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Tenuta I Fauri: quando il vino semplice non è mai banale!

Viticoltori per scelta e per tradizione, con un occhio sulle vasche di cemento in fermentazione e con un orecchio ai tuoni, abituati a patire per una grandinata e a gioire per un nuovo germoglio, a fare vini genuini che accompagnano i ristori quotidiani, vini da bere e da godere”.

Ecco, queste poche righe sul sito aziendale raccontano in maniera molto efficace i valori che guidano Tenuta I Fauri, piccola cantina del chietino, già ben nota agli appassionati. Per molti versi la loro storia è simile a quella di tante altre realtà vinicole italiane: qualche ettaro di terra, coltivato da generazioni; il passaggio dallo sfuso all’imbottigliato; l’avvento della nuova generazione che, ripartendo dalle direttrici paterne, ne esplora di nuove, dando vigore e slancio ad un piccolo marchio di qualità.

Conosco l’azienda da tanto tempo, e l’idea che mi sono fatto è che la chiave del successo stia nell’alchimia di ruoli e di caratteri esistente tra i due fratelli Luigi e Valentina Di Camillo. Lui serio faticatore in cantina, con l’intelligenza di voler sperimentare sempre nuove vie ma con l’umiltà di chi sa che il suo vino migliore è quello che dovrà ancora venire. Lei più estroversa, comunicativa e onnipresente in ogni evento dove valga la pena far parlare i propri vini: dalla più sperduta sagra di paese alla kermesse internazionale più glamour ed esclusiva. Un atteggiamento di apertura che genera innata simpatia e che ha permesso al nome I Fauri di girare molto, facendosi conoscere ed apprezzare in maniera trasversale, sia dalla critica più esigente che dal semplice bevitore occasionale.

Nel mio immaginario, i vini della Tenuta I Fauri sono sempre stati briosi e freschi, di quelli che bevi a gargarozzo senza farti troppe domande. Ecco, forse, se devo trovarci un limite, non li ho mai associati a grandi riserve da invecchiamento; piuttosto, li ho sempre pensati come vini gastronomici, semplici, senza fronzoli. Ma, a ben pensare – e ancor di più alla luce delle tendenze di consumo attuali – questo aspetto può davvero definirsi un limite? O è forse un pregio?

Valentina e Luigi, ad esempio, sono stati fra i primi ad interpretare il Montepulciano d’Abruzzo senza ingabbiarlo in sovrastrutture pesanti e legni ingombranti, puntando da subito su una leggiadria e su una freschezza che solo ultimamente stiamo iniziando a riconoscere nelle corde di questo grande vitigno.  Il loro Ottobre Rosso, vinificato in cemento, habitué di svariati premi come vino quotidiano, in tal senso è didattico: un vino profumato, simpatico già al naso, con tanta freschezza, ma poi succosità e carattere in bocca, con una beva piacevole che non ti stanca mai.

Se sul Montepulciano in rosso I Fauri sono stati fra i pionieri della nuova via della leggerezza, sul Cerasuolo restano molto tradizionali. Già il colore lo conferma, cerasuolo brillante, senza alcun cedimento verso quelle tendenze pallide che vanno tanto di moda adesso. In bocca poi è tutto ciliegia e mineralità, con una parte tattile ben avvertibile e un finale lungo giocato su note amaricanti e fruttate. “Si può scaricare un pochino? Forse sì, ma gli toglieresti qualcosa di bello…”, mi dice Valentina.

Ma il vino su cui davvero Luigi e Valentina sembrano aver trovato la quadra è senza dubbio il Pecorino. Da vigneti di 15 anni, sia a tendone che a guyot, è prefermentato in cemento, poi lavorato in maniera classica in acciaio, per tornare quindi qualche mese a riposare in cemento: qualche anno fa era più spinto verso uno stile “tecnico” e in riduzione, che ne esaltava la parte aromatica; oggi, a mio avviso, si propone in versione più spontanea e naturale, mettendo da parte un po’ di accademia e assecondando al meglio il “talento” del vitigno. Lo bevo da sempre, e nelle ultime tre annate il salto di qualità mi è apparso netto (non solo a me, evidentemente, come testimoniato dagli importanti riconoscimenti della critica). Qui di seguito le note di una mini-verticale.

Pecorino 2018
Recente “tribicchierato” del Gambero Rosso. Fresco, centrato, con evidenti note di frutta esotica e agrumi, ha una bellissima progressione al palato, dove chiude lungo e sapido, con ritorno retrolfattivo che richiama la salvia, la camomilla, la ginestra, per una beva piacevole e rilassata…insomma, tanta roba!

Pecorino 2017
Vendemmia non facile, perché molto calda. Al naso parte con sensazioni di macedonia e frutta matura, ma poi esce una nota sulfurea e minerale che lo impreziosisce e gli dà slancio. In bocca l’aggettivo che mi viene alla mente è “profondo”: è come se sgorgasse da una sorgente sotterranea, con sensazioni idrocarburiche vagamente da Riesling ad accrescerne il fascino. Che bello!

Pecorino 2016
Dal punto di vista della mineralità, ci trovo un filo conduttore con il 2017, anche se qui c’è un una sensazione di un frutto un po’ più “diluito”. In bocca, infatti, è più “acquoso”, ha meno materia, e scorre molto piacevole e fresco. Vino più dritto e affilato, meno complesso del 2017, ma buonissimo anch’esso.

Pecorino 2014
Torna la nota di fondo idrocarburica, qui integrata a sensazioni che ricordano la maggiorana e le erbe aromatiche. La parte fruttata è ormai appena accennata. L’acidità è il suo punto di forza, non l’ampiezza, con un finale un po’ duro e spigoloso

Pecorino 2013
Toni evidentemente più evoluti, che vanno dalla frutta candita, alla scorza di agrumi, alla crema pasticcera. E’ più “morbidone”, con una beva rassicurante, da comfort wine, e un finale che ricorda una nota bevanda di arancia amara (questo Valentina mi aveva detto di non scriverlo…).

P.S. – Da qualche mese, alla Tenuta I Fauri si può dormire in un carinissimo B&B in vigna (Baldovino, dal soprannome di famiglia). Poche stanze arredate con gusto sobrio ed essenziale, ricavate in un casale di famiglia ristrutturato. Valentina ormai la trovate sempre lì, almeno nella stagione estiva, a dar di chiacchiere ai tanti turisti di passaggio e a raccontare, sempre col sorriso, i suoi vini.

Tenuta I Fauri
Via Masci, 151 – Chieti
Tel. 0871 332627
www.tenutailauri.it

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