamo arcaiche ma con la consapevolezza tecnica avuta in dono dalla contemporaneità, per esaltare le potenzialità di un territorio rispettandolo e non inquinandolo. Ragionamenti di per sé chiarissimi, che non fanno una grinza. Semmai il problema è quello di dimostrare che sia realmente così.

Intanto, per “segnare il territorio e riconoscersi dall’odore”, sono spuntate nuove parole d’ordine e nuovi dazebao. I vini sono diventati veri e resistenti, i vignaioli partigiani e corsari, in un florilegio a suo modo affascinante di locuzioni alternative e fuori dai cliché, così come fuori dai cliché ( ma sapientemente confezionate da studi grafici che la sanno lunga) sono apparse le nuove etichette della generazione green, dove le immagini, i colori e i nomi dei vini sono andati ad intercettare flussi di pensiero, fantasie e vocazioni in un coacervo di segni che hanno inteso spezzare la rigida classicità del main stream.

Le cose però si sono maledettamente complicate dal momento in cui più d’uno, appartenente a quel mondo, ha fiutato orizzonti di business e new market ficcandocisi dentro con scientifica abnegazione. Vattelappesca se ci creda oppure no, se si sia trattato cioè di una adozione empatica di uno stile di vita che scompagini e riformuli prospettive esistenziali attorno a mutate esigenze e nuove necessità, arrivando a far germinare una visione politica e un rapporto purificato fra uomo e terroir, oppure se sia stato sufficiente cavalcare l’onda con arguzia, mirando ad un più facile profitto e trincerandosi su frasi del tipo: “ ho pure io, in retroetichetta, la foglia verde dell’agricoltura biologica certificata, faccio agricoltura “pulita” su millanta ettari della mia sterminata proprietà, sono un latifondista avveduto e produco i vini che produci tu, piccolo e scapigliato vignaiolo. Cos’hai quindi da vantare o da rivendicare più di me?”.

Insomma, traguardando le cose dalla prospettiva del prodotto finito, c’è poco da spezzare il capello in quattro: sulla carta tutti possono produrre vini “bio e qualcosa”, offrendo le medesime garanzie – per quanto decifrabili – al consumatore. Ecco così che il portato rivoluzionario del concetto di vino naturale viene ad affievolirsi, perché non è più appannaggio di una élite illuminata ma appartiene al mondo imprenditoriale tutto, che va dall’imbottigliatore da milioni di flaconi annui al garagiste.

Sul piano della comunicazione poi, il frastuono che può generare l’ufficio stampa del potente di turno è tutt’altra cosa rispetto alle possibilità di un piccolo vignaiolo, che ha ben altro a cui pensare. E le frittate sai come te le rigirano in fretta!

Mettici inoltre un aspetto questo sì fondamentale, e cioè che certe pratiche acquisiscono senso compiuto quanto più sono dilatate nello spazio e nel tempo. Ora, possedere in unicum cinquanta ettari di vigna governati in biologico o in biodinamica ha la sua bella importanza, rispetto all’appezzamento singolo di un ettaruccio o due circondato da colture “convenzionali”, e la circostanza suddetta è spesso legata alla dimensione tipica della grande azienda agricola, la quale, potenzialmente e strutturalmente, avrebbe così tutte le carte in regola per perseguire con efficacia i nuovi obiettivi agronomici.

E tanto per non farci mancare niente diciamo pure che i bicchieri parlano, per tutti coloro che hanno “orecchie” da ascoltare. Ogni distinguo possibile immaginabile per alzare paletti fra “chi ci è e chi ci fa” torna a confondersi se solo ci allontaniamo un poco dall’alveo ineludibile dei vini ad alta dignità, quelli buoni, quelli espressivi, quelli tecnicamente corretti, ossia tutto men che incerti, irrisolti o approssimativi.

Perché dall’universo mondo dei vini naturali emergono distintamente diverse categorie : i gioielli che irradiano di luce propria una produzione, una terra e un distretto agricolo, i vini ad alta dignità territoriale, complessi o meno che siano, i vini semplici e beverini, i vini problematici e sostanzialmente rustici, i vini dimenticabili e scorretti, e persino gli omologati.

Fare vino naturale non vuole improvvisazione, perché tali pratiche mettono a nudo il terroir, ma anche il talento di un vinificatore. Se mancano l’uno o l’altro il castello scricchiola fino a cadere, e allora l’unica strada è quella di comunicare la “differenza a prescindere“, sbandierando la propria purezza e facendosi forti di una sostanziale forzatura, anche in termini di legge: che esistano vini di un tipo e vini di un altro e che per tale ragione, pur chiamandosi entrambi VINO, non possano essere confrontati. Che servano altri codici d’accesso, altri approcci interpretativi; insomma, i vini delle due razze poggiano su presupposti produttivi e filosofici antitetici, e viaggiando su binari paralleli non debbono essere giudicati con lo stesso metro di giudizio.

Rifiutare il confronto, questo è, mettersi su un piano di superiore “moralità”, distinguersi dalla massa per visione politica e indirizzo di metodo, checchennedica la qualità nel bicchiere.

C’è però la prospettiva del consumatore, che in un mondo fattosi complicatissimo ne avrebbe ben donde di pretendere chiarezza e trasparenza. Vorrebbe semplicemente capire quale garanzia in più gli offre una bottiglia anziché un’altra, un produttore anziché un altro, sul fronte della salubrità e dell’etica ambientale.

Gira che ti rigira, l’obbligo di una etichetta parlante  – ma parlante per davvero – diraderebbe zone d’ombra e nebulosità. Nell’incasellare una pratica secondo un particolare disciplinare tecnico e deontologico, le nebbie verrebbero ricacciate indietro, e per il consumatore sarebbe un po’ come conoscere di persona colui che di persona non conoscerà mai: il produttore del vino che ha scelto di acquistare.

In Italia però, negli ambiti imprenditorial-produttivi di ogni razza, forma e religione, si fa fatica ad accettare i controlli e ancor meno le imposizioni, figuriamoci le certificazioni, dai più viste come una fastidiosa intrusione. Non ci si fida, sono fumo negli occhi, non servono a niente, ci sono qui io a testimoniare della mia onestà intellettuale, il vino che produco lo bevo e lo faccio bere ai miei figli, vuoi che non lo faccia pulito e sano? E via discorrendo.

In Italia, ammettiamolo, ci piace darsela ad intendere. E poi c’è sempre chi trova il baco a tutto. Al punto tale che i protocolli dell’agricoltura biologica certificata sembra non siano del tutto irreprensibili, anzi siano addirittura permissivi. I più intransigenti fra i produttori consapevoli hanno preso le distanze e non accettano di sottoporsi al regime delle certificazioni, non perché costrittivo ma perché troppo blando, e perché non assicura quel rigore che invece loro, senza bisogno che glielo attesti un ente terzo, possiedono e attuano. E chi fa agricoltura biodinamica preferisce sovente professarla a voce. Un delirio di autocelebrazione, al quale puoi abbonare tutta la sincerità possibile, ma dal quale resta esclusa la chiarezza.

Non mi sorprende più di tanto perciò se il leit motiv imperante nelle cantine italiane sia prevalentemente questo: “non sono bio ma è come se lo fossi (anzi di più)”.

C’è poi chi la medaglia legittimamente te la rovescia, dicendoti: ma perché devo essere proprio io che ho scelto una strada green a dover dimostrare ciò che faccio, e non l’industriale con i suoi prodotti convenzionali? Perché non si impone a loro, o anche a loro, l’obbligo di citare cosa c’è davvero in un prodotto, quali residui di pesticidi o metalli pesanti ci puoi trovare dentro?

E’ vero, ci sarebbe bisogno di chiarezza, e anche di certezza, ciò che in un mondo globalizzato resta sempre più difficile da ottenere, nonostante qualcuno sia portato a pensare il contrario. Le resistenze sono infinitamente grandi, riguardano e toccano gli interessi dei potentati internazionali, di per sé difficili da scalfire, soprattutto quando a decidere sono e saranno organismi e corporazioni spesso conniventi.

Andare avanti sul piano della chiarezza è però un obbligo morale verso i consumatori. Per esempio, la decisione presa di recente in seno all’associazione Vin Natur fondata da Angiolino Maule and friends, nel verso di un regolamento di produzione predefinito e condiviso e quindi di una autocertificazione assistita da laboratori esterni per il controllo fattuale in campagna e sul prodotto, è un passo significativo che a parer mio aiuta a comprendere gesti e diversità.

E comunque la maggiore sensibilità dimostrata dai consumatori verso i prodotti eco-friendly è un segno dei tempi da prendere al volo e da capitalizzare. Per ripensare gli approcci, i paradigmi, le strategie, i metodi e per ritrovare la voglia di mostrare agli altri il proprio percorso professionale, in questo caso di produttori di vino “etico”, in un modo che sia finalmente chiaro e inconfutabile.

E’ solo questione di trovarla, quella strada, ma fosse anche sotto il mare, una strada c’é.

Ah, e sono questioni in cui tutti siamo coinvolti, stampa di settore compresa, con la speranza che la narrazione sul tema si faccia sempre più accurata e sincera, meno manipolabile, approssimativa o compromessa.

Pulita, come i vini del futuro.

“La strada è lunga ma ne vedo la fine”, cantava il menestrello Dylan…..

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