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Niente sesso, siamo viti

Se in epoca di trionfale supremazia della ténnica enologica (id est 1990/2005, a spanne) un produttore avesse abbracciato non dico la biodinamica o il biologico, ma addirittura la propagazione della vite per seminagione, sarebbe stato preso per sociopatico.

Va bene tutto”, mi immagino il commento di un turboenotecnico da combattimento, di quelli che hanno fatto rossi tutti uguali da Saronno a Gela, “ma tagliarsi le palle da soli moltiplicando i rischi viticoli con la semina è da pazzi”.

Ancora oggi, periodo in cui ogni sperimentazione è sdoganata e anzi fa parte di un ricco armamentario di strumenti di marketing magari furbesco per intortare i wine lovers – “affinamento subacqueo del vino?” “fico!”; “bottiglie in cartone ecologico?” “genialata, le voglio!”; “app calendario bio-astrale per la stappatura in armonia con le stringhe cosmiche?” “bella, la scarico subito” – , i vignaioli più coscienziosi si fanno legittimamente molte domande sull’impervio percorso della coltivazione della vite per semina.

Facciamo un passo indietro. Di che si tratta, di grazia? Del fatto che la vite di solito si coltiva partendo da materiale vegetale di selezione clonale o tutt’al più massale: cioè da riproduzione vegetativa. Si può invece coltivare da semplice semina, cioè da riproduzione sessuale. Non sono un agronomo né un ampelografo, quindi ogni riga di questo pezzo è da prendere con il beneficio del dubbio. Da incompetente in materia, mi hanno sempre affascinato le implicazioni per così dire evolutive della questione. Perché stando a quanto affermano i vignaioli più attenti, si sta commettendo un errore prospettico nel focalizzarsi su mille dettagli della selezione clonale, trascurando i possibili benefici della riproduzione sessuale.

Alcuni anni fa riportavo le considerazioni di Philippe Pacalet, noto produttore borgognone, secondo il quale “l’attenzione dei produttori si è concentrata su un punto sbagliato, cioè sul suolo e i problemi relativi: debolezza da eccesso di chimica, sterilità da inquinanti e dal compattamento dei mezzi meccanizzati, eccetera”. Ma “il problema non è il suolo, è la pianta”, “che da secoli non viene più lasciata riprodursi per via sessuale, ma in maniera ‘asessuata’, essenzialmente per propaggine (o margotta)”.

La data di svolta, anche in questioni viticole, è il 1789. La Rivoluzione, svuotando i monasteri, ha interrotto la riproduzione sessuale delle vigne. Prima, infatti, i monaci benedettini procedevano per semina, ciò che donava delle piante moltiplicate per fecondazione. Il materiale vegetale dell’intero vigneto francese risale perciò a più di due secoli fa. Da qui, un po’ come accade – o accadeva – alle famiglie nobiliari che contavano molti individui malati per il continuo incrocio tra consanguinei, la fragilità delle vigne attuali”.

A queste credo stimolanti riflessioni ebbe la gentilezza di rispondermi Luca Roagna, vignaiolo che per il lettore mediamente maniaco del vino non ha bisogno di presentazioni. Estrapolo dalla sua lettera:

Da quando esiste, la vite si è sempre moltiplicata per via sessuata creando nuove famiglie, cultivar, spesso enologicamente non interessanti, ma anche dando origine a tutte le varietà differenti che oggi conosciamo.

I nostri vecchi di Langa avevano vigneti con piante di Nebbiolo estremamente diverse, individui adattati da centinaia di anni a quella particella. Per moltiplicare sceglievano d’estate quelle con caratteri interessanti da propagare e dopo la potatura, con i legni appena tagliati si facevano le nuove viti. Si manteneva così una buona popolazione eterogenea.

Oggi è facile confrontare e valutare quanto siano differenti i grappoli ottenuti da viti di vecchie selezioni massali rispetto alle nuove selezioni genetiche. La ricerca degli ultimi anni si è orientata sui cloni, sicuramente portatori di caratteri interessanti, ma con il difetto di essere esattamente uno la fotocopia dell’altro.

Infine, la nota più dolente per noi contadini: se arrivasse una nuova epidemia una popolazione eterogenea avrebbe molta più possibilità di sopravvivere che una fatta da cloni. Non so e non ho conoscenze riguardo ai tempi della degenerazione del materiale genetico, ma qualche centinaio d’anni per la natura mi sembra un tempo infinitamente ridotto.

Dal mio punto di vista la ricerca da seme dovrebbe essere più che una ripartenza, una piccola integrazione per la salvaguardia della biodiversità con la possibilità di ottenere qualcosa di unico. Noi in Italia dovremmo prima creare dei vigneti per far sopravvivere le vecchie selezioni massali e le varietà rare, penso, se non ho frainteso alcuni amici, che questo sia già adottato in Borgogna. La sola ricerca da seme senza salvaguardia della storia non la trovo utile.

Chi ha la fortuna di avere vigneti da selezioni massali storiche comunque oggi non ha la stessa biodiversità di 50 100 o 150 anni fa, perché alcune individui unici possono esser morti senza prima esser stati propagati riducendo anno dopo anno la diversità.”

Ho avuto il piacere di conoscere nel 2007 Elisabetta Foradori, oggi una grande amica che sta portando avanti diverse ricerche. Abbiamo parlato per la prima volta di piante da seme nel 2010 e dopo ho deciso di provare una sperimentazione di autofecondazione sui diversi vigneti di Nebbiolo, piantando questo anno in campo un migliaio di viti da seme. Non so se considerarmi un sognatore, ma se ci saranno piante con caratteristiche buone e simili al genitore­ vorrei inserirle nei vigneti di origine per cercare di mantenere una popolazione il più eterogenea possibile.”

Se tutto questo ha un senso, e pare averlo, allora conviene fare di tutto per riaccendere l’attenzione sul problema. Noi siamo e rimarremo competitivi sul mercato globale, infatti, se e fino a quando manterremo un alto tasso di originalità dei nostri vini. E ovviamente dei nostri vigneti.

Qualche tempo fa un produttore di cui non faccio il nome (perché conduce una mini sperimentazione simile in un territorio ad alta densità di rompitori di coglioni assortiti) mi fece provare un rosso da viti seminate. “Ci ho messo otto anni a ottenere dell’uva, ma questa microvinificazione sembra incoraggiante”. E difatti, sarà stata la suggestione di tutte queste belle chiacchiere sopraelencate, il vino mi parve notevole: profumato, aggraziato, delizioso nei tannini, dinamico e succoso.

Chiosa finale. Non si scopre niente di nuovo, come sempre. Lenoir scrive nel suo celebre trattato della coltivazione della vigna e della vinificazione, del 1828:

Una specie che, nel clima di Parigi, dà delle uve che non maturano mai e non acquistano altro – nelle annate più calde – che un sapore dolciastro e scialbo, ha prodotto per semina, nelle stesse condizioni climatiche, una varietà i cui grappoli hanno raggiunto la maturità più completa e sono eccellenti. (…) Questo fatto porta in sé il germe di una intera rivoluzione, che esploderà presto o tardi nelle nostre vigne”.

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