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Da Cuzziol Grandi Vini: il bello della trasversalità/2

Per la prima parte, tutta in bianco, LEGGI QUI 

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Pinot nero, variazioni sul tema

Produttore radicale e versatile, Karl Fritsch guida dal 1999 l’azienda di famiglia fondata quarant’anni prima. Dai quasi trenta ettari vitati, tutti a conduzione rigorosamente biodinamica, in una zona poco conosciuta del vino austriaco come il Wagram, Karl trae una compagine enologica eclettica ed estremamente personale. Del Materia Prima, bianco radicale, ho già parlato, non mancano i classici nazionali come Grüner Veltliner e Riesling (quest’ultimo anche in versione Beerenauslese). In più ecco due versioni di Pinot nero di tutto fascino.

Il Wagram Pinot Noir Ried Exlberg Rupperstahl 2017, chiuso dal tappo a vite, ha colore rubino chiaro, un naso selvatico, avvincente, di sangue e frutti di bosco (lampone), un palato succoso e contrastato, di tonicità quasi montana, acido e freddo, di allungo. Un vino di terroir.

Analogamente il Wagram Pinot Noir Trocken 2016, dal tappo in sughero, ha colore rubino intenso e uno sfizioso profilo varietale di fiori, sottobosco, spezie, note selvatiche. Palato pieno di succo, di lampone e pepe, di bell’asprezza sanguigna, animato, dinamico.

Proviene invece dal Weinviertel, e segnatamente dal villaggio di Röschitz, omaggiato anche nel nome aziendale, questo Pinot nero prodotto dalla famiglia Gruber, che dal 1814 ha sempre lavorato la vigna, ma che solo di recente (2012) si è organizzata e definita a livello produttivo con l’ingresso dei fratelli Ewald, Maria e Christian, nipoti del fondatore. Conduzione biologica certificata, vinificazione per singole parcelle. Il Niederösterreich Pinot Noir Black Vintage 2016, dalla produzione pressoché confidenziale (653 bottiglie di cui 120 distribuite da Cuzziol), ha colore rubino intenso e brillante, un naso che sa di china, erbe officinali-medicinali-selvatiche, aghi di pino, sottobosco, e un palato pieno di polpa e di freschezza, sanguigno e pepato.

I Pinot nero austriaci sono poco conosciuti, meno ancora di quelli tedeschi, eppure la mano e la mentalità della Mitteleuropa difficilmente tradiscono sul piano della definizione varietale e della resa espressiva.

Azienda di recente fondazione, Gonet-Médeville ha unito nel 2000 in un “mariage” produttivo Xavier Gonet, appartenente a una storica famiglia di vignaioli di Mesnil-sur-Oger, e Julie Médeville, di origine bordolese, proprietaria del celebre Château Gillette a Preignac. Gli Champagne più importanti arrivano da tre Grand Cru (Mesnil-sur-Oger, appunto, Oger e Ambonnay), ma non meno interessante è il più raro, e meno conosciuto, Côteaux Champenois Ambonnay Cuvée Athénaïs 2012, un pinot nero rigorosamente fermo che rappresenta, insieme alla versione in bianco, l’altro volto della Champagne. Al colore rubino con sfumature granato, affianca un’evoluzione olfattiva di terra, china, erbe medicinali. Palato polposo e reattivo, ancora medicinale-officinale, con note di china e terra, ma anche di sottobosco, di garrigue, di genziana. Persistente, caratteriale, con un bel quadro tannico a chiudere.

Nicolas Rossignol, 46 anni, una solida formazione sul campo tra Borgogna, Bordeaux e Sudafrica, ha cominciato a vinificare nel 1997 le uve di famiglia. La fusione del 2011 con i Rossignol-Jeanniard ha portato il domaine dai tre ettari iniziali agli attuali diciassette. La produzione spazia lungo diverse appellation borgognotte. Il Pommard Les Noizons 2016 ha colore rubino brillante, e quella profondità olfattiva di cassis e liquirizia che spesso si ritrovano nei pinot nero di questa denominazione, con note aggiuntive di frutti di bosco e spezie. Il palato è ricco, strutturato, fonde corpo e succo, frutta rossa e tannino, fiore di sottobosco e sapore.

Sempre in Borgogna con una maison che fonde due realtà produttive, due colori, due interpreti: Henri Boillot, che porta lo stesso nome del fondatore, il primo della famiglia a vinificare all’inizio del secolo scorso, si occupa dei bianchi di Puligny-Montrachet; il figlio Guillaume dei rossi di Volnay. Nel mezzo c’è Meursault, sede aziendale, e una gamma ampia e articolata. Il Volnay Les Fremiets 2017, proveniente da vigne di cinquant’anni e da un passaggio di metà della massa in barrique nuove, ha colore rubino intenso, profumi di fiori, di frutti di bosco (lampone, ribes), di spezie, e un palato succoso, tonico, fitto di trasparenze boscose.

Con Belle Pente Vineyard si cambia radicalmente scenario. Siamo in Oregon, a Carlton, nella contea di Yamhill, dove Jill e Brian O’Donnell, già famosi produttori di birra, si sono trasferiti dalla Silicon Valley dopo il terremoto del 1989 per coronare il loro sogno: produrre vino, che già Brian imbottigliava per la famiglia e gli amici nel 1986. Il primo vigneto è stato piantato nel 1994 e oggi gli ettari vitati, tutti a conduzione biologica, sono poco più di sette. Vinificato per gravità (la cantina conta tre livelli in verticale) e affinato in barrique sia nuove sia usate, lo Yamhill-Carlton Pinot Noir 2015 ha colore rubino intenso e un profilo moderno, strutturato, levigato, in perfetto “stile Nuovo Mondo”: frutti di bosco schiacciati, polpa di frutto maturo, tannino integrato, alcol importante.

Fondata nel 1975 da Cecil e Christine De Loach, di proprietà della famiglia Boisset dal 2003, questa azienda della Russian River Valley è stata pioniera del Pinot nero californiano e anche una delle prime a certificazione biologica (2008) e biodinamica (l’anno successivo). Il giovane enologo Brian Maloney vinifica per singoli terroir (Maboroshi, Green Valley, Pennacchio). Il Pinot Noir Pennacchio Vineyard Sebastopol Hills Russian River Valley Sonoma County 2013 ha, oltre a un nome lungo come un treno, un colore rubino intenso con sfumature granato, note di frutti di bosco in confettura, mirtilli schiacciati. Palato da Pinot nero caldo e concentrato, polpa di frutta, spezie ed erbe, tannino grintoso, a tratti quasi indocile.

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Cortocircuito transalpino

Di Arnauld Lambert abbiamo già parlato nella precedente puntata. Il Domaine de Saint-Just è stato fondato da Yves Lambert, già quarantasettenne, nel 1996, come un ritorno alle origini nelle sue Terres de Saumur. Siamo a Saint-Cyr-en-Bourg e Yves vuole produrre vini di terroir con le uve principi del territorio: chenin blanc e cabernet franc. Nel 2005 il figlio Arnauld ne prosegue l’opera, cominciando quattro anni dopo a riconvertire i vigneti al biologico e unendo sotto un’unica insegna, quella di Arnauld Lambert, i vigneti del Domaine de Saint-Just sur Dive con quelli dello Château de Brézé. Dopo il Saumur Blanc Brezé Clos de Midi precedentemente recensito, ecco il Saumur Champigny Clos Moleton 2014. È un cabernet franc dal colore rubino intenso con sfumature porpora, dal profilo squisitamente speziato (pepe), erbaceo e officinale (erbe mediche, genziana, china), dal tratto maturo e fresco, dal tannino febbrile e selvaggio, dal finale di terra bagnata e sottobosco.

Il nome dell’azienda, DéCalage, produce suggestioni. Décalage dal Vocabolario Treccani: «spostamento nello spazio o nel tempo; abbassamento, slittamento e sim.; fig., discordanza fra due o più cose, sfasamento». Nathalie Delbez lo definisce «une rupture subite entre le monde urbain de Montpellier et juste à côté un havre de paix à l’abri du tumulte». Una decina di anni fa Frédéric Delbez ha lasciato l’eredità del padre, una tenuta che esiste dal 1867, nelle mani della moglie, la quale ha abbandonato la città e l’avvocatura per dedicarsi anima e corpo a questo «dono del cielo».

Impianta nuovi vigneti di mourvèdre, conservando le vecchie vigne di carignano del 1947, converte tutto al biologico, vinifica in purezza le sue uve. Il Vieux Carignan 2015 nasce da una formazione alluvionale con terreni ciottolosi su letto d’argilla e da un microclima temperato dalla vicinanza del mare e spazzato dai venti del Maestrale a nord e della Tramontana a ovest. Vinificato in botte e acciaio, ha colore rubino intenso, un naso di ampio spettro (spezie, pepe, sottobosco, garrigue, erbe officinali, amarene) e un palato succoso e sanguigno, fresco e speziato, potente ma preciso, dal tannino ricco, importante.

 

Vini dolci e liquorosi

Di Cauhapé ho già scritto nella precedente puntata. Nel Jurançon, tra Biarritz e Lourdes, sulle colline di Monein, sud-ovest francese, tra le zone enologiche meno conosciute di Francia, Henri Ramonteu è tra i principali interpreti del petit manseng: intuitivo, viscerale, innamorato dell’armonia del cosmo, questo vigneron afferma che «i dettagli fanno la perfezione, ma la perfezione non è mai un dettaglio». Qui si producono alcuni dei più fruttati, contrastati, avvincenti moelleux nazionali.

Il Quintessence du Petit Manseng 2011, da terreni argilloso-silicei, esposizione a sud, vendemmiato alla vigilia di Natale in più passaggi, fermentato in barrique nuove per due anni (senza che questo abbia alcuna incidenza aromatica sul vino), è una meraviglia, una delizia, una leccornia. Colore giallo dorato dalle luminose sfumature, olfatto squisitamente rôti, frutta esotica (mango) e albicocca secca, palato denso, grasso, viscoso, un mélange di caramella d’orzo e agrume candito, di papaya e zafferano, di pesca sciroppata e zenzero, con lungo, fresco, contrastato finale acido di pompelmo rosa. Per Henri è un vino da bere da solo «per cercare di svelare il mistero del tempo».

Del Domaine de la Rectorie di Banyuls-sur-Mer e di come sia avventurosamente entrato nel catalogo Cuzziol ho parlato diffusamente nella scorsa puntata a proposito del Collioure Blanc L’Argile. Le etichette più celebri e territoriali dell’azienda guidata da Marc e Thierry Parcé sono naturalmente i Banyuls, vini liquorosi di grande fascino prodotti da uve grenache noir con un saldo di carignano da vecchie vigne disposte su colline aspre e gloriose.

Se i Banyuls Cuvée Thérèse Reig Mise Précoce (raccolto in anticipo, sette mesi in tino) e Cuvée Léon Parcé Mise Tardive (raccolta più tardiva, con maturazione per 18 mesi in botti e barrique), ambedue del 2016, abbinano al rosso porpora del colore una dimensione al contempo salmastra e mediterranea del frutto (più delicato nel primo, più ampio e profondo nel secondo), il Banyuls Traditionnel Pierre Rapidel 2009, maturato in regime ossidativo con otto anni in botti scolme, si presenta con un colore ambrato carico, un naso di frutta secca, uva passa sotto spirito e un palato parimenti terziario-ossidativo, felpato, dolce/non dolce, molto persistente. Un vino chiaroscurale, personalissimo, fascinoso.

Il Porto, infine. Ovvero il più classico e conosciuto vino rosso liquoroso del mondo. Quinta de La Rosa è stata acquistata nel 1906 come dono per Claire Feuerheer, nonna di Sophia Bergqvist, attuale proprietaria e conduttrice dell’azienda, la quale nella seconda metà degli anni Ottanta decide di rilanciare l’immagine e la qualità dei vini della cantina. Nel 2002 arriva il giovane enologo Jorge Moreira.

Il Porto Vintage 2007 ha il colore della porpora, il frutto fitto della mora di rovo, una potenza alcolica che mai esce dalle righe, un tatto felpato, cremoso, un tannino tramoso e terroso, e quell’“effetto Boero” (cioccolato + ciliegia sotto spirito) che è il contrassegno sensoriale più ricorrente di questa tipologia. Come tutti i vini fortificati, ha bisogno di aria e di respiro per meglio offrirsi (dopo qualche giorno è già più comunicativo, dopo qualche mese – se si riesce ad aspettare così tanto – è capace di mille seduzioni) e come tutti i grandi Porto offre il meglio di sé dopo qualche lustro di invecchiamento in bottiglia.

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