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Un mondo di profumi in un bicchiere piccolo piccolo

L’universo dei profumi è vasto quanto l’universo stesso, e noi enomani ne conosciamo solo una parte infinitesima. Con i nostri ferrivecchi (frutti di bosco, agrumi, grafite, caffè, vaniglia, pepe, salvia, fogli di pomodoro, eccetera) siamo in grado di costruire al massimo l’immagine di un carillon o di un giochetto per bambini. Mentre un cosiddetto naso profumiere sa edificare cattedrali.

Cito spesso ciò che mi disse con bonaria condiscendenza Laura Tonatto quando proposi un classico “sa di rosa” annusando un Traminer: “vale a dire? Noi profumieri di riconoscimenti di rosa ne abbiamo almeno una decina (rosa bulgara, rosa centifolia, rosa blue parfum, etc), più riconoscimenti per le foglie, più riconoscimenti per i legni. Per noi dire ‘sa di rosa’ è come per voi dire ‘sa di vino rosso’ ”.

Ah, quanto sarebbe bello se noi bevitori, e soprattutto noi critici del vino, avessimo le narici di un pointer, o quantomeno ci mettessimo a studiare un po’ le essenze della profumeria. Io, in maniera discontinua e abborracciata, tento di farlo. Ma sono ancora un aborigeno davanti alla consolle di un jet. Sono attratto dal concerto di aromi quando snaso un grande profumo, ma rimango incapace di distinguere separatamente le varie note della composizione. Tuttavia la fascinazione resta.

Ho provato quella stessa fascinazione mettendo le pinne nasali nella creazione sorprendente di un vecchio amico, Steve Armstrong. Per avere una vaga idea di chi sia Steve rimando i volenterosi a questo articolo. Altrimenti, in sintesi: Steve è un grande eclettico, che conosce il vino benissimo e che fa mille esperimenti culinari e alcolici.

L’ultima sua impresa lo ha assorbito per molti mesi: la messa a punto di un amaro basato su molte decine di erbe e altre sostanze aromatiche. Me lo ha fatto provare l’altra sera, dicendomi nel suo italiano primitivo: “ho fatto questo prima con molto fondo, poi facendo cuore (parte più difficile che sia), poi con note di testa. Come profumo”.

E in effetti il risultato aromatico mi è parso stupefacente come un grande profumo. Steve ha creato l’anello di congiunzione tra la complessità iridescente di una Chartreuse (si legga per confronto l’evocativa descrizione degli effetti di una Chartreuse a firma del grande Armando Castagno), quella più severa di un Centerbe, di un Genepì, e la nettezza (volendo anche urbana) di un Grand Cru borgognone. Basta un velo di Braccioforte in un bicchierino per riempire di effluvii un’intera stanza.

Ha chiamato la sua creazione Braccioforte, che è la traduzione del suo cognome. L’etichetta riporta umorosamente: “Created in 2019 from a long tradition of drinkers, using the original recipe invented by an illuminated wine taster. A skilled blend of more than 30 herbs, spices and other stuff, that the Armstrong clan has used for a few months. Enjoy it straight, cold or with ice. Don’t drink and drive, please!”

Cioè traducendo a spanne (o meglio a braccio): “Creato nel 2019 da una lunga tradizione di bevitori, usando la ricetta originaria inventata da un degustatore di vino illuminato. Un accurato taglio di più di 30 erbe, spezie e altra roba, che il clan Armstrong ha usato per alcuni mesi. Gustatelo semplice, freddo o con ghiaccio. Non bevete e guidate, per favore!

La parte gustativa, pur rimanendo buonissima, è appena meno fiammeggiante. Rimane in Steve un ultimo dubbio produttivo, che giro eventualmente ai lettori: è meglio che il liquido finale sia torbido (come è attualmente), oppure trasparente? Meglio conservare genuinità, o raffinare? Personalmente non ho dubbi: meglio la genuinità.

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