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Castell’Arquato, la porta dell’Appennino piacentino: vino, paesaggi, cibi, panorami

Castell’Arquato è un sogno che spunta dalla pianura. Ora che sento arrivare la stagione fredda, mi torna in mente quando l’ho vista in primavera, nel verdeazzurro del giugno di tanti anni fa.

Castell’Arquato poi l’ho rivista in tutte le stagioni, e sempre è stato un colpo al cuore. Sia che spunti dalla nebbia, sia che si incendi di tramonto estivo, sia bagnata di pioggia insistente, sia esaltata dall’azzurro terso.

Ecco, la pianura finisce all’improvviso, e il borgo spunta dietro una curva: quella meraviglia di pietra lassù in alto è Castell’Arquato. Quasi irreale: non può essere, sembra un paese dipinto da un artista.
Tutto vero, Castell’Arquato è una perla di medioevo rimasta intatta. Dopo aver attraversato il fiume si deve lasciare la macchina, si varca l’arco in pietra e da lì si entra in un’altra dimensione. Non si può non salire lassù. Tutte le strade portano in cima, alla piazza che vale molto più della fatica per raggiungerla. La grande torre, il palazzo del comune, la favolosa chiesa romanica che con le sue absidi dà alla piazza un ritmo musicale. Già, la musica: qui nacque Luigi Illica, coautore con Giuseppe Giacosa dei libretti pucciniani La Bohème, Tosca, Madama Butterfly.


Il borgo emana una silenziosa tranquillità da paese incantato; per un’esperienza ancora più forte bisogna varcare il ponte levatoio e salire in cima alla torre merlata, per respirare dalla cima il paesaggio. Ecco, da est la pianura, poi il paese, poi i colli piacentini. Digradano giù dall’appennino, in file parallele da ovest a est, in alto boscosi, poi man mano che scendono tappezzati di grano, di foraggio, di vigneti.

I colli piacentini sono ripide dorsali di suoli marini, sono fili paralleli ricamati da stradine tortuose, sono vigne che corrono le pendenze e sembrano colpi di pettine dati su una materia docile.

Qua il paesaggio plasma tutto: il ritmo lento degli spostamenti ad esempio: per andare da un paese all’altro, ci sarà sempre da scollinare: salire, percorrere il crinale, discendere. Fondovalli e dorsali, fondovalli e dorsali, è un ritmo armonico che ti strappa con la sua bellezza dalla logica del casello-casello. Per andare ovunque sono le curve a portarti, non la linea retta. Quando capisci il gioco, non smetteresti più, ti vien voglia di abbracciarlo tutto questo paesaggio, questi colli morbidi e ripidi allo stesso tempo.

È una esperienza da non perdere salire ad esempio a Vigoleno, uno dei borghi medievali più minuscoli e belli che si possano incontrare. Da Castell’Arquato si scollina la dorsale di Bacedasco, si risale il fondovalle e poi su, curve e tornanti in paesaggi da non dimenticare, verso un’altra dorsale collinare, verso Vigoleno. Paese di pietre e di silenzio, incantevole. E c’è persino uno dei più strani musei che si possa immaginare: il Museo degli Orsanti, che raccoglie le testimonianze sugli antichi artisti girovaghi ammaestratori d’orsi. E tanto per gradire, Vigoleno è patria di un raro vin santo ottenuto da vitigni dimenticati, che vale la pena assaggiare nella locale enoteca.


Da Vigoleno si può scollinare in direzione sud, e attraversando la valle del parco fluviale dello Stirone, scendere verso la signorile Salsomaggiore con le sue terme.

Vigolo Marchese, invece, dal lato opposto, a nord di Castell’Arquato, offre agli amanti di arte medievale un complesso romanico di importanza straordinaria, con la chiesa di San Giovanni Battista e il bellissimo battistero a pianta circolare. La piazza dietro l’abside è il punto ideale per lasciare la macchina e andare alla scoperta dei colli in bicicletta. Da qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: i percorsi, le salite, i paesaggi non mancano certo. Non solo i ciclisti, però: di sicuro questa piazzetta la possono tenere a mente anche i golosi: qua si trova il Forno Perazzi, custode della ricetta (si dice segreta…) della torta di Vigolo, una saporita torta al cioccolato. Vale la pena andarla a comprare, per assaporare l’atmosfera del tutto particolare del negozio, che profuma di forno, generi alimentari e sapone di Marsiglia condito con l’aria degli empori di paese di un tempo… Viene spontaneo guardarsi intorno e cercare quei dolcetti di zucchero che tua nonna ti portava quando eri piccolo, che profumavano di questi profumi qua, profumi e atmosfere che avevi dimenticato.


Castell’Arquato, dicevo, è bella in tutte le stagioni: nelle morbidezze dell’autunno, quando le viti han dato e si lasciano colorare di toni caldi, nelle nebbie dell’inverno, quando il borgo diventa quasi spettrale, e non puoi che infilarti in un posto a riscaldarti con i pisarei e fasò, che non è una semplice pasta ai fagioli, è un archetipo gastromentale. È bella in primavera per godersi il verde abbagliante della vegetazione che esplode. È bella da ricercare in estate: scollinare, girare i versanti, rubare le susine selvatiche, godere delle vibrazioni delle foglie di vite nella canicola.

È la porta dell’appennino piacentino: perché Castellarquato non è una meta e basta, è un punto di partenza.


Condivido qua alcuni nomi di posti, persone, artigiani conosciuti in loco.

Posti dove mangiare

-Ristorante da Faccini: un paio di chilometri fuori dal paese. È una esperienza gastronomica, punto. La cucina piacentina a livelli altissimi: grandi salumi, grandi paste ripiene, servizio di ottimo livello, carta dei vini all’altezza. Il classico. Da provare: i salumi tradizionali serviti con la burtleina. Cos’è la burtleina? Una cosa apparentemente semplice, con il dono di creare la felicità. Non la spiego: va mangiata.

-Ristorante del Voltone: appena varcato l’arco d’accesso alla città, non è appariscente ma è più che concreto. Ci si trova un’accoglienza rasserenante, cucina solida e ben fatta, carta dei vini monumentale… E poi i migliori pisarei e fasò in circolazione!

-Trattoria l’Angiolina: un km circa fuori dal borgo in direzione della pianura. Ambiente curato, buona cucina.

-Antica Trattoria da Dorino: non siamo più a Castell’Arquato, ma in pieno appennino verso gli scavi archeologici di Velleia Romana (che vale la visita). La trattoria di strada per eccellenza. Semplice, concreta, abbondante, serena, economica.


Artigiani della terra
Francesco Chinosi Azienda Agricola Chinosi. Patate di montagna, farine di grani antichi
Andate a cercare la storia di Francesco Chinosi, un custode dell’appennino. Con cocciuto amore ha deciso di rimanere a coltivare ad alta quota. Le sue patate vengono da campi a 1000 metri d’altitudine, sono spettacolari. Francesco Chinosi, Viale Risorgimento, 27, 29023 Predalbora di Groppallo, PC.

Distillati e grappe
Storie di giovani che decidono la svolta. È il caso di Claudio Campaner, che a un certo punto prende e va a studiare la distillazione da Gianni Capovilla. Poi sul colle di Bacedasco Alto crea una piccola azienda e produce vino e distillati, sia d’uva che di piccole bacche selvatiche. L’azienda si chiama Distina e va tenuta d’occhio. Distina Azienda Agricola di Claudio Campaner Case Sparse Spedale, 24 Bacedasco Alto – Castell’Arquato info@distina.it www.distina.it

Salumi
Sulla strada di fondovalle che dalla pianura porta verso Vernasca, una piccola chicca di norcineria: Salumi tipici Refolli, di Marco Pessina. Gran bei salumi classici, e carni di maiale di alto livello. Molto amato dagli appassionati del barbecue.
Salumi tipici Refolli, Via Fontana Bacedasco Basso, 14, 29010 Osteria Nuova (PC)
Poco fuori Castell’Arquato, sempre a tema salumi, troviamo invece il Salumificio La Rocca. La dimensione è più industriale, ma allo spaccio aziendale si possono trovare prodotti ottimi. Via Caneto – Via Castellana, 29014 Castell’Arquato www.salumificiolarocca.com

Vini

Il tema vini sarebbe mastodontico da trattare: tutto il circondario arquatese è tapezzato da splendidi vigneti. Mi limiterò a elencare le tipologie classiche del territorio.
Prima di tutto: il vino qua è frizzante.
Tra i bianchi, la parte del leone la fa la malvasia. Cercatene le versioni rifermentate in bottiglia, sono quelle più storiche e classiche. Meglio se con poco residuo zuccherino: accompagneranno alla perfezione i salumi e le paste ripiene. L’ortrugo è l’altro vitigno bianco classico di zona: nelle migliori versioni dà vini asciutti e concreti, da tutto pasto. Il mix perfetto tra l’aromaticità generosa della malvasia e la concretezza burbera dell’ortrugo è però nella Doc Monterosso: un vino frizzante che nasce solo nell’areale arquatese che può stupire chi non lo conosce per la soddisfazione che regala al palato in abbinamento ai piatti tradizionali di zona.
Tra i rossi, trionfa il gutturnio, mix di barbera e bonarda (croatina). La versione base è frizzante, e quando è ben fatta è una goduria assoluta, un vino gastronomico per eccellenza. Non state a sentire le voci degli schizzinosi che “il rosso frizzante per carità signora mia”. Lasciateli tracannare supersyrah. Poi c’è il gutturnio superiore, fermo e di maggior spessore e importanza, di solito caratterizzato per una nota fruttata matura. Ma il frizzante… Provatelo con dei salumi come Dio comanda e poi vedrete. Qua sulle pagine dell’Acquabuona abbiamo avuto modo di parlarne, ad esempio qui, qui e qui (e anche qui).

E comunque, adesso che finalmente il freddo si fa pungente, è il momento magico per farsi stregare da Castell’Arquato: un po’ di nebbia, un tagliere di salumi, una bottiglia di malvasia o di gutturnio. What else?

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Ringrazio Massimiliano Croci, vignaiolo artigiano e instancabile promotore del territorio arquatese, per i preziosi consigli e per l’amore per la sua terra, che è contagioso.

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