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La fine del viaggio e il vino trasparente

Terminare il tour ilcinese alle Ragnaie è quello che ci vuole, il giusto compendio alla fine di un viaggio: lasciarsi dietro Montalcino e il suo mondo con vini trasparenti, in grado di veicolare la voce della loro terra senza intermerdiazioni.
Riappropriarsi, una volta di più, del concetto di purezza espressiva. Per ricordarselo, cosa voglia dire. E per tenerlo in serbo durante i tempi bui.

Che poi, a respirare in quei vini lì ci sono terre diverse, non una sola: c’è l’aerea leggerezza e il volo d’aliante del Passo del Lume Spento, la profondità e il “rimbombo” delle Ragnaie, la sensuale dolcezza di Pietroso, il sale e il ferro della Fornace, la bacca e la nobile austerità di Montòsoli.

Ah, Riccardo Campinoti, il vignaiolo, per divertirsi un po’ produce anche un paio di bianchi, di cui uno nuovo di tacca, Civitella, le cui uve discendono dalla vigna forse più alta della denominazione: 635 metri sul livello del mare. Bene, il 2018 è una scheggia di mineralità che quasi vola.

Poi c’è uno dei Rosso di Montalcino più ispirati dell’intera categoria (ma non è una novità) e infine c’è Troncone, sangiovese dalla bellezza disadorna tutto ricamato in macramé, la cui apparente fragilità non si dimentica.

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