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I vini del mese e le libere parole. Dicembre 2019

Côtes du Jura Chardonnay Les Grands Teppes Vieilles Vignes 2015 – Jean François Ganevat

Sembra che parlare del Jura oggi significhi essere sul pezzo, just in time.
Ieri non se lo filava nessuno, sia come territorio che come produzione vinicola, quantomeno a queste latitudini. A me non restava altro da fare che recarmi alla Locanda Mariella, sui monti sparsi della Cisa, per ambire agli incontri desiderati e placare ogni mia curiosità.

Oggi buttare là un Jura con nonchalance, come un intercalare o un “cioè”, raddrizza le sorti a una reputazione intera: un autentico grimaldello per qualsivoglia consesso enoico, consapevole o meno che sia.

L’aspetto che trovo bello e interessante, dietro questa parvenza di assuefazione modaiola, è che si sta comunque parlando di una tipologia di vini decisamente selettiva e affatto ammiccante, per sua natura poco incline ai compromessi e oltremodo fedele al mandato territoriale e stilistico affidatogli da una lunga tradizione contadina figlia dell’isolamento.

Si sta parlando cioè di vini che posseggono un forte timbro identitario il quale, aldilà del “peso” aromatico costituito dal metodo sous voile (quando c’é), è intima parte di un microclima speciale da cui tutto discende, ivi inclusa l’unicità.

Prendi Les Grandes Teppes VV ’15 di Ganevat ad esempio, che non viene elaborato con la voile e quindi non risente della coltre aromatica super ossidativa che è poi la cifra di tanti vini del Jura. E’ fatto alla borgognona, e naturalmente “alla Ganevat”, vigneron con l’ossessione della micro parcella e che per questa ragione vinifica millanta selezioni diverse in tirature spesso omeopatiche.

Ebbene, dietro la nobile allure affumicata che potrebbe ricordare la voce del rovere tipica dei Macon-Pierreclos di Guffens-Heynen, si cela il Jura tutto intero.

Sta lì, nella speciale profilatura, affusolata, dritta, dalle proporzioni perfette, e in quel lindore di frutto e fiore che letteralmente sboccia nella persistenza, ripulito da una acidità d’agrume pura come acqua di roccia. E l’acqua di roccia non si inventa.

Per cui, ritornando a bomba sulla premessa, almeno per una volta scoprire che esiste una tendenza del gusto sensibile ai valori della diversità mi rincuora, al punto tale da farmi rispolverare vecchi hits: “uno, cento, mille Jura” !!!

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Château Simone Palette Blanc 2014

Lui è la Provenza che non ho. Mi riporta alla mia prima volta, allo stupore che provai dentro quella casa immensa ai margini di un bosco, nel punto esatto in cui freddo e caldo si incontrano, con il Mediterraneo a mischiarsi con un qualcosa di più nordico che non sai spiegarti ma c’è.

Concetti questi mirabilmente fusi in un vino che all’icona ci affianca la sostanza. Perché coniugare armoniosamente potenza e finezza non è da tutti. E perché raccogliere l’umore dei campi in un bicchiere solo è e resta un privilegio.

 

 

 

 

Mosel Riesling Wehlener Sonnenuhr Auslese 1994 – Joh. Jos. Prüm

La saetta è un colpo forte ma netto, scandito con implacabile lucidità. Quasi ci fosse un pensiero dietro, a partorire tutta quella nettezza.

Wehlener Sonnenuhr è uno dei vigneti simbolo della viticoltura germanica, oltremodo sassoso e ben esposto (ma che consta di parcelle anche diverse fra loro, soprattutto in termini di profondità dello strato aerobico), culla ideale di Riesling succosi, longilinei, equilibrati, di piccante acidità. Joh. Jos Prüm invece è la quintessenza del Riesling mosellano di stampo tradizionale, ovvero con zuccheri residui.

Tu metti insieme un vigneto parlante e un produttore coi fiocchi, riassumili in una elaborazione tipo Auslese e poi lascia correre gli anni: otterrai sempre e comunque la riproduzione scolastica di una saetta.

Lui, il vino intendo, mi squassa dentro pur danzando sulle punte. Genera un rimbombo. E’ bellezza sottile che esplode. Casomai non lo avrei detto che fosse un Auslese, tanta la compostezza e la versatilità, anche e soprattutto di fronte a una tavola imbandita. Forse sarà stata la particolare annata, forse il tempo che aggruma e bilancia, fatto sta che entra spedito di fioretto con cristallina precisione, e tu a un vino che è vita pulsante a distanza di così tanti anni, cosa cavolo gli puoi dire se non che è una saetta!?

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Côte-Rôtie 2007 – Domaine Jamet

Ricchezza e dinamica in armoniosa coesistenza. La prima turgida, la seconda incalzante.
La golosità di una materia carnosa unita in matrimonio d’amore con la filigrana minerale e il dettaglio sottile, pensa te!

Sì, dopo questo vino dovrò guardarmi bene le prossime volte, nel dire “sfaccettato” con troppa disinvolta faciloneria, perché sul tema qui si fondano nuovi paradigmi.

Quello che mi ha sorpreso è come tutta questa parvenza materica si risolva in un disegno incredibilmente aggraziato, che trova compimento in un finale spaziale, rinfrescante, che si espande a coda di pavone e richiama leggerezza.

Per chi desidera perdersi nello sciorino dei riconoscimenti questo vino è un parco giochi, ma siccome io prediligo un’analisi più profonda, dico che il Côte-Rôtie 2007 di Domaine Jamet sa di tutto, e anche per questo è un vino della madonna.

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Gevrey-Chambertin 2006 – Claude Dugat

La prima volta che lo incontrai stava arando un campo con un cavallo di nome Jonquille e mi si presentò come “Dugat Claude, pas Dugat Py”. Mi condusse nei sotterranei di una chiesa sconsacrata che poi era la sua cantina e lì conobbi i suoi vini per non dimenticarli più.

Dugat Claude (pas Dugat Py), oltre ad essere un vigneron di razza dalla fama ormai leggendaria, non se la tira affatto, ha un garbo antico e delicatezza nei modi.
E anche quando ti dice che di quel vino non ce n’è più perché tutto venduto e non si può assaggiare, te lo dice in una maniera che tu sei quasi contento.

Ieri sera ho bevuto il suo Gevrey-Chambertin 2006, per me un vino signature. Uno di quei rari casi in cui essere condizionati è un vanto. Come sempre, si apre un mondo: la sua freschezza una lama, aristocratico il portamento.
Insieme a lui sto bene, e non ho bisogno di parole.

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Hermitage 1999 –  J.L. Chave

Inchioda all’ascolto.

Per singolarità e naturalezza espressiva.

Per i cromatismi lucenti e tutti in trasparenza.

Per la silhouette apparentemente disadorna piena zeppa di dettagli preziosi, da cui puoi respirare incanto e nobilità.

Minerale e affumicato, sciolto e solenne, si alimenta di sola interiorità, e quella lui ti dà.

 

 

 

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Ermitage Le Pavillon 1991 – M. Chapoutier

Lo ricordo bene quell’anno lì. Perché mi laureai, da bravo fuoricorso, e quindi mi permisi il mio primo Rodano (del Nord). Avevo in testa mille fantasie ma in realtà, ad aprire la porta ad uno sconosciuto, furono solo due cantine: Paul Jaboulet e Michel Chapoutier.

Fu da Chapoutier che mi parlarono di una rivoluzione in corso, ciò che avrebbe condotto l’azienda ad un’altra visione agronomica. E forse fu proprio lì che per la prima volta sentii parlare di biodinamica applicata a una vigna.

Nel frattempo l’Ermite di una annata che non so mi parlò di solennità ed io era come se avessi le ali ai piedi. Bruciai la paghetta finanziatrice in bottiglie, tutte quelle che potevo, assicurando ai ricordi il posto migliore. Ho sempre amato quei luoghi.

Oggi sono di nuovo qua, nel Novantuno, con un Novantuno.
L’Ermitage Le Pavillon 1991 di Michel Chapoutier è un grande testimonial della sua collina, dei suoi ceppi vecchissimi e di una mano allora sapientemente all’altezza.
E’ un vino teso, sanguigno, caratteriale, percorso da cima a fondo da una scia silvestre ed officinale. Frutti neri, pepe, genziana, radici, cacao e liquirizia tracciano le direttrici aromatiche a un Syrah che è pura vita, un’onda di freschezza che ti ripulisce dentro e fuori.

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Nella immagine di copertina: ” A la mie” – Henry Toulouse-Lautrec, 1891

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