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Eccopinò 2019, il manifesto del Pinot nero dell’Appennino toscano: da follia a storia?

Sono passati 7 anni da quando i vignaioli di Pinot nero dell’Appennino toscano hanno chiamato per la prima volta esperti e appassionati ad assaggiare i vini dell’annata 2009. Anche quest’anno Eccopinò, ospitato dal comune di Borgo a Mozzano e salutato con entusiasmo dal sindaco Patrizio Andreuccetti, ha visto la partecipazione attenta di oltre 120 appassionati tra ristoratori, sommelier e giornalisti, in un’atmosfera conviviale e a tratti festosa.

Allora qualcuno li definì scherzosamente “matti”, perché, quando si parla di Pinot nero, il riferimento alla Borgogna e ad altri areali storici è irresistibile e l’impresa viene spesso misurata col metro degli strepitosi risultati delle bottiglie più note e prestigiose. Oggi la riflessione si arricchisce, anche grazie ai numerosi spunti offerti da Armando Castagno, fine degustatore, uno dei massimi esperti di Borgogna e di Pinot nero a livello nazionale.

“Il vino si configura come il racconto liquido di un paesaggio – esordisce – ma sta poi all’uomo, al vignaiolo, far sì che vi sia una attendibilità del racconto. E ciò dipende sostanzialmente dal grado di immersione di chi lo produce. Lungo le valli dell’Appennino abbiamo otto esempi di vino nati in contesto schiettamente rurale con l’obiettivo di muoversi dentro un paesaggio, in un percorso di avvicinamento e racconto del terroir. I risultati sono interessanti, e onesti”. “Il vino contemporaneo – ha puntualizzato il relatore – è afflitto dall’ossessione di distinguersi, cosa che spesso lo rende avulso dalla memoria e dal sapere collettivo.

Spetta invece alla comunità stabilire in un determinato luogo la tipicità del prodotto, attraverso la sedimentazione dell’esperienza. Il risultato non è l’omologazione ma, al contrario, l’originalità e la tipicità che sfociano in una reputazione, proprio come detta la definizione francese di terroir”.
Certo, il Pinot nero dell’Appennino è partito solo qualche decennio fa, con secoli di ritardo rispetto alla Borgogna, ma lo svantaggio può volgersi in vantaggio: adoperare menti vergini, prive di narcisismo, per costruire col tempo nuove conoscenze e contribuire così alla memoria del luogo con qualcosa di originale. Perché il punto non è imitare, sempre che sia possibile, un modello, sia pure stimato e glorioso.

“Qui nessuno vuole fare la Borgogna in Italia – scherza ma non troppo Cipriano Barsanti, presidente dell’associazione -. Le vigne stanno crescendo e anche i diffusi saperi di chi le coltiva. Tanto che il paesaggio è mutato anche nei suoi elementi umani e culturali. Oggi in questa sala ospitiamo nuovi vignaioli che nelle nostre valli hanno piantato o stanno piantando pinot anche grazie a noi. O giovani enologi, agronomi o semplici appassionati ai quali i nostri esperimenti hanno aperto strade professionali e di reddito che fino a poco tempo fa in questi luoghi non erano prese inconsiderazione. Per noi è un gran risultato”.

I vini in degustazione:

Cantina Bravi – Garfagnino Pinot Nero 2017
Casteldelpiano – Melampo Pinot Nero 2016 e 2017
Fattoria il Lago – Pinot Nero 2016
Frascole – Pinot Nero 2016
Il Rio – Ventisei Pinot Nero 2016
Macea – Pinot Nero 2017
Podere della Civettaja – Pinot Nero 2016
Terre di Giotto – Gattaia Pinot Nero 2016

Le aziende:

Casteldelpiano – Licciana Nardi (Lunigiana)
Sabina Ruffaldi e Andrea Ghigliazza. Fuggiti da Milano per approdare in Lunigiana dove hanno acquistato i ruderi di un castello dei Malaspina, su una sponda del torrente Taverone. Qui hanno piantato una vigna con varietà locali e internazionali. Il loro pinot nero si chiama Melampo, come il cane di Pinocchio. Biologici, producono anche olio e miele ed ospitano nell’agriturismo dentro il castello ristrutturato.

Cantina Bravi – Camporgiano (Garfagnana)
Stefano e Alessandro Bravi grazie alla passione a alla tradizione familiare e all’intraprendenza personale, con il favore anche del cambiamento climatico in atto, coltivano a Camporgiano nella zona sottostante il paese un ettaro e mezzo di vigneto in fase di ampliamento e hanno attrezzato una moderna cantina da cui producono vino biologico. Il loro pinot nero si chiama Garfagnino, un nome che lo lega strettamente al territorio da cui proviene. Presente nella proprietà un agriturismo e a breve verrà realizzato un progetto di ristorazione.

Macea – Borgo a Mozzano (Garfagnana – Media valle del Serchio)
Antonio e Cipriano Barsanti (detto Cipo). Antonio ha studiato flauto traverso a Parigi e insegna musica, Cipriano, più piccolo, ha studiato enologia. Ma la vera risorsa dell’azienda è Maurino, dodicenne, figlio di Antonio, le cui gesta sono già leggenda. Anche la Macea è terra impervia, con vigne terrazzate in gestione biodinamica. Si narra che un facoltoso newyorkese all’arrivo in agriturismo arricciò il naso, ma al momento di andar via pianse dalla disperazione. Le sputacchiere sono bandite, qui il vino va bevuto.

Il Rio – Vicchio (Mugello)
Manuela Villimburgo e Paolo Cerrini, detto “il maestro”. Il primo del gruppo a piantare pinot nero quasi 25 anni fa. Lei giornalista con la voglia di fuggire dalla città, lui artigiano modellista orafo (un vero e proprio artista dalla mano finissima) oltreché promessa del ciclismo. Di grande inventiva: coltiva la vite con la “biforca mugellana” e molti suoi attrezzi in vigna e in cantina sono frutto del suo ingegno. Due ettari di vigna in due corpi distinti.

Terre di Giotto – Vicchio (Mugello)
Michele Lorenzetti. Doppia laurea in biologia ed enologia, consulente di biodinamica per vigne e cantine di ogni parte d’Italia. La vigna, splendida, è intarsiata dentro i castagni dell’Appennino in luogo detto Gattaia (da cui il nome del pinot nero). Come alla Macea anche qui non c’è trattore, tutto viene svolto a mano con il metodo biodinamico. Il suo ultimo progetto prevede la coltivazione di una vecchia vigna e il coinvolgimento di piccoli vignaioli del Mugello per produrre assieme a loro una selezione particolare di etichette.

Fattoria Il Lago – Dicomano (Mugello – Valdisieve)
Filippo Spagnoli. Proveniente da una famiglia di costruttori edili, prende un’altra strada dedicandosi alla fattoria che da piccolo ispezionava col nonno a bordo di un vecchio maggiolone. L’azienda più grande del gruppo sia in termini di superficie totale che di vigneto. Tutti i vecchi poderi sono stati ristrutturati per offrire un consistente numero di posti letto in agriturismo. Il lago è sede di gare di pesca sportiva.

Frascole – Dicomano (Mugello – Valdisieve)
Tutto ha inizio nel 1992, matrimonio e decisione di dedicarsi a dar nuova vita alla campagna di Frascole. Così Elisa Santoni ed Enrico Lippi, dicomanesi da sempre, freschi di studi agrari, iniziano a coltivare la vigna e produrre vino sulla collina che, come la prua di una nave, separa il Mugello dalla Valdisieve. Dopo qualche anno con l’aiuto di un sapiente innestino, sulle pendici fresche volte verso il Falterona, nei vecchi vigneti di famiglia sovrainnestano una parcella di Pinot nero, ma il progetto pare non crescere. La famiglia invece cresce in fretta e gli sforzi si concentrano solo su Frascole dove poi dalla stagione 2016 una vigna di Pinot nero viene loro affidata… e la storia ricomincia!
Podere della Civettaja – Pratovecchio Stia (Casentino)

Vincenzo Tommasi (con Lucia Stefani e Alessio Puccini).
Enologo, consulente per diverse aziende, cura la sua vigna come i parroci di campagna curano le anime. Sei anni fa si è preso la briga di andare a pescare uno per uno i vignaioli nelle loro valli per riunirli in una associazione, col sogno di coinvolgere altri ancora a fare della viticoltura una nuova risorsa per l’Appennino. Coltiva tre ettari di solo pinot nero, biologici.

Manifesto dei Viticoltori di Pinot Nero dell’Appennino Toscano

I Viticoltori di Pinot nero dell’Appennino toscano, mossi dalla passione per le loro vigne e per le loro montagne, trovano buona cosa collaborare assieme per raggiungere i seguenti scopi:
1. migliorare la qualità dei rapporti umani, tra persone che condividono la stessa passione, sotto il segno dell’amicizia, dell’impegno, dell’onestà e della convivialità
2. conoscere realtà diverse dell’Appennino toscano per aumentare la consapevolezza della propria peculiarità- effettuare scambi di esperienze, degustazioni collettive, con lo scopo di comprendere reciprocamente meglio i contorni del proprio lavoro
3. condividere la pratica o il semplice interesse per l’agricoltura biologica e biodinamica e per la tutela del territorio montano
4. mantenere aperta la possibilità di collaborare per unire i singoli sforzi nel settore promozionale e comunicativo
5. valorizzare i prodotti degli associati, ottenuti in accordo con la filosofia dell’Associazione
6. avere la possibilità di parlare con un’unica voce nei confronti delle varie amministrazioni pubbliche
7. dimostrare la vocazione del territorio montano dell’Appennino toscano per la produzione di pinot nero varietale e qualitativo
8. diffondere,nell’immaginariocollettivo,larealtàappenninicatoscana come territorio vocato al pinot nero
9. creare le condizioni per realizzare un percorso turistico (artistico, culturale, storico, paesaggistico) ed enogastronomico attorno alle aziende
10.organizzare regolarmente una rassegna (a rotazione nelle diverse valli montane) per promuovere i prodotti della montagna attorno al pinot nero
11.favorire la ricerca scientifica e la formazione professionale legate alla viticoltura montana.

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